Settimo Torinese, signora si dà fuoco

Tutte le volte che un imprenditore si toglie la vita si ode una grande moltitudine di voci esprimere grande costernazione, nonché viene ribadita la necessità urgente di politiche favorevoli alla piccola e media impresa, politiche che vengono di continuo promesse e talvolta perfino rivendicate, senza peraltro che si vada mai oltre a misure che costituiscano qualcosa di più di semplici pannicelli caldi: gli ultimi dati ‘Istat’ confermano l’aumento della pressione fiscale anche per l’ultimo trimestre.

Accade più di rado che a compiere il gesto estremo siano dei dipendenti che perdono il loro posto di lavoro e questo seppure le persone in tali condizioni siano molto più numerose degli imprenditori in crisi: questa differenza si spiega, almeno in parte, col fatto che chi si mette in proprio tende molto di più degli altri a fondare l’identità personale sulla propria attività lavorativa, talvolta fino a degli eccessi patologici.

E’ una costante, come risulta dalle parole attribuite agli imprenditori poi suicidatisi, come per loro risulti del tutto insopportabile il senso di colpa nei confronti dei dipendenti che, loro malgrado, mettono in grave difficoltà e delle loro famiglie.

Approfondendo le vicende di questi sventurati si rimane colpiti da come, in moltissimi casi, non sia possibile addossare loro delle grandi colpe, al contrario li si possono riconoscere come vittime delle circostanze se non, nei casi peggiori, del malfunzionamento delle istituzioni: i fallimenti dovuti ai ritardi nei pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, in particolare, gridano vendetta.

In un modo o nell’altro la grande maggioranza dei lavoratori, tanto autonomi che dipendenti, si trovano quantomeno a rischio di venire sottoposti a delle pressioni intollerabili, al limite del ricatto. Una delle situazioni che mettono maggiormente in difficoltà gli individui è trovarsi alle prese, come troppo spesso accade, con incredibili complicazioni burocratiche. Il fatto di essere costretti a intricatissime pratiche, da portare avanti senza il minimo margine di errore, pena la perdita di denaro oppure della possibilità di godere di un diritto che dovrebbe essere acquisito o, perlomeno, il rinviarla nel tempo fa sentire il cittadino inerme, alla mercé dei funzionari pubblici.

Sia chiaro che la burocrazia è del tutto necessaria a un’organizzazione ordinata dello stato, cionondimeno essa dovrebbe risultare più semplice, efficiente ma, soprattutto, dovrebbe essere pensata allo scopo di aiutare le persone e non di complicar loro la vita, se non addirittura di vessarle.

Vittima di una persecuzione deve essersi sentita Concetta Candido, 46 anni, di Settimo Torinese, ricoverata in condizioni molto gravi dopo essersi data fuoco nell’atrio della sede dell’Inps di corso Giulio Cesare a Torino. Licenziata a gennaio dopo dieci anni di lavoro in una pizzeria, non riusciva a ottenere il sussidio che le spettava.

Ciò che colpisce, tanto nei succitati casi riguardanti gli imprenditori che in questa vicenda, è il fatto che le persone reagiscano alla disperazione, pur conseguente a dei soprusi subiti, con condotte autolesionistiche.

L’aggressività verso altri risulta, in siffatte condizioni, invece rara: Claudio Giardello, l’imprenditore che compì una strage al Tribunale di Milano durante un’udienza del processo in cui era imputato per bancarotta è un caso tanto terribile quanto unico. Al tempo spuntarono sui ‘social’ pagine che lo sostenevano, il che è tutto dire: agli occhi di una parte, probabilmente neppure esigua, della popolazione le istituzioni sono odiate e temute, tanto da far apparire come un eroe un individuo che in realtà non merita assolutamente di essere considerato tale.

I recenti fatti di San Donato Milanese, dove un vigile ha sparato a un suo superiore e poi si è tolto la vita appare poi molto strano, considerato che l’omicidio-suicidio è una dinamica che in genere ha più a che fare con la violenza che emerge nella vita privata.

È preoccupante e triste osservare, più in generale, quanto le persone esprimano rabbia contro se stesse, come dimostrano, oltre alle condotte suicidarie, altre meno estreme ma comunque gravemente patologiche, come ad esempio quelle legate alle dipendenze, e troppo poca verso l’esterno, ovvero contro un sistema ingiusto.

Il caso di Torino merita comunque particolare attenzione, poiché la scelta del fuoco e della situazione pubblica sembra esprimere un’estrema forma di protesta, non semplicemente una voglia di farla finita con tutto: anche se le vere intenzioni della signora non possiamo conoscerle, il suo gesto ci fa pensare, per fare un esempio soltanto e senza alcuna allusione politica, a quello di Jan Palach, quindi al sacrificio piuttosto che alla rinuncia.

Purtroppo i giornali sembrano già essersi dimenticati di lei e ciò dimostra l’inefficacia del suo atto, se tale era la sua intenzione, come forma di lotta. D’altra parte nessuna lotta efficace è davvero possibile da chi sente di essere da solo contro tutti, come probabilmente è accaduto a lei.

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