don giuseppe diana

Quella terribile mattina a Casal di Principe la ricordano ancora tutti con una grande dovizia di particolari. Perché, in un modo o nell’altro, ha segnato per sempre la vita, la storia, lo scorrere dei giorni di quella difficile realtà del casertano. Dove la Camorra, oggi come allora, sembra davvero un’onda inarrestabile.

Sono circa le 7,30 del mattino del 19 marzo 1994, il dì di san Giuseppe, il suo onomastico tra l’altro. Don Giuseppe Diana, ormai da cinque anni parroco della Chiesa di San Nicola di Bari, è pronto a celebrare la Messa, un’altra occasione in cui, magari, avrebbe denunciato a voce alta – senza lesinare qualche nome e cognome – tutto il vasto sistema di potere della criminalità: la ragnatela, gli appoggi politici e imprenditoriali, le tante connivenze che le girano attorno, la grande omertà che non mancava. E, magari, avrebbe invitato anche i giovani a starne lontano, e ad abbracciare valori eterni come giustizia, solidarietà, legalità.

Non ha avuto il modo di farlo, perché nella sagrestia un uomo, un killer armato di pistola, gli si avvicina sparandogli cinque colpi che vanno tutti a segno e lo fanno morire all’istante. Diana ha soltanto 36 anni. A sparargli Giuseppe Quadrano, condannato a 14 anni di reclusione per aver collaborato con la giustizia. All’ergastolo, invece, sono finiti Mario Santoro e Francesco Piacenti, coautori dell’omicidio, e Nunzio De Falco, mandante dello stesso.

In una Casal di Principe molto molto difficile in quegli anni, dove il clan dei Casalesi era in piena, pienissima ascesa, guidato da Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, don Diana diventa per i suoi fedeli un punto di riferimento contro le violenze e i soprusi del potere criminale, denunciando più volte dall’altare e nei vari incontri l’assenza delle istituzioni di fronte a quello scenario. Le sue non sono prediche generiche o esortazioni buone per ogni cerimonia, ma ragionamenti ricchi di esempi, di nomi e di cognomi, di denunce etiche e politiche. E non rinuncia a prendere le distanze da una Chiesa che benedice le feste della camorra, frequenta corrotti e collusi, arrivando persino a negare la esistenza stessa delle mafie.

Giuseppe Diana, semplicemente, decide di stare dalla parte degli ultimi, dei poveri e degli emarginati, magari anche con situazioni familiari difficili, e le più facili prede delle organizzazioni della Camorra. Tutto il suo pensiero e le sue azioni sono raccoglibili nel suo più famoso grande scritto: Per amore del mio popolo, distribuito in tutte le parrocchie della città. È Natale 1991, e alcuni passaggi meritano di essere sottolineati: “La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce schiere di giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.

La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale“.

E ancora: “Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere ‘segno di contraddizione’. Coscienti che come chiesa ‘dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che è la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà.

Le nostre Chiese hanno, oggi, urgente bisogno di indicazioni articolate per impostare coraggiosi piani pastorali, aderenti alla nuova realtà; in particolare dovranno farsi promotrici di serie analisi sul piano culturale, politico ed economico coinvolgendo in ciò gli intellettuali finora troppo assenti da queste piaghe. Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell’annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili”.

Facile, allora, dopo queste parole, capire perché don Giuseppe non poteva che morire. È ammazzato perché non si arrende al tramonto dello Stato di diritto e vuole educare i giovani alla legalità e al rifiuto della connivenza e della convivenza con la camorra e il suo sistema di potere, quello invisibile e quello visibile, rappresentato dai suoi delegati nelle istituzioni, negli affari, nelle professioni.

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