Il 2019, l’anno che abbiamo appena iniziato, vedrà una rinnovata e sempre più forte competizione internazionale intorno all’Africa. La Cina è ormai il partner principale del Continente Africano, ma anche India e Russia vi si stanno avvicinando con grande velocità, mentre Unione Europea e Stati Uniti vedono rapidamente scemare la loro influenza legata ad una lunga epoca coloniale e neocoloniale.

Nel 2018, per esempio, abbiamo avuto il ritorno ufficiale della Russia nel Continente Africano, dal quale comunque non era mai del tutto uscita, restandovi perlomeno come importante fornitore d’armamenti e know how militare. Nel corso di quest’anno si terrà, a suggello di questo rinato amore, il Forum Russia-Africa, certamente non il primo di una lunga serie d’incontri che hanno visto la Federazione Russa confrontarsi con l’Unione Africana e i vari singoli partner africani.

Molto presente in Africa in epoca sovietica, con governi che le erano strettamente allineati e che ne riproducevano il modello politico, la Russia negli anni di Putin ha comunque mantenuto in vita numerosi rapporti bilaterali ed alleanze, continuando a fornire varie tecnologie, dalle armi all’addestramento militare fino all’elettronica, in cambio di diritti sull’estrazione di minerali e altri settori riguardanti le materie prime. Ora, però, la cooperazione coi paesi africani s’estende anche ad altri nuovi capitoli di grande valore come il nucleare, e la Russia fornirà tecnologie e conoscenze utili a realizzare e gestire reattori e produrre energia atomica.

Nel 2018, l’arrivo di un plotone di militari russi nella Repubblica Centrafricana, ovvero nel cuore della Françafrique di stretto dominio francese, ha fatto capire che Mosca possiede capacità proiettive verso il Continente Africano ben più ampie di quelle, frutto spesso di vecchi luoghi comuni dell’era Eltsin, date per la maggiore negli ambienti europei e parigini in particolare.

Nel frattempo, soprattutto l’Africa Orientale e la regione del Corno d’Africa, fino a pochi anni fa avvinte al controllo occidentale ma prima ancora in orbita sovietica, hanno cominciato a legarsi sempre di più al giro economico creatosi con la Cina, mentre i dati più recenti indicano che gli africani dell’emergente classe media hanno ormai in Dubai la loro meta vacanziera, d’affari o di cure preferita. Anche la classe media sudafricana, la più importante per numeri e ruolo politico, vanta questo legame con Dubai, e ciò testimonia pure il sempre più rilevante ruolo che a loro volta i paesi arabi del Golfo, perlomeno i più avanzati ed aperti, hanno nelle sorti economiche del Continente Africano.

Anche altri attori come la Turchia guardano con interesse all’Africa, e nel 2018 il presidente turco Erdogan ha voluto fare un tour nel Sahel, una regione dove in cooperazione coi paesi arabi del Golfo Ankara ha cercato di propagandare il più possibile una visione di Islam sostitutiva rispetto a quello preesistente, funzionale ad imbastirvi un dominio culturale che precede quello politico ed economico. Si chiama soft power, un’arte che a quanto pare ormai sono in tanti ad aver acquisito, soprattutto quando si parla d’Africa. In tutto questo scenario, le frizioni fra gli Emirati Arabi Uniti ed il Qatar, e la recente spaccatura fra Turchia ed Arabia Saudita, non fanno altro che allargare i margini di manovra per ogni altro nuovo attore interessato a fare una passeggiata in terra africana.

Anche l’India, nel 2018, ha deciso d’effettuare 18 diverse missioni diplomatiche, dal Burkina Faso al Camerun, da Capo Verde al Ciad, dalla Repubblica Democratica del Congo a Gibuti, dalla Guinea Equatoriale all’Eritrea, dalla Guinea alla Guinea-Bissau, dalla Liberia alla Mauritania, dal Ruanda a Sao Tomé e Principe, dalla Sierra Leone alla Somalia, dallo Swaziland al Togo. Si tratta di uno sforzo diplomatico enorme, anche perché letteralmente copre tutte e quattro le regioni del Continente. Quando tale lavoro diplomatico si sarà concluso, l’India avrà effettuato pertanto ben 47 incontri d’alto livello con altrettanti attori africani, e relativa apertura o riapertura di relative ambasciate.

Anche il Giappone guarda con sempre maggior interesse all’Africa: nel 2019 si terrà la settima Tokyo International Conference on African Development a Yokohama, con l’obiettivo d’unire gli sforzi giapponesi a quelli indiani per controbilanciare la crescente ed inarrestabile influenza cinese nel Continente.

Ma, effettivamente, la Cina sembra davvero sempre più influente in Africa, come dimostrato anche dal lusinghiero successo che il FOCAC, il Forum on China-Africa Cooperation, ha raccolto nello scorso mese di settembre. In quell’occasione Pechino ha promesso all’Africa ben sessanta miliardi di dollari, la stessa quantità di denaro già fornita nel 2015. Ai già tanti paesi africani notevolmente dipendenti dal commercio e dagli investimenti cinesi, si sono aggiunte poi nazioni come Gibuti, la Repubblica del Congo e lo Zambia, e soprattutto le ultime due fanno pensare a quanto sia rapida tale evoluzione, visto che solo fino a pochi anni fa erano invece strettamente legate alla Francia e all’Inghilterra.

Volendo allungare l’elenco, potremmo poi citare il Camerun, l’Etiopia, il Ghana, il Mozambico, il Sudan e lo Zimbabwe, la cui amicizia con la Cina è storicamente nota, sebbene pure il Camerun per molto tempo abbia faticato ad uscire dall’ombra di Parigi. D’altronde, se guardiamo a quanto sono aumentati gli investimenti diretti all’estero (FDI) della Cina verso l’Africa, si potrà notare come ci sia stato un grosso salto dai 16 del 2011 ai 40 del 2016, cosa che solo in quell’anno ha piazzato Pechino al quarto posto dopo Stati Uniti (57 miliardi), Inghilterra (55) e Francia (49). Ma da allora i numeri non hanno fatto altro che rafforzarsi, anche perché si calcola che dal 2019 i numeri offerti da Washington, Londra e Parigi inizieranno a calare sempre di più.

In realtà, le strategie economiche per l’Africa all’interno del mondo occidentale sembrano piuttosto confuse e Stati Uniti e paesi europei marciano in questo senso in ordine sparso. L’Inghilterra, per esempio, malgrado la Brexit, aspira ad avere un ruolo principe negli investimenti per l’Africa all’interno del G7, e nel 2018 ha dichiarato di voler investire 50 milioni di sterline oltre ad aprire o riaprire nuove ambasciate in paesi come Ciad, Lesotho, Niger, Swaziland e Gibuti. La Germania, a sua volta, cerca in qualche modo di portare ancora avanti il vecchio progetto di un “Piano Marshall” per l’Africa, anche se in realtà il suo giro d’affari col Continente Africano continua a declinare, al pari di quello degli altri suoi partner occidentali.

Nel frattempo, lo scorso anno, è stata annunciata la nascita del nuovo grande mercato comune africano, l’AfCTA, l’African Continental Free Trade Area, con un PIL da 3.3 trilioni di dollari, ma su cui gravano comunque gli esiti delle elezioni presidenziali che si terranno in paesi chiave del Continente come Algeria, Nigeria e Sudafrica. La contemporanea pace fra Eritrea ed Etiopia, con quest’ultima che ha conosciuto un vero e proprio cambio di regime e di percorso politico, ha già dato importanti indicazioni su quanto imprevedibile sia il corso in atto nel Continente Africano, un corso che comunque non sempre sembra giovare agli interessi di chi, fino ad oggi, vi ha sempre fatto il bello ed il cattivo tempo. Dopo la “decolonizzazione”, l’Africa sembra avviarsi dunque alla “deneocolonizzazione”: finito il colonialismo, tocca ora al neocolonialismo cominciare a levare le tende.

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