A pochi giorni dalla riunione dei Grandi Elettori, che con il loro voto eleggeranno ufficialmente il nuovo Presidente degli Stati Uniti, dall’altra parte dell’Oceano (e anche dalla nostra) si sta scatenando un putiferio più mediatico che reale. Tutti sappiamo press’a poco cosa si è detto, le accuse rivolte e le risposte: la CIA ha dichiarato che la Russia tramite degli hacker avrebbe interferito nelle elezioni USA per permettere al candidato repubblicano di vincere; Donald Trump ha risolutamente negato, dichiarando che si tratta di accuse infondate e di una campagna delegittimizzante, e la bufera sta coinvolgendo tutto il vecchio establishment statunitense e l’opinione pubblica. Ma quanto realmente può esserci di vero in certe accuse? Cosa più probabilmente si cela dietro una simile mossa?

La campagna elettorale di Donald Trump, già fu detto, è stata innovativa e si è retta su temi, modi espressivi, proposte ed immagini mai visti negli Stati Uniti: la posizione accanitamente filorussa del tycoon è un inedito senza precedenti storici, considerando che gli Stati Uniti, dai primi del ‛900 ad oggi, hanno vissuto in un clima culturale russofobo da “noi contro loro” – la sublimazione della costruzione “amico-nemico” di Schmitt in sostanza. Trump ha rotto lo schema del “nemico russo”, cavalcando una politica che in Europa (più vicina degli USA geograficamente e culturalmente a Mosca) aveva già trovato interlocutori di successo: una vera e propria doccia fredda per tutto un establishment cresciuto ed allevato in un clima da guerra fredda (e da guerra fredda 2.0), ancora illuso della “supremazia culturale americana” e di una certa “missione storica”.

Trump si è dimostrato perfettamente coerente nelle sue nomine: molti i filorussi presenti nel suo governo, dal Segretario di Stato Rex Tillerson, a Micheal Flynn, Mike Pompeo e altri. Questi personaggi, fino a pochi mesi fa al limite dell’ostracizzazione e della ridicolizzazione politica, ora sono passati alla ribalta della scena politica: il progresso ha rivalutato e premiato le loro concezioni diplomatiche e strategiche, relegando alla sconfitta il vecchio mondo dei “falchi”.

La macroscopica differenza tra questi due approcci è sintetizzata efficacemente dalla persona di John McCain: repubblicano dissidente, ha sostenuto Trump fino allo scandalo delle “dichiarazioni sessiste” per poi criticarlo aspramente e ostacolarlo. Una volta emersa la nomina di Tillerson a Segretario di Stato, McCain ha usato parole pesantissime per denunciare l’amicizia tra il nuovo capo del Dipartimento di Stato e Vladimir Putin, definendo quest’ultimo “a thug, a murderer, a killer” (trad. it.: un criminale, un omicida, un assassino). Dall’altra parte l’astro in ascesa Rex Tillerson, che a Mosca ha ricevuto molte onoreficenze ed è considerato un amico, punta tutto sul dialogo e sul mutuo beneficio economico (la stessa logica che lo ha guidato per 40 anni, nella Exxon, a fare accordi con più di 50 paesi); un metodo di approccio che nessun Presidente americano, in tempi recenti, ha mai realmente applicato con Mosca.

La strabiliante vittoria di Trump ha spaccato l’ambiente politico statunitense, l’ambiente che ha perso le elezioni e che si è dimostrato inetto e fallimentare in questi ultimi anni, ma che domina ancora nella CIA e nei due partiti. Non è infatti il solo McCain ad alzare i toni in maniera violenta (e la cosa, conoscendo la caratura del personaggio, non stupisce), e nemmeno i soli democratici perdenti: anche nel Congresso, anche tra i repubblicani riaffiorano i vecchi spauracchi simil-maccartisti da “complotto rosso” (solo che questa volta non è “rosso” ma “russo”). Il leader della maggioranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell ha appoggiato la richiesta, proveniente sia da destra che da sinistra, di procedere per una inchiesta circa le interferenze russe nella campagna elettorale. E trova il consenso di molti del Partito di Trump, che sono “spaventati” dalla nomina del filorusso Tillerson invece che del falco (definito però “moderato” dai media) Mitt Romney. Insomma: perfino i suoi uomini più vicini, perfino i suoi compagni di partito, perfino quelli che dovevano essere i vincitori, stanno sabotando Donald Trump; ha vinto, ha trionfato contro ogni previsione, eppure una fetta consistente di repubblicani, piuttosto che collaborare e dialogare, si è lanciata in una campagna (piuttosto ridicola e dal fallimento certo) insieme ai democratici.

Ma al di là dei motivi che possono spingere determinate forze politiche ad ostacolare il Presidente eletto degli Stati Uniti, cosa c’è di vero o plausibile nelle accuse della CIA? In un rapporto si dice che degli hacker legati al governo russo avrebbero fornito a Wikileaks migliaia di email hackerate al Partito Democratico, che avrebbero danneggiato Hillary Clinton, riportando certe sue dichiarazioni poco piacevoli, punti oscuri del suo passato e molti casi di corruzione nei quali è stata coinvolta. È perfettamente vero che Wikileaks sia entrata in possesso di contenuti compromettenti riguardanti la candidata democratica e che li abbia pubblicati: ma quanto è verosimile che ci siano i russi dietro tutto ciò?

L’accusa lanciata dalla CIA, che per essere dimostrata ha bisogno di prove concrete (e finora si è mossa unicamente su illazioni, pseudo-logica, verosimiglianze e probabilità), ricorda fin troppo la storia dell’hackeraggio della Sony da parte di cosiddetti “hacker nordcoreani”: molto probabilmente (stando alle indagini) non furono hacker del governo di Pyongyang bensì un regolamento di conti interno. Però a nessuno interessava, e la versione più “calzante”, pubblicamente più utile e più redditizia per i propri interessi politici, era quella che incolpava gli hacker al soldo di Kim Jong-un, e la versione ufficiale data dai media fu quella: e la storia si chiuse così e con delle sanzioni.

Attualmente, l’impressione è che si tratti di una vera e propria montatura favorita dal fatto che Trump sia dichiaratamente filorusso, e che giochi allo stesso tempo sul vetusto (ma sempre utile) binario dell’odio russofobo e del “complotto antiamericano architettato da Mosca”; qualcosa che sarebbe stato molto esilarante in un film di James Bond.

Un’altra considerazione ci viene da fare sulla questione dell’hackeraggio ai danni di Hillary Clinton, riguarda la comunque dubbia moralità della candidata dem e di chi la sostiene: se i media schiumano di fronte all’idea che “gli hacker russi hanno rivelato segreti facendo perdere Hillary, non si potrebbe forse considerare, all’inverso, che eleggere alla Presidenza una candidata che aveva nascosto così tanti segreti nocivi non sarebbe stata una grande idea? E che, per fortuna, Wikileaks abbia aiutato a svelare la verità su questa storia, essendo un bene sia per la trasparenza, sia per la sicurezza degli Stati Uniti? O forse i democratici avrebbero preferito vedere Hillary vincente proprio grazie all’insabbiamento della sua corruzione, dei suoi scandali e delle sue malefatte?

Donald Trump, come sempre, non ci sta. Il Presidente eletto non ha intenzione di lasciarsi dipingere come un “burattino di una potenza straniera”. Ed infatti ribadisce: “Accuse ridicole, si vuole delegittimare la mia vittoria”, poi evidenzia che “se la Russia, o qualche altra entità, stava hackerando, come mai la Casa Bianca ha aspettato così a lungo per agire? Perché si sono lamentati solo dopo la sconfitta di Hillary?”. Qua subentrano certe leggi non scritte della politica: gli sconfitti hanno sempre avuto, come armamentario di propaganda per “salvarsi la faccia”, quella della snazionalizzazione dell’avversario: ovvero, il vincitore ha vinto solo grazie all’intervento determinante di un paese straniero, tendenzialmente nemico o in cattivi rapporti, e il vincitore rappresenta dunque gli interessi di una potenza nemica che lo avrebbe imposto, e non quelli del suo popolo. De facto, una sorta di delegittimazione.

Donald Trump non si è tuttavia voluto fermare unicamente alle accuse di propaganda menzognera; il tycoon ha colpito nel segno la CIA e la sua dubbia efficienza, la sua dubbia garanzia: “Sono gli stessi che avevano accusato falsamente Saddam Hussein di avere armi di distruzione di massa”. Un colpo basso, pienamente giustificato e scottante, che non fa altro che ridimensionare un’accusa proveniente da un organismo di parte, schierato con l’establishment, ballista, che in passato (e nel presente) ha confezionato una quantità innumerevole di rapporti volutamente falsificati per motivi politici. Insomma, le accuse non provengono né da una organizzazione super partes o neutrale, né da un organismo notoriamente accurato, veritiero e disinteressato: un altro motivo per ridimensionare ulteriormente tutta la campagna.

Ma in definitiva, cosa dobbiamo aspettarci da questa vicenda? Nulla per cui valga la pena allarmarsi; iniziando con la semplice e rude constatazione che il governo statunitense, dal 1945 ad oggi, è quello che più massicciamente di tutti ha interferito nei problemi interni di quasi tutti i paesi del mondo, utilizzando metodi ben peggiori dell’hackeraggio. Questo comportamento lamentoso e puerile, anche avesse delle remote basi di verità, lascia il tempo che trova.

In ultima analisi, tutta questa messinscena è semplicemente una campagna di demonizzazione (anche fosse vero che i russi hanno hackerato delle email, la Clinton ha perso perché ha ricevuto meno voti e solo per questo!), che non può avere nessun possibile risvolto politico se non quello di danneggiare l’immagine dell’avversario. Anche dovesse essere tutto vero, Trump perderà solo qualche punto in popolarità. Ma sono cose alle quali il Presidente eletto è quasi abituato: non è stata una campagna diversa da altre “Forche Caudine” sotto le quali Donald Trump è dovuto passare: quella sulle frasi sessiste, le accuse di evasione, precedenti accuse di sostegno da parte del Cremlino, incitamento all’odio, e così via. E sappiamo benissimo come Donald ne esce quando è sotto la spada di Dàmocle della guerra mediatica: trionfatore e più forte di prima.

Leonardo Olivetti

UN COMMENTO

  1. John McCain… quello che fu fotografato insieme ai jaidisti in Siria poco dopo l’attacco alla Siria …
    l’Amico dei sauditi finanziatori dell’Isis e Al Qaida … quelo fotografato insieme a Al Bagdadi …insomma ecco il personaggio … un lercio

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