E’ storia recente il decreto “Salva Italia”, quella serie di provvedimenti grazie ai quali il governo tecnico di Mario Monti avrebbe dovuto salvare il Paese dal baratro.

Una gigantesca montatura ai danni dei cittadini italiani, che ha portato ad aperture indiscriminate, ha messo a repentaglio la tenuta delle famiglie e la dimensione personale dei lavoratori dipendenti.

Torniamo indietro nel tempo: è l’anno 2012, e il decreto “Salva Italia”, studio dei bocconiani decantato dall’allora Premier Mario Monti, secondo il quale le aperture domenicali avrebbero aumentato consumi e ed occupazione, viene approvato.

Oggi, fine del 2017, l’ISTAT ne ha decretato il fallimento totale. Non solo non ha generato alcuna esplosione del PIL, come si pensava, al contrario, la disoccupazione non è affatto calata grazie al provvedimento del governo, che ha spalmato su sette giorni vendite e giro d’affari di sei giorni, sono aumentate le spese e si è arrivati ad organizzare turni di lavoro assolutamente assurdi ed irrazionali.

Paesi come Germania, Austria e Polonia hanno già fatto marcia indietro su questo settore, respingendo le aperture indiscriminate. Si tratta di una questione “etica, morale e valoriale”, come hanno osservato gli Assessori Roberto Marcato (Commercio) e Manuela Lanzarin (Politiche Sociali) della Regione Veneto. Infatti, non si tratta solamente di lavorare di domenica e durante le festività, ma anche riuscire a garantire una giusta concorrenza tra le varie forme di distribuzione, dalla piccola alla grande, passando per la media.

Al momento attuale ci troviamo in una mancanza di regole, una sorta di “giungla”, che deve portare il Governo ad intervenire legiferando a tutela dei lavoratori e della produzione.

Intanto, per il 22 dicembre, è previsto uno sciopero nazionale dei lavoratori aderenti alla Federdistribuzione e della Distribuzione Cooperativa. A margine della questione, c’è anche l’apertura di nuovi centri commerciali, altra piaga di quest’epoca. Sempre la Regione Veneto, per opera dell’Assessore Marcato, ha annunciato un emendamento, in linea con le proposte di Confcommercio, secondo il quale i Comuni che decidono di aprire un nuovo centro commerciale dovranno avere l’avallo e la concertazione di quelli limitrofi. Senza accordo di base, non vi sarà l’autorizzazione. Piccoli passi avanti per garantire un’equità e contrastare lo spopolamento dei centri storici.

Lo stesso quotidiano francese Liberation, poco tempo fa, ha affermato in un articolo che “il dilagare periferico della grande distribuzione ha lasciato dietro di sé città sinistrate e vuoti d’identità”. Non è un problema solo italiano, infatti. Eppure, si può agire. Archiviando definitivamente la disastrosa esperienza del governo tecnico di Mario Monti, e pensando al futuro.

Ricordiamo che la Confesercenti, assieme alla CEI, Conferenza Episcopale Italiana, ha raccolto nel 2013 quasi 200mila firme per chiedere che la materia d’apertura degli orari dei negozi passasse di competenza della Regioni. Una proposta onesta e ragionevole, che tanti sperano possa essere accolta.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non accendere flames e di mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected].

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.