Con la tecnica dell’utero in affitto, è nato in una clinica canadese il piccolo Tobia Antonio, figlio di Nichi Vendola e del suo compagno Eddy Testa, il padre biologico del bambino. La madre genetica è una donna statunitense di cui non si conosce l’identità e che gli ha ceduto i propri ovociti prelevati con un intervento in anestesia totale. La procedura è stata effettuata in una struttura californiana che ha messo a disposizione anche un’altra donna, di passaporto americano ma di origini indonesiane, che in cambio di una cospicua somma di denaro ha firmato un contratto col quale si è fatta impiantare nell’utero l’embrione e a portare avanti la gravidanza, impegnandosi a rispettare le ferree disposizioni previste in questi casi: ad esempio abortire nel caso in cui il feto dovesse rivelare qualche anomalia.
Il bambino viene ceduto subito dopo il parto a chi lo ha commissionato, pagando il pacchetto completo: la clinica, la fornitrice di gameti, la madre surrogata e l’avvocato che ha steso il contratto tra le parti. Ricapitolando, ci sono una mamma biologica (quella che ha venduto gli ovociti), una mamma gestazionale (quella che ha condotto la gravidanza), un padre genetico e infine un altro uomo, Nichi Vendola, che probabilmente proprio in Canada, beneficiando della legge del posto in materia, adotterà Tobia Antonio, divenendone il padre legale. Una complessa ed esosa operazione medico-giudiziaria, dai costi elevati (pare che Vendola e il compagno abbiano sborsato 135mila euro), per di più vietata nel nostro paese, se si considera che vige una norma, la 40/2004, che non solo vieta la maternità surrogata ma la sottopone a pene severe. Il comma 6 dell’articolo 12 dice testualmente che “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600mila a un milione di euro”. L’ex parlamentare e governatore pugliese, che piaccia o meno, ha violato la legge. Appena nato, Tobia Antonio è già motivo di scontro. Esulta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center: “Facciamo gli auguri a Nichi Vendola e al suo compagno. Ora spero vicenda personale non venga strumentalizzata dalla destra. In Italia c’è bisogno di un dibattito maturo sui diritti dei bambini e dei genitori gay. Io, per esempio, e come me tanti altri, vorrei avere il diritto di adottare un bambino. Credo che su questo, con i giusti toni, la politica dovrebbe confrontarsi, allargando le adozioni alle coppie gay, ai single e rendendola meno impossibile di quanto sia oggi per tutti”. Di parere opposto Adriano Zaccagnini, di Sinistra italiana: “Congratulazioni a Vendola e Testa, ma non condivido la tecnica della maternità surrogata, soprattutto se fatta dietro pagamento di denaro”. “Nulla in contrario se una donna vuole per altruismo concedere il suo corpo per una gravidanza ad una coppia che non può concepire un figlio, prosegue il deputato, ma per soldi diventa un lavoro come un altro, una transazione come altre e il figlio un oggetto di un desiderio di chi se lo può permettere. In questo mondo ci sono tanti bambini senza genitori da aiutare, sostenere o adottare. Non abbiamo bisogno di dare legittimità ad una pratica del genere”. Tante le critiche, da sinistra, a Vendola che ha replicato parlando di squadrismo e di buoni sentimenti, nel tentativo, palesemente fallito, di far passare per favola d’amore quello che è un capriccio per ricchi. “Non c’è volgarità degli squadristi della politica che possa turbare la grande felicità che la nascita di un bimbo provoca”, ha assicurato il cinquantasettenne fondatore di Sel. “Condivido con il mio compagno una scelta e un percorso che sono lontani anni luce dalla espressione utero in affitto. Questo bambino è figlio di una bellissima storia d’amore, la donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita”, ha concluso il neo-papà. Dure, durissime le parole di Don Maurizio Patriciello, il prete combattente della “Terra dei Fuochi”, l’uomo che da anni si scaglia a viso aperto contro gli eco-criminali e le istituzioni colluse o distratte. Con tre post in rapida successione sul social facebook, ha fatto a pezzi la calotta mediatica buonista edificata a protezione dell’ex rifondarolo, con argomentazioni forti e “di classe”, scatenando l’ira di sinistri e cattolici favorevoli all’affitto alla californiana. Ore 14:07 di ieri, il primo vibrante affondo di Patriciello: “C’erano una volta i comunisti. Tutelavano – dicevano – gli interessi dei poveri. Lottavano per l’uguaglianza sociale. La liberazione dei proletari. Oggi, purtroppo, non ci sono più. C’erano una volta le femministe. Tutelavano – dicevano – gli interessi della donne. Lottavano per l’uguaglianza sociale. La liberazione delle donne. Oggi, purtroppo, non ci sono più. C’era una volta la Chiesa. Tutelava – diceva – gli interessi dei poveri e delle donne. Lottava per l’ugualgianza sociale. La liberazione dei poveri e delle donne. Oggi è ancora là a gridare al mondo la vergona dell’UTERO IN AFFITTO. Dei BAMBINI ordinati come se fossero salsicce. Dei figli strappati alla loro mamma poverissima e dati dietro pagamento ai ricchi che possono permettersi di ordinarli a pagamento. “Nessuno tocchi Caino” è stato lo slogan scandito per tanti anni contro la pena di morte. Ed è giusto. Purtroppo le stesse persone che vogliono che “nessuno tocchi Caino” fanno di tutto perché si possa fare scempio di Abele. Abele: l’innocente cui viene rapinato il diritto ad avere un papà e una mamma. Un innocente che viene strappato dalla mammella di chi lo ha messo al mondo e dato a chi ha pagato denaro contante per soddisfare un suo desiderio che ama definire “diritto”. Nostalgia tiranna. Che mi fa rimpiangere i vecchi comunisti e le femministe toste ed agguerrite di una volta. I poveri saranno sempre più poveri. E i ricchi sempre più ricchi con i figli dei poveri. Verranno giorni in cui solo ai ricchi sarà consentito di avere figli. Figli fatti dai poveri, naturalmente. Verranno i giorni in cui questi figli diventati adulti chiederanno spiegazioni a chi andò a comprarli approfittando della povertà della loro vera mamma. Quando ci sarà dato di vedere una donna ricca di un paese ricco partorire un figlio per una coppia povera di un paese povero? Chi lo avrebbe detto. La Chiesa si ritrova a difendere non più la fede ma la semplice ragione. È proprio vero. Il peccato prima di renderci peccatori ci ottunde la vista, il senno e la ragione. Dio benedica tutti. Soprattutto questi bambini trattati come se fossero merce”.  Passa meno di un’ora e anche per replicare alle tante reazioni al suo pensiero, Don Maurizio scrive un secondo post. Parole come pietre dirette contro gli egualitaristi in salsa borghese. Sono le 14:48. “In fondo i fratelli omosessuali non sono tutti uguali. La lotta al figlio ad ogni costo, a ben vedere, non è per tutti. Solo gli omosessuali ricchi infatti possono permettersi il lusso di potervi accedere. E per gli altri? Nessuno dice niente? Non credo che un operaio, un contadino, un muratore, un arrotino omosessuale potrà mai pagare le cifre astronomiche sborsate dai loro compagni più famosi. Discriminazioni! Ancora e ancora discriminazioni. La lotta di classe non à finita. Saranno sempre i poveri – omo o eterosessuali è la stessa cosa – a sudare sangue per mantenere in vita i capricci e vizi dei ricchi”. Il numero dei commenti aumenta a vista d’occhio e il prete di Frattaminore, com’è nel suo stile, non indietreggia di un millimetro: “Leggo che a Nichi Vendola sarebbe nato un figlio. Il seme sarebbe del signor Eddy Testa, suo compagno. L’ovulo, da cui ognuno di noi ha cominciato a esistere, è di una donna californiana. La donna che ha portato in grembo per nove mesi il nascituro, invece, è indonesiana ma residente negli Stati Uniti. Il bambino, dunque, avrebbe due madri fantasma e un padre di nome Eddy Testa. Chiedo scusa, ma Nichi Vendola che c’entra in questo affare? Dio benedica tutti. In particolare questo bambino la cui sorte non riesco proprio a invidiare”. L’idolo di vecchia data diventa all’improvviso un mostro e si sprecano le ripetizioni delle solite frasi fatte per contrastare una presa di posizione così forte e, per molti, anche inaspettata. Ma Patriciello è un osso duro, forgiato dai sacrifici e dalle asprezze sotto il sole battente della campagna ed il cielo plumbeo delle periferie e con forza replica ancora una volta: “I figli – dicono – non sono di chi li fa ma di chi li cresce. Questa è una menzogna che cerca di passare per verità. I figli sono di chi li fa e poi li cresce. Se poi chi li fa, per un qualche motivo non può crescerli, la società allarga le sue braccia e corre in aiuto al piccolo, cercando di rimediare. Ho detto “ cercando di rimediare” perché il bambino adottato porterà sempre nel cuore il desiderio di conoscere la sua storia, i suoi genitori, i suoi eventuali fratelli. Nella disumana pratica dell’ utero in affitto, invece, non c’è niente di tutto questo. Ma solo il desiderio di qualcuno di avere un bambino tutto per sé. Un bambino, però, che non sarà – non potrà mai essere – suo figlio. Comunque lo si chiami. I nomi non cambiano la realtà. Se qualcuno avesse giocato con la mia vita non glielo perdonerei mai”. Un affronto insopportabile per i “cirinnosi” che stanno continuando ad inondare di commenti la bacheca del battagliero parroco di Caivano, scadendo spesso nella blasfemia e negli isterismi. L’impietoso ritratto della deriva di larga parte della sinistra,anche quella radicale o presunta tale, a cui il saggista Fabio Falchi ha dedicato un post taglientissimo: “Oggi si può sostenere che la storia del comunismo italiano sia nata dal ventre del mondo contadino e operaio e sia finita nel ventre di un utero canadese in affitto”. L’inalienabile divenuto alienabile, oggetto di scambio e di traffico in un tempo, come quello attuale, in cui, per dirla alla Marx, “ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore”.

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