Don Fabio Fabbri

È uno dei tanti aspetti misteriosi di una storia, una delle più dolorose della Repubblica italiana, che del termine mistero ha da anni un imprinting talmente forte da far rabbrividire persino Enrico Ruggeri. I fatti li conosciamo tutti, perché quelle immagini le abbiamo viste passare e ripassare tante volte. È il 9 maggio 1978. Il bagagliaio della Renault 4 rossa aperto. Il corpo del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro lì dentro, naturalmente senza vita. La sabbia presente su alcuni dei suoi indumenti. I colpi di arma da fuoco che lo hanno ucciso. Le indagini. Le false piste. I continui depistaggi. Le verità, parziali ma che, in nome del segreto di Stato, ci hanno fatto passare per vere. Gli arresti. Le condanne. Le Brigate rosse. Le complicità internazionali e pure quelle nazionali. Che adesso, finalmente, qualcuno ha iniziato a gridare, ad ammettere e pure a scrivere.

Ma torniamo al principio, dunque, ammesso che tutta questa triste pagina abbia davvero un inizio. E, come spesso, ci affidiamo a un nome. Per molti il suo nome non potrebbe significare nulla, in realtà i più esperti conoscitori degli uomini di Chiesa lo conoscono per filo e per segno. Perché è stato davvero tante cose, questo personaggio. Per 20 anni braccio destro del più famoso cappellano d’Italia (don Cesare Curioni), Don Fabbri ha lavorato a fianco di due Papi (Montini e Wojtyla), di tre presidenti della Repubblica (Leone, Pertini, Scalfaro), di due ministri della Giustizia (Martelli e Conso), di due dell’Interno (Scotti e Mancino). E soprattutto, essendo stato molto intimo proprio del presidente della Commissione ministeriale dei Cappellani militari, è uno che sa tante cose, ma davvero tante, su rapimento e morte di Aldo Moro. Soprattutto sul comprovato e certo ruolo del Vaticano nella trattativa. Su quella borsa da dieci miliardi di dollari pronta per essere consegnata il 9 maggio per la liberazione del presidente della Democrazia cristiana. Ma poi avvenuta.

Don Fabio Fabbri, allora. Che ha fatto capolino a Bitonto, un Comune alle porte di Bari, qualche settimana fa, raccontando cose davvero interessanti, partendo da quando quella effettiva trattativa ha raggiunto canali importanti. Siamo nei giorni immediatamente precedenti il 18 aprile 1978. Falso comunicato n°7 delle Brigate rosse e la scoperta del covo di via Gradoli. Ma parte da un passaggio fondamentale: “Papa Paolo VI, la stessa mattina del rapimento di Moro, non sceglie di scomodare don Cesare Curioni per caso, ma perché conosceva benissimo tutta la geografia della criminalità italiana. Il Pontefice, dopo un mese che si era consumato l’accadimento, voleva sapere se l’ostaggio fosse stato ferito, se fosse in salute, come era davvero trattato, e quindi chiede che gli venga portata una foto”. Attenzione, però. Questa è una foto che nessuno ha mai visto, e mai nessuno vedrà. Aldo Moro seduto a un tavolo. Ma Paolo VI non si fida, e chiede che gli venga recapitata un’altra foto: ed ecco, allora, quella che ritrae Moro con il giornale “Repubblica”.

L’ostaggio è vivo, e la trattativa può iniziare. E don Cesare diventa il perno di tutto, e aggiornava il Papa sulla evoluzione. “Gli incontri che venivano fatti con gli avvocati delle Br si svolgevano a Napoli, nei cantieri della metropolitana in costruzione”, ricorda don Fabbri. Ben presto, allora, nella santa Sede si capisce che la strada percorribile è quella del riscatto. I famosi dieci miliardi di dollari nella borsetta. Che era pronta in Castelgandolfo, avvolta in una coperta di ciniglia celeste. In realtà erano svariate mazzette di soldi con relativo elastico. Con un dettaglio non da poco: venivano da una banca ebraica e precisamente dall’industriale Tomas Bata. Perché? “Un segno di riconoscenza verso la Chiesa e per il suo ruolo nella Seconda guerra mondiale proprio verso questo popolo”, ha ricordato il vice cappellano di don Curioni.

Chi ha ucciso, dunque, Aldo Moro? Anche qui il prestigioso ospite ha fatto saltare i convenuti dalla sedia. “Dopo l’autopsia sul cadavere, mi sono state recapitate sei-sette foto della stessa da far recapitare a don Curioni. E il monsignor appena ha visto una di queste – è in evidenza il muscolo cardiaco, con sei fori fatti a corona, ndr – ha subito esclamato di aver capito chi aveva sparato all’ex presidente del Consiglio la notte tra l’8 e il 9 maggio”. Quella foto, quindi, aveva la firma dell’assassino. Giustino De Vuono, che da minorenne si divertiva a rubare le autoradio e usciva e rientrava nel carcere ogni tre mesi, e ben presto farà una importante carriera criminale tra brigatisti e ‘Ndrangheta diventando un killer professionista. E che “il giornale spagnolo ‘El Pais’ e il Corriere della sera” già indicavano dopo due giorni dal ritrovamento in via Caetani”, ha sentenziato con rabbia don Fabbri.

Peccato che nessuno ci abbia mai creduto.

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