Yanji

Volo cancellato: che si fa?

Anche le migliori vacanze possono sempre avere in serbo un imprevisto che rischia di rovinare tutti i tuoi piani, è quello che mi è successo la mattinata di sabato 10 agosto. Mi sveglio prestissimo, alle cinque e mezza in punto perché alle sette ho l’aereo che mi dovrebbe portare in un’oretta e mezza di volo a Pechino dove il giorno dopo con tutta la tranquillità di questo mondo, avrei preso il volo per il ritorno a casa. Dopo cinque minuti di camminata giungo così al piccolo aeroporto di Yanji con i bagagli in mano, alzo lo sguardo verso i tabelloni e con grande stupore vedo la scritta “cancelled” a fianco del nominativo “Beijing”. Lì per lì mi sono stropicciato gli occhi e mi sono dato qualche pizzicotto convinto che fosse tutto un sogno, invece la realtà e questa e mi devo rassegnare!

Passato l’attimo di inevitabile panico decido di passare subito all’azione: per prima cosa chiedo informazioni al personale dell’aeroporto, per fortuna trovo qualche inserviente che capisce l’inglese. Il volo è stato cancellato perché la zona a Nord di Pechino è stato colpita da un tornado quindi con queste condizioni atmosferiche è impossibile volare. La mia grande fortuna è quella di trovare al mio fianco un cinese che doveva prendere l’aereo con me e che sa parlare fluentemente l’inglese, sto parlando di Luke, originario di Yanji che da vent’anni vive negli Stati Uniti (a Houston in Texas) e che si sta accingendo a tornare negli States dove lavora.

L’aeroporto di Yanji in una foto d’archivio

Scalo d’emergenza a Changchun

Il personale dell’aeroporto mi dice che la località più vicina dove possiamo fare scalo è Changchun, metropoli di sette milioni di abitanti che un tempo fu capitale del Manciukuò e una delle principali sedi dell’industria cinematografica cinesi ai tempi di Mao. E solo una volta giunti a questa città che confina con la Mongolia Interna che si può tornare a Pechino in treno. L’unico inconveniente è che mi tocca comperare il biglietto dell’aereo (che poi comunque sarà rimborsato dalla mia agenzia viaggi), però meglio sborsare 495 Renminbi Yuan (65 Euro all’incirca) che rimanere a terra. Il volo dura circa un’ora: alle nove e mezza circa io e Luke atterriamo all’aeroporto di Changchun Longjia che però si trova a circa quaranta chilometri dal centro cittadino. Dobbiamo così prendere un treno che ci colleghi alla stazione centrale di Changhun. Dopo mezzora di viaggio in treno alle dieci e mezza circa arriviamo alla stazione centrale di Changchun, fuori il tempo è grigio e non piove, ma nulla fa presagire alle disastrose condizioni vigenti vicino a Pechino.

In un laido locale vicino alla stazione consumo il mio primo pasto della giornata: un piatto di ravioli ripieni (soli sedici Yuan, poco più di due Euro!). L’unico scorcio che riesco a vedere di Changchun è un lungo fiale fitto di palazzoni che si affaccia sulla stazione, non deve essere granché la città: a parte il Palazzo Imperiale del Manciukuò, la residenza di Puyi c’è poco altro da vedere. Il difficile viene però adesso dato che io e Luke dobbiamo trovare un treno (se c’è) che ci porti entro la sera a Pechino. Io sono molto più fortunato di lui dato che il suo volo per gli Stati Uniti era fissato per il pomeriggio e quindi con ogni probabilità gli toccherà rimandare la partenza. Ciò che ammiro del mio compagno di avventura è la sua calma olimpica e l’autocontrollo con il quale ha saputo gestire questa situazione, io con il mio carattere “fumantino” frutto del mio sangue misto slavo e latino posso solo che imparare!

Veduta di Changchun (zona Stazione Centrale)

Da Changchun a Pechino in treno (in piedi!)

L’unica possibilità che ci viene offerta è quella di usare il metodo “Bupiao” cioè comperare il biglietto solo una volta saliti al bordo del treno rapido Changchun-Pechino (sette ore di viaggio). In questo caso è stato davvero essenziale l’aiuto di Luke che ha spiegato la situazione in cinese al controllore del treno, senza di lui non c’è l’avrei probabilmente fatta perché come ho rimarcato in precedenza trovare un cinese che conosca e capisca l’inglese è un po’ come trovare un fiore nel Sahara. Il costo del biglietto è di 265 Yuan, poco meno di 35 Euro, l’unico grossissimo inconveniente è che ci tocca stare in piedi per sette lunghissime ore, posti a sedere non erano più disponibili perché vengono esauriti in brevissimi tempi.

Durante il lungo ed interminabile tragitto ho modo di parlare con Luke, gli parlo molto dell’Italia un paese del quale conosceva poco. Gli racconto anche del mio viaggio cinese e del mio sconfinamento in Corea del Nord, lui mi consiglia di andare un giorno a Pyongyang “è una città bellissima” mi aggiunge (quando la maggior parte degli occidentali reputa la capitale della RPDC uno dei posti più brutti del mondo non si sa perché). Dalle sue parole traspare un pizzico di nostalgia verso il suo paese d’origine, nonostante viva da circa vent’anni negli States laggiù non si è ancora ambientato perché “la vita è molto caotica e la sicurezza sociale molto bassa”. Luke non ha nessuna simpatia per i suoi concittadini Bush e nemmeno per Donald Trump, un personaggio che considera nemico del popolo cinese: “A bad person” mi dice laconico.

Sempre parlando con Luke apprendo molte notizie sullo Jilin che prime mi erano sconosciute: questi territori vennero “cinesizzati” dagli inizi dell’Ottocento per fronteggiare l’espansionismo russo, lo Jilin da fiore all’occhiello della Cina in epoca maoista con le sue tante industrie pesanti con il nuovo corso targato Deng Xiaoping dagli Anni Ottanta e Novanta è stato quasi tagliato fuori dallo sviluppo portentoso che ha conosciuto il resto del paese, soprattutto le zone costiere da Shangai a Guangzhou. Solo con gli Anni Duemila la capillare pianificazione del governo centrale ha risollevato dalla crisi i territori dello Jilin, riconvertendo il vetusto parco industriale meccanico e metallurgico in industria biofarmaceutica ed in servizi (che contribuisce al 7% del PIL della regione), anche il turismo è stato notevolmente incentivato. Oltre che il Changbai Shan la regione ospita infatti una delle stazioni sciistiche più famose di tutta la Cina, Beidahù, sede dei Giochi Asiatici del 2007.

Mentre il treno sfreccia alla velocità della luce a metà strada viene letteralmente investito da un muro d’acqua paragonabile a quello che mi ha colpito a Dalian prima della partenza per Dandong. La presenza di un occidentale suscita qualche curiosità tra i presenti, soprattutto tra quelli che come me non hanno trovato posto a sedere. Una mamma con un bambino cerca di insegnarmi, invano, qualche parola in cinese e i diversi accenti del mandarino, poi tutti assieme improvvisa una sorta di karaoke, cosa non si fa per resistere a sette lunghissime ore in piedi!

Per passare il tempo si improvvisa un karaoke in treno!

Ritorno a Pechino con lieto fine

Giungiamo a Pechino alle sei e mezza di sera circa, personalmente tiro un grossissimo sospiro di sollievo perché me la sono vista davvero brutta. Prima che le nostre strade ci dividano io e Luke ci salutiamo calorosamente: senza il suo prezioso aiuto probabilmente non sarei mai arrivato a destinazione. A Pechino c’è addirittura il sole e sulle strade non c’è nemmeno l’ombra di una pozzanghera, segno che la bufera si è fermata prima della capitale. L’albergo che ho prenotato ancora il giorno che ho prenotato i voli nella mia agenzia viaggi, l’Inner Mongolia, dista a pochi isolati dalla stazione e lo raggiungo tranquillamente a piedi.

Per cena mi reco in una delle zone che ancora non ho esplorato di Pechino, nel quartiere residenziale di Qianmen (“porta frontale” in mandarino)  che si trova proprio a Sud di Piazza Tienanmen (che invece in mandarino significa “porta della pace celeste”). Consumo la mia ultima cena cinese in un piccolo locale dove sulle pareti sono incollati i simboli di tante squadre di calcio, anche non particolarmente titolati (ricordo di aver visto anche gli emblemi del Cagliari e dell’Atalanta), segno che il titolare deve essere stato un grande appassionato di calcio.

Nonostante negli ultimi anni il governo abbia fortemente incentivato il gioco del calcio, rendendolo addirittura materia d’insegnamento obbligatoria, e i club cinesi abbiano investito pesantemente portando nella Super League calciatori europei e sudamericani di grido nonché tecnici di assoluto spessore, la mia impressione è che in Cina lo sport più popolare del mondo sia ben lungi a diventare uno sport “di massa” seguito e praticato come in Europa. Nei parchi non mi sono quasi mai imbattuto in cinesi intenti a giocare con un pallone né ho percepito nell’aria particolare interesse per il pallone.

Per cena mangio i consueti e buonissimi spiedini accompagnati da una buona birra cinese, sento di essermi ormai abituato ai gusti (particolarmente piccanti) della cucina della Terra di Mezzo e un po’ mi dispiace che per un po’ di tempo non degusterò più l’ottimo cibo cinese. La zona di Qianmen è rinomata per lo shopping, così prima di tornare in albergo decido di visitare un paio di centri commerciali per fare un giretto, poi ritorno in albergo a dormire al termine di una giornata che difficilmente dimenticherò. Per chi come me potrebbe incappare in un imprevisto durante un viaggio di questo tipo dico che tutto è bene ciò che finisce bene!

(Fine 14a puntata)

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