Dandong

L’ultimo tratto della Grande Muraglia: la Montagna della Tigre

Sabato 3 agosto è il primo giorno alla scoperta di Dandong, la porta sulla Corea del Nord, la città da dove passa il 90% dei traffici (leciti e non) con Pyongyang. Dopo una breve colazione in un KFC locale (più economico dello Starbucks presente sotto l’albergo) prendo un autobus davanti alla Stazione dei Treni per l’ultimo tratto della Grande Muraglia, quello di Hushan, situato a circa quindici chilometri a Nord Est di Dandong. Anche in questo caso trovare l’autobus giusto è stato molto difficile dato che le indicazioni sono tutte in carattere cinese e pochissimi locali conoscono la lingua di Shakespeare. Solo gesti sono riuscito a capire dal conducente che quello era l’autobus giusto diretto verso la località di Hushan (虎山 in caratteri cinesi). La tecnica di guida degli autisti cinesi è tutt’altro che ortodossa: si spinge sempre sull’acceleratore a tavoletta, anche dinanzi a pedoni che stanno attraversando sulle strisce pedonali.

Hushan (in mandarino “Montagna della Tigre”, conosciuto come Fortezza Bakjak dai coreani) è il capolinea orientale della Grande Muraglia, costruito in epoca Ming  (nel XVII secolo) questo tratto corre parallelo al confine con la Corea del Nord. Rispetto al tratto di Mutianyu non bisogna camminare molto perché, per percorrere tutto il corsoì, bisogna compiere un semplice percorso ad anello che poi ti riporta al punto d’ingresso. Dal punto più alto della muraglia, dove la mia presenza suscita la curiosità di un gruppo di turisti cinesi di Chengdu che si divertono a scattare foto assieme a me, s’inerpica un sentiero molto ripido e scosceso (per fortuna indosso le scarpe da ginnastica) che porta in un tratto vicinissimo al confine tra i due paesi, addirittura ad un certo punto puoi toccare con mano il filo spinato che separa non solo due Stati ma due concezioni diverse di intendere il socialismo: il capitalismo di Stato della Repubblica Popolare Cinese che sta conquistando sempre di più il mondo contro il regime semiautarchico e reclusivo della Repubblica Democratica Popolare di Corea.

Il tratto iniziale della Grande Muraglia di Hushan
Il tratto iniziale della Grande Muraglia di Hushan

Un confine militarizzato a Dandong

È la prima volta in vita mia, in un’epoca storica dove si parla molto di confini che vanno cancellati e muri che vanno abbattuti, che vedo un confine “vero” con tanto di recinzione spinata e torrette di guardia (solo sul lato nordcoreano, il lato cinese invece non è presidiato). Se in un primo momento la mia parte emotiva mi fa restare un po’ attonito, quasi spaventato, davanti ad una novità di questo tipo così insolita in Europa, dall’altro la mia parte razionale mi dice che il confine, così crudo e brutale a prima vista, può indicare anche un luogo d’incontro tra due culture e visioni della società diverse dove, grazie al limes, le due parti trovano una maniera per andare d’accordo: della serie “ciò che mio è mio, ciò che è tuo è tuo”.

Sulla mia guida leggo che grazie alla politica migratoria durissima da parte delle autorità di Pechino (i nordcoreani che cercano di sconfinare illegalmente in Cina vengono immediatamente fermati e rimpatriati senza troppi complimenti), nell’ultimo lustro tra i due paesi l’immigrazione regolare e gli scambi lavorativi sono in continua crescita: ormai sempre più giovani nordcoreani vanno nel Liaoning a effettuare lavori stagionali che in Cina sono retribuiti con stipendi che in patria sono un miraggio (ed gli stipendi cinesi non sono neppure così alti) mentre aziende cinesi possono attingere ad una manodopera meno costosa e di sicuro affidamento; inoltre i nordcoreani all’estero possono permettersi usanze e sfizi che in patria sono ancora vietati, dall’utilizzo dei social (come la popolare piattaforma cinese WeChat) ai vestiti più “all’Occidentale”. Al termine dell’escursione a Dandong inquadro con l’obiettivo una torretta nordcoreana che sta a poche centinaia di metri, mentre scatto la foto non mi accorgo che un soldato della vicina Repubblica Democratica Popolare mi stava puntando con il binocolo! Chissà quei poveri soldati cosa stavano pensando mentre vedevano un turista occidentale intento a scrutarli con l’obiettivo della macchina fotografica, ma cosa ci sarà di così curioso nella RPDC?

Il Ponte Rotto sullo Yalu

Tornato a Dandong pranzo in un locale dove trovo una delle poche persone autoctone capaci di esprimersi in inglese, ne approfitto per chiedergli delle informazioni sulla città, della cui storia conosco poco o nulla e sul misterioso vicino nordcoreano. La ragazza, che all’incirca avrà avuto la mia età, mi dice che a Sinuiju (la città nordcoreana che sta proprio di fronte a Dandong) ultimamente ci sono stati dei cambiamenti: in strada sono comparsi infatti i primi veicoli e nuovi imponenti palazzi sono in costruzione, altro non mi aggiunge. Nel primo pomeriggio inizio così la perlustrazione del lungofiume sullo Yalu, il fiume che per tutti i suoi ottocento chilometri segna il confine tra la Corea del Nord e la Cina. La prima attrazione, la più famosa di Dandong, è il cosiddetto Ponte Rotto, un ponte in acciaio che collegava i due paesi e che fu “casualmente” bombardato nel novembre del 1950 dall’aviazione americana. Oggi è rimasto in piedi solo la prima parte del ponte, quella cinese, mentre nella parte nordcoreana si possono vedere solo i piloni di cemento che sbucano dalle acque del fiume.

Dandong, vista di Sinuiju (Corea del Nord)
Nuovi palazzi in costruzione a Sinuiju (Corea del Nord) fotografati dal Ponte Rotto

Una guerra dimenticata ed un’uscita in barca

A questo punto è opportuno fare un piccolo inciso storico che “rompe” la narrazione. La Guerra di Corea è stata una vera e propria tragedia dimenticata e la cui comprensione aiuterebbe a schiarire molte dinamiche cruciali dell’Estremo Oriente. Innanzitutto non viene mai chiarita una questione preliminare di cruciale importanza: la Repubblica Democratica Popolare di Corea viene fondata il 9 settembre 1948, ventiquattro giorni dopo l’istituzione su direttiva americana della Repubblica di Corea, fondata su direttiva americana dal feroce anticomunista Syngman Rhee circondato da una classe dirigente composta in toto da vecchi collaborazionisti coreani (soprattutto gli strati sociali più elevati) durante l’occupazione giapponese. Le autorità sudcoreane nel biennio 1948-50 istituiscono delle squadracce e danno vita ad una repressione paurosa delle forze “di sinistra” (comunisti e socialisti) presenti al di sotto del 38° parallelo che provoca almeno centomila morti. La Corea del Nord attacca così la Corea del Sud per evitare una nuova egemonia giapponese sulla penisola e per punire un governo fantoccio composto da ex collaborazionisti che, al termine del conflitto, avrebbero dovuto essere almeno processati per crimini di guerra. Quando il 25 giugno 1950 il Nord del giovane ex capo partigiano Kim Il Sung invade il Sud, non attacca comunque un nemico pacifico: gli sconfinamenti e le provocazioni lungo il confine da parte dei sudisti fino ad allora erano state infatti quasi all’ordine del giorno.

Gli americani però non stanno a guardare: approfittano dell’assenza dell’ambasciatore sovietico all’ONU e ottengono che il Consiglio di Sicurezza dichiari la Corea del Nord paese aggressore autorizzando così l’invio di truppe. L’attacco è devastante: i loro B 29 lanciano una quantità di bombe che supera quelle sul Giappone in tutta la seconda guerra mondiale, e non solo bombe esplosive ma anche il terrificante napalm. Delle città e dei villaggi al di sopra del 38° parallelo restano in piedi solo i camini; gli americani bombardano addirittura le dighe affinché l’acqua raccolta nei laghi distrugga le case dei gooks (musi gialli) e i loro campi coltivati. Alla fine della guerra, che si conclude con un nulla di fatto solo perché i volontari cinesi aiutano i nordcoreani a fermare l’offensiva americana, si conteranno tre milioni di morti, un numero superiore ai morti giapponesi del secondo conflitto.  Le conseguenze del conflitto sono comunque tangibili: la Corea del Sud resta sotto il giogo dei militari fino agli Anni Ottanta che però, grazie a cospicui aiuti americani, danno vita ad un progresso economico grandioso. La Corea del Nord invece diventa l’attuale “stato caserma” che è ancora al giorno d’oggi  ossessionato dalla volontà di punire gli americani e di chiudere il conto riunificando la nazione coreana.

Mentre cerco di immaginare la devastazione prodotta dagli americani nei posti che si parano davanti ai miei occhi decido di fare una bella uscita in battello di mezz’ora per osservare più da vicino la sponda opposta del fiume, una valida alternativa può essere rappresentata dal motoscafo ma lo sconsiglio perché ci si gode molto meno il paesaggio circostante (inoltre il motoscafo costa 80 Yuan contro i 60 del battello). Ho modo così di osservare imbarcazioni arrugginite che sembrano galleggiare per miracolo e sulla banchina torme di coreani intenti a lavorare in condizioni che dalle nostre parti sarebbero proibitive, servo che quasi tutti i nordcoreani sono vestiti diversamente dai cinesi, ormai completamente occidentalizzatisi nel vestiario, con divise che ricordano quelle dell’epoca maoista.

Dandong: cittadino nordcoreano in riva al fiume
Un cittadino nordcoreano cammina in riva al fiume, da notare l’abbigliamento simile a quello usato dai cinesi in epoca maoista

Passeggiando sul lungofiume

Tornato a riva decido di percorrere il lunghissimo lungofiume (sei chilometri in totale) in direzione Nord: le aiuole e l’erba sono curate benissimo, la pulizia del posto è a dir poco maniacale (difficile trovare una cartina a terra) inoltre non si contano i chioschi che vendono souvenir della vicina RPDC. C’è anche la possibilità, per chi fosse interessato, di farsi fotografare i costumi tradizionali coreani con la Corea del Nord sullo sfondo. Sull’altra sponda invece si possono osservare un complesso di tetre fabbriche che sembrano sbucare da un racconto di Charles Dickens. Dall’aspetto così sinistro penso che quegli opifici siano dimessi invece il fumo nero che esce da una lunga ciminiera mi suggerisce che quelle decrepite fabbriche siano ancora in attività.

Dopo una breve sosta in albergo, alle 18.30 circa scendo sul lungofiume ad immortalare con la mia macchina fotografica tutte le sequenze del calar de sole che qui è particolarmente affascinante come già avevo intuito nella mia prima serata in albergo: sul lato di Dandong infatti, mentre il sole va già, si accende la movida con luci scintillante, gente che cammina o balla, auto che vanno e vengono, musica a tutto volume. Sul lato nordcoreano invece cala un’oscurità ed un silenzio di tomba, le uniche fioche luci che si possono notare provengono da qualche stanza di appartamento.

Un piccolo assaggio di… Corea del Nord

Per cena decido di fare un piccolo assaggio di… Corea del Nord andando a mangiare al Songtaoyuan Fandian, un ristorante di Dandong gestito dalle autorità di Pyongyang e servito da autentiche cameriere della vicina repubblica che si trova a poche centinaia di metri dal Ponte Rotto. All’interno del locale è vietatissimo fare foto e filmati, le cameriere (delle splendide ragazze nordcoreane che credo siano selezionate direttamente dal governo) mi sembrano piuttosto algide e poco in cerca di confidenza. E’ in questo posto che assaggio la “mitica” Taedonggang, la famosa birra prodotta dalla Corea del Nord e che porta il nome del Fiume Taedong che attraversa la capitale Pyongyang. Mentre torno in albergo noto campeggiare in alcuni supermercati locali il simbolo della Taedonggang, che evidentemente viene venduta anche al pubblico cinese. Giunto in albergo mi precipito in letto: non vedo l’ora che sia già domenica, il rimo e unico giorno dove sconfinerò (seppur per poche) ore alla scoperta di un mistero, un mistero chiamato Corea del Nord.

Dandong
Panoramica dove si coglie il contrasto tra la scintillante Dandong (Cina) e la tenebrosa Sinuiju (Corea del Nord)
Lo spot della birra Taedonggang mandato in onda dalla televisione di Stato nordcoreana

(Fine 6a puntata)

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