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trump delirio

Donald Trump in pochi giorni ha sconfessato buona parte della sua campagna elettorale. Sì, perché quanto avvenuto in circa due settimane dalle parti di Washington comincia a somigliare molto a tutto ciò che si temeva di Hillary Clinton.

La svolta del tycoon non è solo sostanziale, ma anche di forma. Certo il miliardario newyorchese non ha mai eccelso in qualità diplomatiche. Quella di presentarsi come l’uomo della strada con un linguaggio franco e diretto è stata di certo l’arma in più che ha permesso al Presidente Usa di vincere le elezioni di novembre.

Ma è stato un pregio così come un difetto, che ha fatto cascare il tycoon in alcune gaffe reali o diplomatiche, come la telefonata al presidente del Taiwan, con il quale per prassi consolidata gli Stati Uniti non parlano, essendo la Cina Popolare l’unico rappresentante del popolo cinese e l’unico governo riconosciuto da Washington dal 1979.

Dal rifiuto del Congresso della proposta di riforma dell’Affordable Care Act (l’Obamacare), la riforma sanitaria tanto avversata dai repubblicani, Trump ha sconfessato se stesso. Ha bombardato la Siria in modo unilaterale sulla base di illazioni senza prove, quando aveva riconosciuto ad Assad di combattere il terrorismo. Ha disconosciuto Putin dicendo che la Russia sostiene il diavolo, voleva creare un’organizzazione internazionale contro il terrorismo coinvolgendo la Russia, ma ha agito unilateralmente contro chi da sei anni il terrorismo lo combatte. Infine ieri si è contraddetto da solo quando ha dichiarato che “ora la NATO non è più obsoleta”. Bisognerebbe chiedergli cosa sia cambiato in cinque mesi nel mondo da fargli ritenere la NATO un mezzo efficace contro il terrorismo.

Ciliegina sulla torta sono state le sue dichiarazioni alla Fox, dove si vanta di aver detto al presidente cinese Xi, durante l’incontro della settimana scorsa in Florida, testuali parole: “Lo sai che in questo momento stai mangiando una torta di cioccolata di colui che ha appena bombardato la Siria?”. Un fare spaccone pericoloso che cercando di mettere in bocca a Xi cose mai dette dal Presidente cinese (ovvero l’assenso alle azioni degli americani in Siria) fa provocazione e getta scompiglio nella politica internazionale.

Un qualcosa di molto simile al fare spaccone di Hillary quando da Segretario di Stato si beava dell’uccisione di Gheddafi con un latineggiante “We came, we saw, he died”.

Mentre scriviamo questo articolo cresce la tensione anche in Asia Orientale, nella quale Trump è deciso ad ottenere qualcosa anche su quel fronte, minacciando la Nord Corea. Non proprio un atteggiamento pacifico quello del tycoon nelle ultime settimane.

Ci chiediamo che fine abbia fatto il Trump che in campagna elettorale stigmatizzava la guerrafondaia Clinton (“con lei alla presidenza sarà terza guerra mondiale”, oggi riceve i suoi complimenti), o il Donald Trump che appena eletto non lesinava parole di pace: “non cerchiamo ostilità con gli altri paesi”.

È un Trump lontanissimo da quello attuale che attacca la Nord Corea, un paese che con tutti i suoi difetti e il modo incauto in cui compie i test, il paese comunista sviluppa il nucleare dagli anni ’60 e se fosse davvero il paese canaglia che tutti dicono avrebbe usato queste armi nucleari da un bel pezzo contro uno dei suoi numerosi avversari nella regione.

È un Trump lontanissimo anche dal popolo che lo ha sostenuto e che ad oggi possiamo dire che è stato completamente tradito. Trump è stato eletto soprattutto per far fronte alla crisi che l’economia delle grandi banche d’affari statunitensi e le politiche guerrafondaie sostenute dalla FED (dollari stampati per far fronte ai debiti dei numerosi fronti di guerra aperti da Washington negli ultimi decenni).

La presidenza Trump avrebbe dovuto inaugurare una nuova fase isolazionista di Washington, nell’arco della quale l’amministrazione Usa avrebbe dovuto dedicarsi a riequilibrare l’economia interna soprattutto dal punto di vista commerciale, dove gli squilibri verso potenze come la Cina sono diventate insostenibili. Il popolo negli Usa, almeno le classi subalterne e il settore industriale sono stanchi di sacrificare uomini per guerre lontane dal suolo natio e di vedere interi complessi industriali chiudere perché non si è saputo fronteggiare le sfide della globalizzazione.

È chiaro che ormai tutte le intenzioni che animavano Trump siano state completamente sconfessate negli ultimi giorni. Difficile credere che quello del tycoon fosse un bluff, sebbene in campagna elettorale si sa, a volte si dice tutto e il contrario di tutto. Ma i repubblicani non avevano certo bisogno di creare il personaggio Trump per fargli fare cose che avrebbe fatto benissimo un Rubio o un altro candidato neocon simile a lui. Da parte sua il tycoon non credo avesse l’intenzione di scendere in politica per fare guerra a mezzo mondo o farsi comandare come un pupazzo da qualcuno con tutto il patrimonio del quale dispone.

Anche negli Usa ormai iniziano a domandarsi cosa abbia spinto Trump a far fuori addirittura il suo più stretto (e criticato) consigliere Steve Bannon. Una delle teorie più accreditate è quella della faida interna alla famiglia Trump, dove Ivanka fomentata dal genero Jared, di religione ebraica con un atteggiamento abbastanza ortodosso, dicono, abbia influenzato le scelte del padre una volta arrivato alla presidenza. Nelle ultime ore infatti anche Jeff Sessions è stato interrogato dai giornalisti su dei presunti contrasti fra lui e Ivanka e Jared. Una tesi tuttavia da verificare.

La soluzione più semplice, direbbe Guglielmo di Occam, spesso è quella reale. E non si può non notare come già dalle primarie la candidatura di Trump era forte dal punto di vista elettorale ma debole per il suo scarso carisma nei confronti dei vertici del partito. Trump malgrado la vittoria sembra non essersi riuscito a costruire una base solida a sostegno delle proprie idee politiche all’interno del partito repubblicano, né ha saputo costruire una lobby vera che scalzasse le altre all’interno del GOP, nonostante la grande disponibilità di danaro.

Il tycoon potrebbe dunque aver pagato questa debolezza e la svolta degli ultimi giorni esser partita dal fallimento delle riforme interne, le quali per il loro contenuto sarebbero dovute piacere a tutto il GOP, mentre sono state respinte bloccando di fatto l’iniziativa politica di Trump. Il presidente Usa ha in poche parole bisogno di guadagnare consensi all’interno del partito per poter agire con le riforme riguardanti questioni interne, ma per farlo ha bisogno di ottenere quei risultati in politica estera che accontentino i falchi del partito.

Tuttavia come l’Unico Anello della saga tolkienana i nuovi risvolti del potere della presidenza potrebbero corrompere lentamente, ma definitivamente il tycoon, la cui vittoria di novembre potrebbe rapidamente trasformarsi in farsa, a meno di clamorosi colpi di scena. Fatto sta che la vicenda trumpiana insegna che i partiti e la politica non si improvvisano, neanche con i soldi, il bipolarismo Usa si è forgiato su decenni di storia e di certo non può essere scalfito dall’oggi al domani, specialmente se nel frattempo le differenze tra i due principali partiti Usa sono diventate minime.

Intanto nella serata di mercoledì Tillerson e Lavrov sono giunti a un accordo seppur dopo ore di discussioni accese a Mosca, nelle quali è intervenuto nelle fasi finali anche il Presidente Putin. Ci sarà una commissione ONU condotta da diversi paesi sulle armi chimiche in Siria, tuttavia il disappunto da parte di Mosca è evidente e Putin ha sottolineato che i rapporti tra Usa e Russia con la presidenza Trump sono addirittura peggiorati.

Se questi sono i chiari di luna c’è poco da stare tranquilli per il mondo, nell’ultimo articolo su Trump avevo evidenziato come il pericolo fosse quello di emulare Bush, ma se non si danno una calmata dalle parti della Casa Bianca c’è il rischio di fare ben peggio, e il Nuovo Secolo Americano potrebbe essere il secolo del nuovo medioevo post-nucleare.

Mirco Coppola

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UN COMMENTO

  1. Credo ci all’interno dell’america potrebbero nascere problemi grandi sociali quando le sue politiche protezionistiche avranno riflessi anche sulle esportazioni americane, e di contempo una politica estera completamente diversa da quella che aveva dichiarato in campagna elettorale.
    In effetti appena è stato insediato dopo un inizio che sembrava in linea poi ha rovesciato tutto.
    Questo potrebbe costargli l’appoggio di quella america che aveva creduto in lui e che invece ora si trova buggerata malamente.
    Insomma …hanno votato Trump per poi ritrovarsi la Clinton

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