Decreto salva CONI

In Italia amiamo aspettare l’ultimo treno e trovare soluzioni thrilling fuori tempo massimo, senza una ragione precisa, correndo ogni volta dei rischi enormi. L’ultimo capitolo della macchinosità del processo decisionale in salsa tricolore si è concluso due giorni fa, quando il governo guidato da Giuseppe Conte, che di lì a poco avrebbe formalizzato le proprie dimissioni al Capo dello Stato, riesce in extremis a emanare il decreto, etichettato da molti come “salva CONI”, che di fatto ci salva da una figuraccia mondiale e che evita contraccolpi pesanti a livello d’immagine ed economici su tutto il movimento sportivo italiano.

Un azzardo da gioco da casino vip che poteva costarci carissimo, ma che alla fine ci ha permesso di uscire indenni da una situazione a dir poco ingarbugliata. In attesa di capire se le Olimpiadi di Tokyo si svolgeranno o meno, il governo nipponico allo stato attuale non si è ancora espresso in maniera univoca, siamo almeno sicuri che la nostra delegazione potrà portare con orgoglio il nostro tricolore sulle maglie e potrà gioire delle medaglie vinte ascoltando le note dell’inno di Mameli.

Ma andiamo a ripercorrere le tappe che hanno portato il CIO a contestare al massimo organo dello sport nazionale, la violazione di una norma della Carta Olimpica.

La materia del contendere

Per capire cosa è successo è necessario tornare indietro di due anni sino alla riforma portata a termine dal governo Conte, nella sua variante con la Lega, che ha cancellato l’autonomia del CONI con l’eliminazione della CONI spa, e la sua sostituzione con l’azienda Sport e Salute Spa, il quale azionista unico è il Ministero dell’Economia. Una divisione tra il governo dello sport e gli aspetti più prettamente economici che, per gli ideatori della riforma, avrebbe dovuto semplificare l’attività di tutto il sistema dello sport italiano, con una riduzione del carico burocratico, l’eliminazione dei conflitti d’interesse e un aumento della trasparenza a livello decisionale e gestionale.

L’ingresso del ministero dell’Economia come gestore dei fondi del CONI ha fatto venir meno uno degli aspetti fondanti dei massimi organi sportivi nazionali, ossia la loro autonomia. Nonostante i continui richiami da parte del CIO, la situazione si è trascinata per quasi due anni senza che il ministro Spadafora si facesse carico di trovare una soluzione che evitasse le sanzioni che, non avrebbero pregiudicato la partecipazione dei nostri atleti alle manifestazioni internazionali, come appunto le Olimpiadi, ma li avrebbe costretti a gareggiare come atleti indipendenti senza bandiera e senza inno.  

Due anni di confronti e il decreto in zona Cesarini

Il conflitto con le norme che regolano l’autonomia dei governi dello sport statali presenti nella Carta Olimpica è sembrata subito chiara e i membri del CIO hanno ribadito a più riprese, che i rischi di sanzione per il nostro paese erano concreti. A fine giugno 2019 ci vengono assegnati i giochi olimpici invernali del 2026, ma dopo l’estate arriva una lettera ufficiale che elenca i 6 punti della riforma che andavano a violare la normativa internazionale, e nella quale si ipotizzava anche il rischio di decadenza per i giochi di Cortina-Milano. Ai solleciti del CIO non ha fatto però seguito alcuna iniziativa del governo. Arriva la pandemia, passano i mesi e ci si ritrova direttamente a settembre, mese in cui il CONI invia un documento al ministero dello sport in cui si boccia senza mezzi termini il testo della riforma. 

Con la scadenza fissata dall’esecutivo del Comitato Internazionale Olimpico per il 27 gennaio, il presidente del CONI chiede al governo un provvedimento tampone da parte del governo in grado di evitare delibere del CIO con sanzioni che avrebbero colpito pesantemente tutto il movimento sportivo nazionale. La soluzione arriva clamorosamente il 26 gennaio con un decreto che “attribuisce al CONI una propria dotazione organica di personale, anche dirigenziale al fine di assicurare la piena operatività del Comitato olimpico nazionale italiano e la sua autonomia e indipendenza quale componente del Comitato olimpico internazionale (CIO)”. Malagò festeggia e chiama in tutta fretta il presidente del CIO Thomas Bach per dargli la notizia. Pericolo scampato, ma le ombre sull’operato della nostra classe dirigente rimangono.

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