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Il ‘Corriere della Sera’ ha pubblicato, in data 28 marzo, un pezzo di Gian Antonio Stella che trattava il tema del gioco d’azzardo, nel quale si chiamava in causa lo psichiatra Paolo Crepet, volto noto grazie alle sue frequentissime presenze televisive.

L’articolo in questione ha suscitato un vespaio: il ‘Codacons’ (Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori) ha chiesto addirittura la radiazione di Crepet dell’albo professionale d’appartenenza.

‘Adiconsum’, associazione di consumatori facente capo alla ‘Cisl’, ha protestato e pubblicato una serie di dati relativi alla ludopatia, i parlamentari del ‘Movimento 5 Stelle’ hanno chiesto alla ‘Rai’ di smettere d’invitare Crepet nelle sue trasmissioni perché avrebbe sdoganato il gioco d’ azzardo.

Il 30 marzo lo psichiatra si è difeso con uno scritto, pubblicato da ‘Huffingiton Post’, nel quale ha tenuto a sottolineare di non aver redatto una perizia, come aveva affermato Stella, bensì espresso un parere sul tema su richiesta di ‘Lottomatica’, che poi l’aveva utilizzato in tribunale nell’ambito di una causa che la vedeva opposta al Comune di Bergamo. Ha quindi espresso sorpresa in quanto le sue idee sull’argomento sono pubblicamente note da diversi anni, ribadite più volte in trasmissioni televisive, dibattiti pubblici e in un’audizione al Senato: come mai, si chiede, solo ora hanno suscitato reazioni così violente? Crediamo che ciò si debba soprattutto alla visibilità che, nel bene e nel male, può dare una firma nota come quella di Stella.

La tesi di Crepet è che, considerati i dati scientifici finora a disposizione, non sia possibile stabilire l’esistenza di un rapporto causa-effetto tra il gioco e le sue conseguenze psicopatologiche, anche perché spesso accade che i giocatori siano così coinvolti in altri problemi che è difficile capire quale sia la patologia di partenza.

Entrare nel merito non è semplice: come spesso accade diversi membri della comunità scientifica si schierano su diverse posizioni teoriche ed interpretative. Alcuni, ma di certo non tutti, se interpellati, si direbbero d’accordo con Crepet.

Le discussioni tra le due fazioni sarebbero incomprensibili, oltre che molto noiose, per i non addetti ai lavori, vertendo su tecniche di raccolta e di analisi statistica dei dati. I risultati disponibili non sono certo conclusivi, d’altra parte lo stesso si può tranquillamente dire in merito ad altri disturbi psichiatrici, ma non c’è dubbio che il problema esiste, fatto di cui Crepet stesso, come si può evincere da diverse sue dichiarazioni, è perfettamente conscio. E se il problema esiste e rovina la vita di molti cittadini dev’essere contrastato, allora non comprendiamo come egli si possa chiedere “come potrebbe mai un Ministero della Salute emanare delle norme per contenere un fenomeno che nemmeno conosce?”.

La risposta è ovvia: in via precauzionale. I tempi della conoscenza scientifica non sono gli stessi della politica in genere, né della politica sanitaria nello specifico: talvolta c’è la necessità di agire scommettendo, per così dire, sulla base delle conoscenze al momento disponibili.

Crepet ha ragione nell’accusare coloro che concedono le licenze, che potrebbero risolvere il problema alla radice ma non vogliono rinunciare agli introiti che il settore convoglia attraverso la tassazione al Ministero delle Finanze. In effetti ha qualcosa di schizofrenico un’organizzazione statale che non solo autorizza, ma perfino organizza le scommesse (vedi lotterie) e poi chiede al Servizio Sanitario Nazionale di curarne gli effetti.

Crediamo però che anch’egli sia responsabile, nella misura in cui afferma che “non si tengono in considerazione alcuni effetti positivi del gioco, quali la socializzazione, il diritto al gioco, la possibilità di alleviare la propria amarezza o la propria tristezza”:
basta fare un giro in una qualsiasi ‘sala bingo’ per vedere come le persone non socializzano per nulla, ma tengono fissa la loro attenzione sulle cartelle che hanno acquistato. Ad ogni giro perdono quasi tutti e i pochi che vincono si mangiano tutto nei giri successivi, come ben spiega il ‘teorema della rovina del giocatore’ (http://www.opinione-pubblica.com/azzardopatia-sempre-piu-giovani-a-rischio/), così che alla fine vince sempre e soltanto il banco.

‘Diritto al sogno’, poi, sembra davvero una formula pubblicitaria. E che cosa ci si può permettere di sognare? Soldi. Ma chi riesce a desiderare solamente di avere più soldi, magari senza sapere esattamente che farne una volta pagati i debiti (di gioco, magari…) ha già perso ogni facoltà di sognare.

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