Donald Trump, HIllary Clinton

Due notti fa è andato in scena il primo dei tre dibattiti previsti tra i due candidati alle presidenziali USA (gli altri in programma il 9 e 19 ottobre): il tycoon Donald Trump, vulcanico candidato del Partito Repubblicano, e la sua rivale, l’ex Segretario di Stato e First Lady Hillary Clinton dei democratici, si sono battagliati faccia a faccia di fronte a circa 100 milioni di telespettatori.

Il dibattito ha rispettato le premesse di “spettacolarizzazione” alla quale questa campagna elettorale ci ha abituati, anche se i toni sono stati relativamente più smorzati ed i temi trattati sono stati tutt’altro che inediti. L’esito politico di questo dibattito è piuttosto dubbio: secondo buona parte dei media mainstream, tendenzialmente favorevoli o ammiccanti a posizioni democratiche, la Clinton ha «battuto ai punti» Donald Trump, mostrandosi più sicura e più preparata rispetto al suo sfidante, che non avrebbe ribattuto con efficacia su alcuni punti. Questa interpretazione, basata su un istant poll registrato su un campione di spettatori (al 62% più convinti dalla Clinton), merita comunque di essere preso con le pinze: altri campionamenti hanno dato esiti nettamente diversi (nel sondaggio del Time, su 1,4 milioni di votanti Trump conduce le preferenze col 53%, sulla CNBC addirittura con oltre il 60% su 665.000 votanti, e così su altri format). In ogni caso, chiunque dei due abbia “convinto di più” (premettendo che la convinzione è un fattore piuttosto personale e difficile da rendere in modo statistico e omogeneo) lo ha fatto senza un margine netto, senza un dominio conclamato: appunto “ai punti”. La “guerra televisiva” che alcuni si aspettavano è rimandata, ma, più probabilmente, non avverrà mai di fronte al teleschermo: in TV i toni accesi della campagna elettorale rischiano di condurre ad uno scontro troppo aperto, nella quale i rischi di una débacle sono più alti dei possibili benefici. Un costo in termini politici troppo alto, considerando che manca più di un mese alle elezioni.

I due leader si sono presentati nella loro forma più smagliante ed accattivante, cercando di ovviare ai difetti che spesso sono loro rinfacciati. Trump ha levigato il suo linguaggio caustico ed il suo piglio deciso per fare emergere un personaggio più “morbido”, fedele sì alle sue proposte ma lontano dalla caricatura da “tribuno della plebe” alla quale i media lo hanno sottoposto. La Clinton si è presentata con fare più moderato, meno arrogante e dalla parvenza meno irritabile rispetto ad altre situazioni, ma, soprattutto, con un tono abbastanza rispettoso nei confronti dell’avversario (non scontato, viste le sue affermazioni su Trump ed il suo elettorato).

I due candidati non hanno però lesinato critiche e sferzate nei confronti dell’avversario, ma è dubbio se a “spuntarla” a questo proposito sia stata Hillary Clinton. Alla sferzante richiesta dell’ex First Lady sul perché Trump non pubblichi la sua dichiarazione dei redditi (Clinton ha malevolmente suggerito che o «non è ricco come dichiara», o «non è caritatevole come dice» o «non vuole che il popolo americano sappia che non paga le tasse federali»), il repubblicano ha risposto che rilascerà la sua dichiarazione dei redditi «quando lei mostrerà le sue 33.000 email che ha eliminato. Non appena lo farà, io lo farò». Su altri punti, la Clinton ha ribadito concetti ed epiteti già più o meno esplorati nella sua campagna elettorale: ha categorizzato come «comportamento razzista» i passati dubbi di Trump sulla nascita di Obama, per poi passare alle accuse di sessismo e di odio verso le donne («this man who has called women pigs, slobs and dogs»), che Trump ha categoricamente respinto. Ha poi velatamente accusato il tycoon di inesperienza per poter governare, di proposte confusionarie, di aver mentito (ad esempio sulla sua posizione circa la Guerra in Iraq) e di aver posizioni contraddittorie.

Da parte sua, Donald Trump ha toccato in vari punti lo scandalo delle email, la carriera politica della Clinton, principalmente riguardo alle sue responsabilità passate («Why are you thinking about these solutions right now? For 30 years, you’ve been doing it, and now you’re just starting to think of solutions», ha dichiarato riguardo alla politica di delocalizzazione e deindustrializzazione in Michigan ed Ohio, sulla quale la Clinton ha notevoli responsabilità). Ha anche rimproverato alla candidata democratica i gravi errori in politica esterna quando è stata Segretario di Stato, la NAFTA e l’accordo sul nucleare iraniano (valutati pessimi dal tycoon) e di “ciarlataneria” politica («Typical politician. All talk, no action. Sounds good, doesn’t work. Never going to happen»). Non ha tuttavia detto nulla riguardo ai fatti di Bengasi, cosa inusuale per l’armamentario retorico di Trump.

Uno dei temi scottanti del dibattito è stato quello economico, nella fattispecie il problema della disoccupazione. E su questo tema, anche per gli analisti più smaccatamente democratici, probabilmente è stato Trump a spuntarla, conquistando il cuore dei lavoratori. La Clinton ha parlato di voler alzare il salario minimo, di un generale «I want us to invest in your future» e di un sostegno alle classi più svantaggiate, senza scandagliare i problemi economici che attanagliano gli USA. Il tycoon, invece, ha alzato i toni in modo deciso: «Our jobs are fleeing the country», puntando il dito contro la delocalizzazione selvaggia, contro il trasferimento delle industrie in paesi come il Messico, contro la concorrenza cinese, e tutta una serie di fattori, innescati dalle politica economica degli ultimi anni, che hanno portato alla deindustrializzazione di interi Stati (Trump ha parlato di Michigan ed Ohio). La soluzione del repubblicano è stata più radicale e precisa: «Ridurrò le tasse tremendamente, dal 35 al 15% per le compagnie, per il piccolo e grande business», ed insieme alle agevolazioni fiscali ha promesso molti posti di lavoro (prima del dibattito aveva parlato di milioni) ed una rinegoziazione dei trattati commerciali come la NAFTA, «la peggior cosa mai capitata all’industria manifatturiera», che danneggia l’economia statunitense e favorisce quella di altri Stati. La stessa sorte che Trump ha previsto per il TPP (Trans-Pacific Partnership), secondo lui un altro accordo fallimentare che danneggia gli Stati Uniti più di quanto li rafforzi.

Alla domanda circa la politica estera, la divisione di idee e vedute dei due candidati si è acutizzata ulteriormente. La Clinton ha ribadito l’intenzione di proseguire la lotta al terrorismo sullo stile della politica obamiana, ma anche, ha dato molto rilievo al cyber-terrorismo, che ha colpito gli Stati Uniti durante la campagna elettorale: in questa circostanza ha esplicitamente additato la Russia come responsabile, definendosi «scioccata» per il sostegno di Trump a Putin. Nella lotta all’ISIS ha dichiarato di voler «intensificare i bombardamenti» e sostenere gli alleati arabi e curdi nella conquista di Raqqa e di voler rafforzare la coordinazione con gli alleati europei tramite la NATO. Ha ribadito, in definita, il corredo di obblighi militari e strategici in vigore da decenni, che legano gli Stati Uniti a diversi Stati europei ed asiatici.

Donald Trump, invece, non ha delineato una strategia di lotta all’ISIS (ha accennato ad un suo “piano segreto”), ma ha inchiodato la Clinton per il vuoto di potere creato in Iraq e per l’altro «disastro» in Libia, corredando il tutto con dure critiche circa la passata gestione del Medio Oriente come Segretario di Stato, che ha contribuito alla nascita dell’ISIS. Ha poi ribadito in modo esteso la sua visione “in stile business” della NATO: è solo un costo per Washington, che impiega mezzi e risorse USA per difendere gli alleati mentre la maggior parte non rispetta determinate clausole (come quella sulla spesa militare al 2%). Inoltre, ha definito l’Alleanza Atlantica «obsoleta», ha dichiarato che l’America perde miliardi di dollari nel salvaguardare militare Stati come il Giappone, la Corea del Sud e l’Arabia Saudita, senza ottenere nulla in cambio. A tal proposito, Trump ha aggiunto: «Non possiamo essere i poliziotti del mondo. Non possiamo proteggere tutti i paesi in giro per il mondo».

Il dibattito TV ha portato alla ribalta nazionale una campagna elettorale tra le più agguerrite degli ultimi decenni, che percorre una spaccatura che serpeggia in tutto il paese. Non si è registrata una vittoria netta, né sembra “evidente” che un candidato abbia prevalso sull’altro. A sancire una tale vittoria, dovranno essere in ogni caso i sondaggi ed eventuali mutamenti nelle preferenze per i due candidati, attualmente appaiati. E per ora non si sono ancora registrati mutamenti rilevanti nelle proiezioni elettorali. Si dovrà forse aspettare ai dibattiti di ottobre?

Leonardo Olivetti

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