I tentativi d’ostacolare e disturbare in vario modo la Cina vengono portati avanti da sempre, da ben prima che venisse proclamata la Repubblica Popolare Cinese nel 1949. Chi conosce, anche solo per sommi capi, la storia della Cina nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, saprà bene come i paesi occidentali ed il Giappone abbiano sempre fatto tutto quel che potevano per destabilizzarla ed approfittare, economicamente e politicamente, delle sue “crisi indotte”.

Dunque quel che vediamo oggi, con la “Umbrella Revolution” ad Hong Kong e con le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, non rappresenta davvero nulla di nuovo. Nel primo caso si tratta di una “rivoluzione colorata”, nel secondo di una crisi diplomatica e militare. Entrambe avvengono per mano dei soliti noti, in azione per destabilizzare la Cina ormai da due secoli.

Ora che la Cina è diventata una grande potenza, la prima al mondo in termini economici, con un apparato militar-industriale in grado di distinguersi per qualità ed efficienza, con una manifattura ad altissimi livelli, sono ovviamente in tanti tra i vecchi padroni del mondo a preoccuparsi e a cercare, se non di scongiurare l’affermazione della supremazia cinese, quantomeno d’attenuarla.

Il suo sodalizio con la Russia, altra “bestia nera” dell’Occidente, la sua banca d’investimenti che in Asia si pone in diretta concorrenza sia col Giappone che coi grandi istituti finanziari mondiali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, e la sua generosa partecipazione alla banca dei BRICS anch’essa in grado di rimpiazzare a livello globale il FMI e la BM, a tacere poi dei tanti investimenti che in Africa stanno riducendo l’influenza occidentale, tutte queste cose rappresentano buone ragioni per guardare, negli Stati Uniti come in Europa, alla Cina con un certo nervosismo, con una certa preoccupazione.

Eppure tutto questo è un peccato, perché la Cina vorrebbe stabilire rapporti costruttivi e profittevoli con l’Occidente, ed in parte già vi è riuscita. Sono molti gli operatori economici e i settori politici che, dalle nostre parti, guardano alla Cina come ad una terra promessa, un’ancora di salvezza per le nostre economie non ancora ripresesi del tutto dalla dura crisi finanziaria del 2008. Soprattutto per il nostro paese, su questo non ci sono dubbi, l’interscambio economico, commerciale e culturale con la Cina permetterebbe d’acquisire nuova linfa e nuovo slancio.

Sono stati effettivamente compiuti degli sforzi in questa direzione: si pensi al Forum dello scorso anno, all’incontro tra il premier Renzi ed il suo omologo cinese Li Keqiang, e soprattutto alla forte crescita che gli investimenti cinesi verso il nostro paese hanno conosciuto in meno di un anno. Ciò, tuttavia, ha provocato anche infinite polemiche, legate ad una visione dell’economia e della politica estera ancora piuttosto “d’antan” e quindi sostanzialmente miope. L’Occidente non può rinchiudersi in sé stesso, come una sorta d’isola separata dal resto del mondo, perché altrimenti finirebbe come il villaggio di Asterix ed Obelix nei fumetti di Goscinny ed Uderzo, circondato dai romani, o come l’ultimo soldato giapponese trincerato in qualche sperduto atollo del Pacifico.

Proviamo, a tal proposito, ad immaginarci come sarà il mondo non tra trent’anni, ma anche solo tra dieci anni: l’America Latina, l’Africa e l’Asia si scollegheranno sempre di più dall’Occidente virando verso la Cina ed il resto dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ai quali certamente si saranno aggiunte anche nuove potenze emerse nel frattempo come, ad esempio, l’Iran, l’Argentina o l’Indonesia. Chi pensa che l’Occidente debba rinchiudersi e ridursi ad una sorta di fortezza assediata, indubbiamente non pensa al bene delle future generazioni occidentali, che in tal modo si vedranno precludere delle importantissime possibilità ed occasioni.

Ma del resto una simile strategia non sarà mai praticabile. L’economia ed il commercio parlano un linguaggio spesso molto differente dalla politica, ed al quale quest’ultima altrettanto spesso si vede costretta ad adeguarsi. L’integrazione fra l’economia cinese e degli altri paesi emergenti con quelle dell’Occidente procederà, sempre e comunque, indipendentemente dagli sforzi di certi ambienti politici volti ad impedirla o a comandarla secondo i propri interessi. Del resto già il proposito di far entrare la Cina nel WTO pensando di gestirne la crescita economica secondo la visione occidentale della globalizzazione non ha funzionato: il gioco è sfuggito di mano. Gli anni a venire, da questo punto di vista, ci riserveranno nuove sorprese e nuove conferme.

Ecco perché i tentativi di disturbare la Cina con questioni come quella del Tibet o dello Xinjiang, o di Hong Kong o del Mar Cinese Meridionale, o ancora creando incomprensioni fra Pechino ed i suoi vicini, alla fine non si dimostreranno mai molto longevi.

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