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Con lo slogan “Yes, we can!” tutto era iniziato, nel 2008, e con lo stesso slogan tutto è finito, nove anni dopo. A Chicago, di fronte ad una platea di ventimila persone visibilmente commosse, Barack Obama ha infatti concluso proprio col suo ormai celebre slogan il suo ultimo discorso agli statunitensi; perlomeno l’ultimo nei panni di Presidente. Tuttavia, stavolta, ha anche aggiunto: “Yes, we did”. A sottolineare che effettivamente “ce l’abbiamo fatta”, perchè “oggi l’America è migliore”. La promessa di cambiamento prospettata nel 2008, secondo Obama, è stata mantenuta: “Lo abbiamo fatto, lo avete fatto”, ha ribadito, puntando soprattutto sul salvataggio dell’industria automobilistica nazionale e sulla legalizzazione delle nozze gay, due esempi a suo parere altamente esemplificativi della propria azione politica.

Il discorso di Barack Obama, tuttavia, non s’è concentrato tanto sui risultati raggiunti negli otto anni d’Amministrazione, anche perchè a guardar bene non proprio tutte le promesse ventilate nel 2008 sono state poi effettivamente raggiunte o mantenute; piuttosto, il Presidente uscente s’è soffermato sulla “eccezionalità” degli Stati Uniti e sulla loro irripetibile missione nel mondo, una condizione che tuttavia dipende da dei “valori”, ha ripetuto, da salvaguardare con grande cura. Il riferimento, forse neanche troppo velato, a Trump, è abbastanza chiaro; e infatti Obama ha poi aggiunto che “E’ stato un onore servire gli americani, non mi fermerò. Continuerò a farlo per il resto dei miei giorni”.

L’allusione a Trump è stata più volte ripetuta, ma senza che mai venisse fatto il nome del successore. L’ISIS sarà comunque sconfitta anche senza discriminare i musulmani d’America, è stata la prima stoccata. Negare i cambiamenti climatici “sarebbe tradire le generazioni future e lo spirito del Paese”, è stata la seconda. Infine, gli Stati Uniti non devono diventare, con Trump, uguali alle altre potenze definite “rivali”, ovvero la Russia e la Cina: “non possono eguagliare la nostra influenza nel mondo a meno che non siamo noi a mollare quello in cui crediamo e ci trasformiamo in un altro grande Paese che fa il prepotente con i vicini più piccoli”. Più che un discorso di congedo, è sembrata una nuova chiamata alle armi diretta al popolo del Partito Democratico, una promessa di non svestire l’armatura dopo il 20 gennaio ma al contrario di voler continuare ad ostacolare Trump anche dopo l’uscita dalla Casa Bianca.

Obama ha infine rivolto il suo personale e diretto ringraziamento alla moglie Michelle: “Sei la mia migliore amica. Mi hai reso orgoglioso, hai reso orgogliosa l’America”. Una sorta d’investitura per colei che, secondo le aspettative di molti, sarà chiamata a sfidare Trump nel 2020.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

UN COMMENTO

  1. Ha iniziato raccontando balle e ha finito nello stesso modo. Il dramma vero consiste nella eccessiva quantità di americano che lo acclamano anora e non hanno capito di che dimensione di cretino-criminale si tratta. Sono gli stessi cretini che in gran parte popolano gli USA.

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