Guardarsi intorno con gli occhi pieni lacrime e non vedere più niente. Cercare invano sul display del telefonino il messaggio della donna che ti ha lasciato solo perché non sei in grado di assicurarle un futuro. Osservare con “invidia” dei bimbi che giocano beatamente sotto lo sguardo protettivo dei loro genitori e sentire un tuffo al cuore perché sai che oltre ai sogni, ti è stata negata la normalità di poter anche solo immaginare un futuro da padre.

L’inferno che molti temono nell’aldilà è lì davanti a te ogni giorno, lastricato di quei soliti “le faremo sapere”, di quella “posta in arrivo” che non contiene mai quell’atteso riscontro, dei curriculum in tutti i formati che riempiono solo i cestini e di quelle porte chiuse alle tue spalle, dolorose come un calcio in culo. Bestialità di una vita che, come direbbe Emil Cioran, ti hanno calpestato e schiacciato, tagliandoti le ali in pieno volo e derubandoti di tutte le gioie cui avevi diritto.

Magari speri che quel vento che spazza la riviera, cacci via quella tristezza che ti soffoca ma anche lui prende un’altra direzione, come quell’impiegato infastidito, quell’amico distratto e quell’amore “confuso” che ti hanno spinto lì. Ruote dentate di un ingranaggio che solo chi è al sicuro si ostina ancora a chiamare esistenza.

“Stufo”. Una parola ripetuta tante volte nella lettera di Michele che risuona mestamente come la campana a morto di una generazione stanca di fare sforzi senza ottenere risultati, di ricevere critiche e di inanellare inutili colloqui come fossero perline da bancarella. Ragazzi stufi di sprecare sentimenti e desideri, di invidiare, di chiedersi cosa si prova a “vincere” (uno stipendio dignitoso, la possibilità di poter accendere un mutuo, la prospettiva di poter mettere su famiglia), di dover giustificare la propria esistenza senza averla determinata, di dover rispondere alle aspettative di tutti, di essere presi in giro, di essere messi da parte.

Quello del giovane friulano è un durissimo atto d’accusa contro i “gendarmi” in divisa e in borghese di un sistema ingiusto che stupra i sogni e le esistenze come fanno i magnaccia con le malcapitate da avviare alla prostituzione. Le scellerate politiche dei governi degli ultimi venti anni, hanno crivellato diritti e garanzie, rendendo bene di lusso ciò che dovrebbe essere ordinario.

“Le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente”. Questa non è la profezia apocalittica di un depresso ma la fotografia impietosa di un paese devastato economicamente e socialmente che ha spinto Michele ad una tremenda vendetta per “il furto della felicità”.

“La disperazione, scrisse un giorno la giornalista e scrittrice statunitense Mignon McLaughlin, è rabbia senza alcun posto dove andare”. La rabbia di un ragazzo che ha detto addio alla vita troppo presto perché stanco di cercare, di credere e di volere.

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica