Il referendum che si terrà il 17 Aprile prossimo, nel tentativo di bloccare la possibilità di estrarre idrocarburi dalle piattaforme marine entro le 12 miglia dalla linea di costa, sta sortendo se non altro l’effetto di aprire una riflessione utile sui temi ambientali e sulla politica energetica italiana, cose peraltro che non riguardano in alcun modo il quesito del referendum stesso.

Non mi interessa parlare nel merito di un referendum (che riguarda un piccolo cavillo), su cui è stato scritto di tutto e di più e che in questi giorni sta animando il dibattito in rete e nei talk televisivi. Personalmente ritengo sia strumentale e potenzialmente dannoso, ma preferisco concentrarmi su alcune, a mio avviso preoccupanti, logiche di fondo che emergono genericamente nei ragionamenti dei sostenitori di supposte “cause ecologiste”, che sembra però si stiano diffondendo parecchio a livello della pubblica opinione. Si tratta ovviamente di un breve elenco di clichè che non ha pretese di scientificità, ma che a naso sembrano sempre più diventare atteggiamenti di senso comune.

1. Il catastrofismo: per carità, un buon realista deve obbligatoriamente scontare una certa dose di pessimismo, ma l’illogico allarmismo che spesso accompagna la divulgazione e l’informazione “ecologista” è perfettamente coerente con la cultura dell’emergenza perenne in cui siamo sempre più abituati a percepire ogni evento che irrompe nel nostro quotidiano. Certamente le logiche mediatiche hanno un ruolo importante nel favorire questo tipo di comunicazione sensazionalistica, ma non per questo non si devono condannare questi metodi di informazione potenzialmente paranoici. Si favorisce così un modo psicotico di affrontare la realtà in un susseguirsi di stati di shock che ci impedisce di avere una valutazione obbiettiva dei fenomeni sociali e naturali che tessono la nostra vita relazionale. Gli esempi si sprecano, dalle epidemie all’immigrazione, dall’alimentazione alle sofferenze bancarie, ecc…

2. Atteggiamenti demagogici tendenzialmente illiberali: caso limite ma sempre meno residuale, legato al catastrofismo. Una sorta di paternalistica volontà di proteggere “quelli che non capiscono” o che “non vogliono capire” da loro stessi, in un proliferare di campagne abolizioniste e petizioni che talvolta sfiorano il ridicolo nel tentativo di trovare la giusta causa per limitare la libertà di scelta di persone adulte e responsabili (es. aboliamo l’utilizzo dell’olio di palma, impediamo ai cinesi di mangiare cani, ecc…);

3. Cultura anti-industriale e decrescista: veniamo all’aspetto più importante, in quanto si riferisce ad un atteggiamento culturale ampio che implica una certa visione della società. Dietro molte campagne “ambientaliste” si cela un odio ideologico verso il consumo (che non è una critica al consumismo) e verso l’industria. Quante volte viene chiamata in causa, a sproposito, la tutela del nostro patrimonio naturalistico, avallando in questo modo scelte contrarie allo sviluppo produttivo e infrastrutturale del paese? Quante volte viene auspicata una decrescita (ovviamente felice) da gente che dimentica che il Pil non misura solo la produzione ma anche il reddito? Sono logiche pericolose in quanto auspicano che l’Italia debba diventare un paese di ristoratori, bagnini ed affitta camere – esponendo ancora di più la nostra economia a shock idiosincratici, ovvero quando ci si specializza in un solo settore e questo per una qualche ragione va in momentanea difficoltà l’economia entra in una crisi peggiore poiché ha perso competitività negli altri settori – anziché un paese libero di investire e di tutelare le sue imprese strategiche, comparti industriali produttivi e a più alto livello tecnologico. Un punto di vista che vede l’innovazione tecnologica, la difesa del territorio e la riconversione ecologica in assurdo contrasto con la difesa di settori che ancora oggi garantiscono investimenti, alti livelli di produttività, e occupazione qualificata.

Spesso poi si punta il dito contro grosse aziende multinazionali dell’industria energetica, ree dei “peggiori crimini contro l’umanità”. Sono decenni che l’Eni (per fare l’esempio più eclatante) lavora nello sviluppo di infrastrutture e strumentazioni per l’approvvigionamento energetico, anni che finanzia il miglioramento dei network scientifici finalizzati allo sviluppo di progetti a lungo termine per l’innovazione tecnologica non solo nel petrolio e nel gas, ma anche nelle rinnovabili e nei sistemi di sicurezza dell’impatto ambientale. Nonostante la realtà riveli che questa sinergia effettiva e indispensabile tra le fonti energetiche stia aiutando a raggiungere progressivamente grandi obbiettivi di ricerca e innovazione e stia accompagnando la transizione verso energie sempre più sicure e pulite, non si perde occasione per attaccare pretestuosamente l’industria nazionale e con essa le potenzialità stesse dello Stato italiano. In un momento, peraltro, in cui non c’è certo bisogno di “sfascismo”.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome