Nei giorni in cui si svolgeva, peraltro con successo, la visita del Presidente cinese Xi Jinping in Italia, in molti, a livello nazionale ed europeo, hanno cercato di mettere più di un bastone fra le ruote, ma solitamente senza riscuotere particolari risultati. Lo European Grassroots Antiracist Movement, per esempio, ha lanciato un appello all’Unione Europea e alla Comunità Internazionale, insieme ad altre non meglio precisate “associazioni per i diritti umani” (l’articolo del quotidiano la Repubblica che ne parla, infatti, appare alquanto fumoso), perché si facciano pressioni sul governo di Pechino allo scopo di difendere i diritti dei musulmani della Regione Autonoma dello Xinjiang, in particolare gli Uiguri, che secondo una certa vulgata mediatica recentemente affermatasi in Occidente sarebbero soggetti a gravi discriminazioni e vessazioni da parte delle autorità locali.

Sappiamo, in realtà, come tali “fake news” siano state in realtà ben presto smentite dai fatti, anche perché un certo giornalismo occidentale, a questo punto palesemente in malafede, ha voluto spacciare per repressioni e limitazioni alla vita dei musulmani cinesi quella che in realtà è lotta contro le infiltrazioni terroristiche del fondamentalismo. Che il terrorismo di matrice fondamentalista miri a recare danno proprio ai musulmani dello Xinjiang e di tutta la Repubblica Popolare Cinese, ovviamente, non è stato considerato da nessuno dei tanti colti opinionisti ed analisti occidentali. Del resto, è ciò che è avvenuto a maggior ragione nei Paesi musulmani, dal Maghreb al Mashreq, dalla Libia alla Siria, dall’Iraq all’Iran fino all’Indonesia e via discorrendo, perché ancor più, in questi casi, le vittime del terrorismo salafita e wahabita sono state in primo luogo proprio altri musulmani, colpevoli magari di essere fedeli ai loro governi e di seguire una visione dell’Islam ben più moderata ed incline alla convivenza con le altre fedi e culture che caratterizzano i loro paesi. E qui sorge spontanea la domanda: un governo non ha forse il dovere di tutelare i propri cittadini, difendendoli dal terrorismo? Fino a quando ancora si spacceranno i terroristi, spesso e volentieri sostenuti dall’estero, come semplici cittadini discriminati o come “combattenti per la libertà” alle prese con una dittatura? Abbiamo già visto questo copione in tanti contesti internazionali, e ci meraviglia vedere come ancora vi siano persone disposte a propagandarlo da una parte e a credervi dall’altra.

Del resto, l’appello lanciato da questa organizzazione dimostra ben presto le sue reali finalità nel momento in cui assume le difese anche di altre organizzazioni pseudoreligiose e acclaratamente eversive se non proprio terroristiche come la setta Falun Dafa o Falun Gong che dir si voglia. Si parla infatti del “rafforzamento del regime [sic!] di Xi Jinping, che sta dispiegando il suo progetto totalitario a livello nazionale e internazionale, usando la crescente brutalità contro gli individui e le comunità che si oppongono al suo potere, come i tibetani o membri del Falun Gong”. Già il fatto che si parli di “regime” anziché di governo dovrebbe farci capire la neanche troppo velata “sinofobia” di coloro che hanno scritto e firmato questo appello, e del resto sempre per questa ragione non ci deve stupire il fatto che si tiri fuori anche la vecchia storia del Tibet saccheggiato e represso da Pechino, una favola che ha sempre riscosso un certo facile successo negli ambienti radical chic europei ed americani, dai nostri quartieri bene, abitati da annoiati e benestanti “intellettuali”, fino alle belle ville di Hollywood o ai sontuosi attici di Manhattan.

Guai ad ammettere, per tutti costoro, che il Falun Gong sia per esempio una setta responsabile di azioni criminali contro la società e lo Stato cinese (l’autoimmolazione in Piazza Tienanmen a Pechino di alcuni suoi membri è solo il fatto più celebre e drammatico, ma non è certo l’unico; ma in ogni caso, per costoro, semplicemente non è mai avvenuto e sarebbe forse, nella migliore delle ipotesi, soltanto “propaganda di regime”), oltre che dedita allo sfruttamento umano ed economico di gran parte dei suoi membri, con persone che a causa dei suoi precetti sbagliati hanno smesso di curarsi ammalandosi o addirittura perdendo la vita, e così via. Quando certi fatti non fanno comodo, chi è in malafede semplicemente li evita e li omette, o addirittura, meglio ancora, li nega e li nasconde.

Tuttavia, è continuando a leggere il comunicato che si comprende quali siano le sue reali finalità: le “persecuzioni”, infatti, “devono anche essere collegate al desiderio di Pechino di controllare appieno le ‘nuove strade della seta’, un territorio chiave per lo sviluppo del progetto economico internazionale” di Pechino, “poiché molte infrastrutture legate a questo progetto devono passare attraverso la regione dello Xinjiang”. Guardacaso, ciò che i movimenti terroristici infiltratisi nello Xinjiang intendono realizzare è la secessione di questa regione dal resto della Cina, e il causarne l’ingovernabilità, un’ingovernabilità che poi si estenderebbe a tutta la regione centroasiatica. E’ fin troppo chiaro che tale obiettivo miri da una parte al ridimensionamento della Cina e dall’altra al rendere impossibile il suo collegamento col resto dell’Asia Centrale e quindi anche dell’Europa, proprio impedendo e rendendo inattuabile l’idea della Nuova Via della Seta. Insomma, i firmatari dell’appello fanno proprio questo proposito politico e strategico, e puntano, nascondendosi dietro alle tante infiocchettature sui “diritti umani”, semplicemente a contrastare con ogni mezzo la crescita della Cina e la Nuova Via della Seta che ne testimonia propria la sempre maggior importanza. Guardacaso, fra tutti i simpatizzanti di questa iniziativa troviamo unite le destre e le sinistre accomunate dalla sinofobia, dagli americani Marco Rubio e Bob Menendez al Premio Nobel Mario Vargas Llosa, non senza dimenticare l’ex ministro degli esteri e fondatore di Medici Senza Frontiere, Bernard Kouchner. Dal Venezuela alla Siria, dalla Libia alla ex Jugoslavia, questi nomi è già capitato di sentirli…

Non a caso, nei giorni della presenza di Xi Jinping a Roma, è stato organizzato anche un presidio della comunità tibetana e di quella uigura in Italia, dove si chiedeva a gran voce che il governo italiano fornisse visibilità e sostegno al governo tibetano in esilio, ovvero quello del Dalai Lama sostenuto, com’è ben noto, dai quattrini dell’agenzia CIA National Endowment for Democracy. E’, in pratica, un cerchio che si chiude: i vari elementi anticinesi, manovrati e mantenuti da vari governi e realtà private dell’Occidente, si ritrovano nuovamente insieme in nome della loro causa condivisa. E, infatti, non dovrebbe nemmeno sorprendere che, a quel presidio romano, fossero soprattutto tanti italiani, vicini a questi ambienti, a comporre il grosso della fila. Non c’è neanche bisogno di dirlo, che fra di loro non vi erano soltanto gli ammiratori del Dalai Lama e credenti della Soka Gakkai, ma anche amici e fedeli della Falun Dafa e della Chiesa di Dio Onnipotente (CDO). E, sempre per questa ragione, nemmeno deve sorprendere che le edizioni italiane di Epoch Times, il giornale della Falun Dafa, e di Bitter Winter, molto vicina alla CDO, abbiano in questi giorni scritto di tutto e di più sulle violazioni dei diritti umani in Cina e della necessità di far fallire qualsiasi accordo fra Xi Jinping e il governo italiano. Ma guarda un po’, verrebbe da dire…

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