Dopo l’attivazione ufficiale dell’art.50 del Trattato di Lisbona, dalle sedi dell’Unione Europea sono iniziate a trapelare le cifre del conto da far pagare al Regno Unito in sede di negoziati. Si parla di circa 60 miliardi di Euro per impegni già concordati e altre passività messa già a bilancio.

Un articolo del Telegraph, a firma di Steven Swinford, mette tuttavia sul piatto le richieste che anche la Gran Bretagna potrebbe fare all’Unione Europea in sede di negoziato.

Scrive il Telegraph: “Secondo i piani presi in considerazione dai ministri di Governo, la Gran Bretagna si riprenderà i soldi indietro dall’Unione Europea invece di pagare per uscirne.

I leaders europei hanno intimato al Regno Unito che il conto del divorzio costerà fino a 50 miliardi di Sterline per impegni già in essere e per passività pensionistiche.

Tuttavia il Telegraph comprende che i funzionari stanno elaborando un registro delle attività del Regno Unito nell’Unione Europea, quale parte dei negoziati”.

Il Governo Britannico aveva già contestato la cifra richiesta dall’Unione in quanto “non è legalmente obbligato a pagare nulla a Bruxelles […] E’ più come lasciare una palestra o un club. Dopo che te ne sei andato, non continui a pagare per permettere alle altre persone di usufruire dei servizi”.

Ora pare proprio che gli uomini di Theresa May abbiano pronte le cifre da chiedere indietro all’Unione:

“I funzionari ritengono che il Regno Unito abbia diritto a 9 miliardi di Sterline per i fondi al momento detenuti dalla banca Europa per gli Investimenti.

Uno studio separato ha suggerito che il Regno Unito ha diritto a una cifra pari a 14 miliardi di Sterline per attività UE, tra cui immobili, denaro contante e altri investimenti.

[…]

Henri Newman, Direttore di Open Europe, ha dichiarato: “Quel bilancio non deve solo considerare solo gli impegni del Regno Unito, ma anche la sua quota di assets e crediti UE.

Questo potrebbe includere cose come una parte degli immobili UE (ambasciate e edifici ufficiali), spese future UE già stanziate per il Regno Unito, così come contanti e potenzialmente prestiti.

Theresa May ha – giustamente – accettato il principio secondo cui entrambe le parti devono regolare i loro conti in sospeso. Ma mentre nella fase iniziale noi dovremmo concordare una metodologia per fare questo, in nessun modo un qualsiasi PM Britannico potrebbe firmare un assegno in bianco alla partenza dei negoziati

Theresa May ha detto che la Gran Bretagna farà fronte ai suoi “obblighi” verso l’Unione Europa, anche se il Governo contesta fortemente la pretesa che gli deve 50 miliardi di Sterline.

[…]

Iain Duncan Smith, deputato dei Tory ed ex leader conservatore, ha dichiarato: “Abbiamo messo sul piatto mezzo trilione di Sterline nel corso degli ultimi 40 anni che non è mai tornato indietro. E’ stato investito in ogni sorta di roba lì (in UE, N.d.A).

Vantiamo diritti sulla proprietà intellettuale, investimenti fisici in edifici, soldi nella Banca Europea per gli Investimenti. Siamo proprietari di un pezzo di UE, non dobbiamo dar loro soldi.

Loro sono pietrificati dal fatto che nel giro di due anni noi ci tireremo fuori e perderanno il secondo più alto donatore al Budget.”

Sembra quindi che la Gran Bretagna sia pronta a pesare una per una tutte le cifre che verranno messe sul piatto in fase di negoziato.

Va ricordato che la Gran Bretagna è in deficit commerciale di 70 miliardi netti verso i Paesi UE, oltre ad essere il secondo contribuente del bilancio dell’Unione con circa 20 miliardi annui (che dovranno essere redistribuiti tra i restanti 27 membri). Il Regno Unito pertanto contribuisce nettamente al PIL dell’Unione Europea, è un importante cliente per l’export dei maggiori Paesi UE, primo fra tutti della Germania.

E’ vero che l’UK, prima di riuscire a incrementare la produzione industriale nazionale,  avrà ancora bisogno di importare beni UE una volta fuori dall’Unione, e non troverà tanto facilmente altri partners commerciali che offriranno la stessa qualità di quella che possono offrire Germania, Francia e Italia. Tuttavia, senza un accordo, questi Paesi perderanno 70 miliardi di export complessivi che allo stesso modo sarà difficile indirizzare altrove, soprattutto se consideriamo le sanzioni alla Russia ancora in atto e la politica protezionista di Donald Trump, volta ad aumentare i dazi per ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti e a far la guerra ai “manipolatori di valuta”, tra i quali è presente la stessa Germania.

Un accordo tra le parti sarà necessario, a meno che non vogliano rimetterci entrambe. E chi sarà a pagare il conto più salato è ancora tutto da vedere.

Marco Muscillo.

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