Sono passati meno di tre mesi da quando Dilma Rousseff è stata sospesa dalle attività di presidente, subendo l’impeachement da parte del parlamento brasiliano. L’accusa formale è stata quella di aver falsificato i conti dello Stato per mascherare la gravità della recessione nella quale il Brasile naviga dal 2014, a causa del calo dei prezzi del petrolio e delle materie prime, di cui è un forte esportatore, e quindi della domanda esterna.

A fine giugno, nel silenzio più completo dei mass media, una commissione istituita dal Senato per indagare su questi capi di accusa ha prosciolto la presidente da ogni sospetto di frode, rilasciando una documentazione di 224 pagine le cui conclusioni escludono la partecipazione della Rousseff nella presunta manipolazione dei bilanci di Stato. Tali risultati non sono di per sé vincolanti, nel senso che un processo avrà comunque luogo – forse in Agosto – dal momento che l’attuale sospensione da presidente è solo temporanea, ma queste evidenze accrescono i dubbi che diversi analisti e media brasiliani e internazionali hanno avanzato circa la reale causa scatenante dell’impeachement.

Di per sé l’accusa di falsificazione dei conti è solo una delle tante, insieme a quelle di corruzione e di svariate attività illegali, ed è questo il punto: l’intero dibattito si è concentrato primariamente su quella ipotesi di reato, e non sulle altre. Per un motivo molto semplice: sugli accusatori di Dilma Rousseff pendono altrettante cause per frode, corruzione attraverso tangenti, finanziamenti illegali. Ecco il motivo per cui i suoi avversari hanno puntato sull’utilizzo distorto di un potere presidenziale e non sulle tradizionali corruttele.

Senza dilungarsi, è stupefacente notare come attualmente Eduardo Cunha, presidente della Camera dei Deputati durante la procedura di impeachement, sia ora sospeso per avere mentito sulla natura dei suoi conti correnti svizzeri, carichi di soldi sporchi, e il facente funzione della Rousseff, Michel Temer, abbia perso in un mese tre dei suoi ministri prescelti per corruzione, sia fortemente sospettato di aver ricevuto fondi illegalmente e sia al centro di processi sulla ”Tangentopoli” brasiliana. In questo clima scandaloso, nel quale chi punta il dito contro Dilma Rousseff per corruzione è il primo dei corrotti, e il teorema accusatorio di base è stato smontato dall’investigazione parlamentare, in molti hanno gridato al golpe ”legale”, e le riforme macroeconomiche in senso neoliberista che Temer vuole portare avanti in sé lo confermano, con le fresche nomine di Henrique Meirelles, ex-amministratore delegato di Wall Street (e cittadino statunitense), a ministro delle Finanze, e di Ilan Goldfajn, affiliato all’FMI (con cittadinanza israeliana), a nuovo presidente della Banca centrale del Brasile. Un ennesimo caso esemplare della penetrazione del “Washington Consensus” in America Latina.

Nel mentre sta per cominciare la vera battaglia di Dilma Rousseff per il reinsediamento nei suoi uffici. Rigettando le accuse, la legittima presidente del Brasile ha dichiarato di essere vittima di un complotto dell’estrema destra per rimuoverla dal governo senza passare dalle elezioni e per smantellare le conquiste sociali del binomio Lula-Rousseff, in anni che hanno elevato il Brasile a rango di potenza emergente e membro di punta dei BRICS.

Federico Pastore

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