La regola base per i policymakers americani è semplice quanto diabolica: se non puoi controllare un paese, tanto vale lasciarlo in bancarotta e in una situazione di perenne instabilità interna. Con il ritiro delle truppe americane da Iraq e buona parte dall’Afghanistan, il caos ha continuato a regnare minando il progresso di due nazioni strategiche nello scacchiere di Washington. La dottrina dopo l’abbandono dell’Iraq si basa sul tentativo maldestro di generare caos per poi controllarlo a proprio vantaggio. I precedenti di Iraq e Afghanistan hanno di fatto obbligato gli Stati Uniti a cercare nuovi metodi per inseguire i propri interessi (geo)politici. Meno appariscenti (drone-war), meno dispendiosi economicamente e senza un intervento diretto. In Medio Oriente e in Nord Africa, l’estremismo Wahabita di Al Qaeda/Daesh e tutte le sue declinazioni sono da sempre l’alleato chiave in questa missione, per Washington.

Il Caos come strumento (geo)politico
Modellare il caos potendo sempre contare sul plausibile diniego da riversare su altri paesi come Israele, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. E’ a loro che viene delegata gestione e coordinamento delle cellule locali di Daesh, Al Qaeda, Al Shabaab, Boko Haram e tutti i gruppi di natura terroristica. E’ in linea con questa nuova concezione che si sono potute manipolare e trasformare primavere arabe in rivolte violente contro stati sovrani.

La famigerata tattica di ‘guidare-da-dietro‘ nel corso degli anni ha causato problemi persino tra Washington e i propri associati. Insicurezza, sfiducia e agende politiche indipendenti hanno proliferato in paesi come Turchia, Israele, Arabia Saudita e Qatar. In alcune fasi si sono generati conflitti persino tra alleati. Pensiamo alla “primavera araba” in Egitto e l’ascesa di Morsi. Un disastro. La cacciata di Mubarak, uno dei primi casi in cui venne applicata la tattica della “primavera araba”. L’illusione consisteva nel modellare nazioni intere, a proprio piacimento, con il minimo sforzo in termini bellici, ma il massimo rendimento in termini politici. Il sogno si infranse con il colpo di stato di Al-Sisi, pochi mesi dopo.

Le conseguenze furono un completo disastro. L’Egitto virò prepotentemente su Mosca come partner principale, i Sauditi mostrarono profonda irritazione con la scelta americana di sostenere Morsi (Fratelli Musulmani). Turchia e Qatar ebbero reazioni ancor più ostili nei confronti dell’Arabia Saudita per il sostegno al colpo di stato di Al-Sisi in Egitto, ma soprattutto nei confronti di Washington per non aver sostenuto a dovere Morsi. La rivolta in Egitto si rivelava per Washington un suicidio quasi senza precedenti, sotto ogni punto di vista. Più che controllare il caos, Washington iniziava a subire i primi contraccolpi di una politica estera scellerata.

La tattica di disintegrare nazioni sovrane iniziava a mostrarsi per quello che è: uno dei più grandi fallimenti della politica estera americana. Ciò che è rimasto dopo una mezza dozzina di primavere arabe è il caos, senza la minima possibilità per Washington di controllare o gestire a proprio favore gli eventi. Le cause di questo drammatico fallimento continuano ad essere tangibili. Le motivazioni e le responsabilità investono tutta la classe politica americana. I media mainstream alimentano bugie e propaganda che finiscono per inghiottire tutto, anche il contatto con la realtà di imprenditori, generali e senatori incapaci oramai di riconoscere coloro che controllano direttamente o indirettamente in una regione liquida come quella medio orientale.

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Il ruolo egemone del Dollaro continua a finanziare le guerre di Washington in giro per il mondo.

Il ruolo degli Stati Uniti
Fortunatamente per i policy-makers americani, l’ingerenza Statunitense nella regione si poggia essenzialmente su due paesi, Israele e Arabia Saudita, la cui fedeltà non è mai in discussione. Entrambi sono profondamente legati all’estremismo religioso e trovano sostegno universale nella classe politica, imprenditoriale e militare di Washington. L’egemonia americana si fonda su tre principi essenziali per la sopravvivenza: il petrodollaro, la potenza militare e il dollaro quale valuta di riserva globale. Questioni vincolate e legate in maniera intrinseca al ruolo che Arabia Saudita e Israele giocano in quella porzione di mondo. I sauditi vendono il proprio petrolio (e dell’OPEC) esclusivamente in Dollari e Israele serve per rinforzare e proiettare il potere militare americano in Medio Oriente (Tel Aviv è un continuo generatore di caos e di destabilizzazione nel mondo Arabo).

Il fallimento della politica estera americana ha finito per danneggiare tutti. E’ una costante che vediamo ripetersi da anni in Nord Africa, in Asia e in Medio Oriente. In uno scenario così instabile ogni nazione ha tentato di ricavare una propria politica indipendente, non necessariamente più in linea con i desiderata di Washington. Il tentativo di Obama di controllare il caos generato dalle primavere arabe, aggressioni con proxy stranieri e il terrorismo finanziario ha solo accentuato le politiche indipendenti di tutte le potenze regionali. Alcuni clamorosi esempi recenti sono l’abbattimento dell’aereo passeggeri Russo sopra il Sinai, facilmente imputabile a Qatarioti/Sauditi e al loro braccio operativo: Daesh. L’abbattimento dell’SU-24 sopra i cieli Siriani, una mossa partorita dello stato profondo Turco nel vano tentativo di provocare una risposta militare di Mosca, allargando poi il conflitto agli altri paesi NATO. La vicenda Saudita legata al clericale sciita messo a morte è stata l’ennesima occasione per aumentare la frattura tra Riad e Teheran, procedere ad una serie di provocazioni come il bombardamento dell’ambasciata Iraniana in Yemen e alimentare la falsa narrativa di una guerra settaria tra Sunniti e Sciiti. C’è più di un filo rosso che lega tutte queste vicende.

Lo scopo principale di queste aggressioni è punire i due paesi che più di altri stanno combattendo a favore dell’arco sciita: Russia e Iran. In seconda istanza c’è la volontà, da parte di ogni nazione, di mettere in pratica le proprie dottrine in materia di politica estera e ampliare le proprie zone o sfere d’influenza in Medio Oriente, in Nord Africa e persino in Asia Centrale e nella regione Caucasica. Al momento Turchia – Arabia Saudita – Qatar e Israele convergono strategicamente su molte tematiche anche se resta difficile ed imprevedibile sapere per quanto durerà ancora questo matrimonio di convenienza.

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La manipolazione artificiale del prezzo del Petrolio sta affondando le finanze Saudite.

Interessi degli attori regionali

Il blocco Saudita/Qatarioto-Israelo-Turco è più che consapevole che senza la continua presenza degli USA nella regione, nel lungo periodo, l’Iran emergerà quale potenza regionale egemone. E’ anche per questo che vediamo politiche suicida che assecondano le strategie globali di Washington. La sovrapproduzione di petrolio da parte Saudita per manipolare i prezzi del greggio al ribasso sta letteralmente mandando in bancarotta Riad ed è presumibilmente uno degli ultimi allineamenti strategici tra Stati Uniti e Arabia Saudita. In tal senso l’eventuale privatizzazione di Aramco è un ulteriore segnale che tra tensioni interne e ritmi di spesa insostenibili per le operazioni belliche, Riad è destinata ad un futuro poco invidiabile. Il FMI ipotizza che con questi ritmi di spesa, le riserve statali termineranno nel giro di cinque anni.

In Siria ed in Iraq il successo dell’asse Sciita-Russo continua a mettere pressione su Erdogan e l’alleato Qatar. In Turchia la piaga del terrorismo continua a martellare il paese e l’attentato di Martedì 12 Gennaio è un segnale del pericolo crescente che Ankara si trova ad affrontare a causa dei suoi indicibili legami con Daesh e Al Nusra. Gli effetti collaterali sono all’ordine del giorno nel paese dell’AKP.

Israele manovra nell’ombra con l’obiettivo quasi dichiarato di annettere definitivamente le alture del Golan e sfruttare così gli enormi giacimenti gassiferi presenti nella regione. In tal senso il caos americano nella regione gioca chiaramente a vantaggio di Tel Aviv che ha visto nel giro di un lustro, tutti i suoi rivali subire aggressioni interne o esterne (Egitto, Siria e Iraq su tutti).

Il Qatar si ritrova a recitare un ruolo controverso: totalmente dipendente dalla flotta militare americana che staziona in Bahrein e a Doha con il CENTCOM. La piccola monarchia del golfo è anche un alleato chiave della Turchia dei Fratelli Musulmani. In tal senso la costruzione di una base militare Turca in Qatar dimostra la quantità di interessi in comune per i due paesi. L’aspetto più controverso riguarda le differenze religiose tra i Wahabi di Riad e la Fratellanza Musulmana di Doha, con origini storiche e sociali ben distinte. In generale però l’interesse di Doha nella regione è subordinato a quello dei suoi finanziatori che risiedono tutti in Arabia Saudita. E’ soprattutto per questo motivo che ha spesso fornito la necessaria copertura economica alle varie organizzazioni terroristiche legate a Daesh e ad Al Qaeda. Il Qatar è anche un importante punto di contatto tra i Servizi segreti Turchi del MIT e il ‘deep state’ americano-britannico (Gladio B) dominato dal compartimento militare-industriale guidato da CIA/MI6.

Equilibrio di potenza
In molti si chiedono il motivo per cui i policy-makers americani abbiano deciso di portare a termine l’accordo sul nucleare Iraniano nonostante la riluttanza più che palese dei suoi alleati più stretti nella regione. (Arabia Saudita ed Israele su tutti). Analizzando la vicenda dal punto di vista di Washington, appare chiaro il tentativo di bilanciare il potere nella regione. Teheran avrebbe dovuto agire quale contrappeso primario alla santa alleanza di Ankara-Doha-Tel Aviv e Riad. L’idea di fondo era attirare Teheran nella sfera d’influenza Occidentale, in particolare quella europea. Trasformare l’Iran in qualcosa che si spera non torni mai ad essere: un protettorato Occidentale, mascherato da amico dei paesi islamici, con una netta contrapposizione al blocco Sino-Russo. In pratica tutto ciò che rappresenta oggi giorno la Turchia. Contrariamente a quanto molti pensano, non si è trattato solo di raggiungere un’intesa per mera volontà di Obama, pur di lasciare un’eredità storica della sua presidenza. I piani erano molto più ambiziosi: la crescita di un Iran forte ed indipendente avrebbe dovuto generare svariate situazioni profittevoli e vantaggiose per Washington. Si trattava di imporre al blocco Europeo una fonte di approvvigionamento alternativo al monopolio del gas russo e naturalmente alternativo alla rotta Sciita (Iran-Iraq-Siria). La soluzione ideale era l’approvvigionamento dal Qatar via Iraq-Siria-Turchia. E’ soprattutto, se non essenzialmente, con queste motivazioni che gli Stati Uniti hanno insistito per raggiungere un accordo sul nucleare iraniano.

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Spesa militare espressa in Dollari per nazione.

Conclusioni
A Washington dovrebbero preoccuparsi della tendenza economica che inizia a minare l’egemonia statunitense. Le integrazioni tra nazioni estranee alla sfera d’influenza occidentale mostrano importanti sviluppi ed un progressivo abbandono del dollaro quale valuta primaria da impiegare negli scambi commerciali. L’accordo energetico storico  tra Cina e Russia dovrebbe evolversi con pagamenti in Yuan e Rubli.

E’ ancora presto per aspettarsi un cambiamento drammatico nelle quotazioni valutarie del petrolio, ma l’avvento del petroyuan è uno dei pilastri su cui si baserà il mercato degli idrocarburi in un contesto pienamente multipolare. Altrettanto rivoluzionaria potrebbe essere la proposta Russa di istituire una propria valutazione del valore del petrolio, espresso in Rublo. Si vocifera anche del ritorno alla parità aurea, una mossa sensazionale che spiegherebbe anche le ragioni per cui Mosca e Pechino negli ultimi anni hanno battuto ogni record in merito alle quantità di oro acquistate. Nel frattempo Iran e India hanno iniziato a fare sul serio e gli scambi commerciali sono valutati in Rupie e non più in dollari. Considerando l’importanza di Teheran sul mercato degli idrocarburi e la fine delle sanzioni è facile immaginare per quale motivo un consumatore colossale di energie come Nuova Delhi abbia voluto raggiungere un accordo del genere, de-dollarizzando sin da subito la propria economia. Il peso (geo)politico del petrodollaro continua ad essere il fattore di maggior tutela per i paesi del golfo ma soprattutto per Washington che si appresta a sfondare nel 2017 i 22 triliardi di dollari di indebitamento.

Il petrodollaro naturalmente si traduce nel dollaro e nella sua egemonia come valuta di riserva mondiale. L’integrazione Eurasiatica non può che prescindere da una progressiva diminuzione della penetrazione del dollaro nelle economie attuali. Rinunciare alla valuta statunitense quale moneta di riserva significa affondare le capacità americane di finanziare guerre e alleati in maniera illimitata. Un chiaro vantaggio per tutti.

Il tentativo maldestro di separare e rallentare l’integrazione Eurasiatica con quella Medio-Orientale continua a non fruttare i risultati sperati. Il mondo multipolare avanza e Pechino, Mosca e Teheran hanno ampiamente compreso che la dipendenza dal dollaro è attualmente l’ancora di salvataggio per Washington. A quanto pare, ancora per poco…

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