Escluso il Segretario di Stato, i maggiori segretari del 45esimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sono stati scelti: come c’era da aspettarsi, hanno destato non poche perplessità e alimentato molte chiacchiere. Certo, quasi tutti noi avremmo pensato a scelte differenti: ma Donald Trump è un politico in contro tendenza, un politico “da XXI secolo” in un certo senso, e l’imprevedibilità, così come l’audacia in alcune scelte, sono la sua carta, la carta che si aspetta chi lo ha eletto alla Presidenza. Visto che il tycoon ha spaccato l’America, non ci potevamo aspettare altro dalle sue nomine. Donald Trump, dunque, uno dei Presidenti più “fuori dagli schemi” nella storia della politica statunitense, sta già dando la sua impronta alla burocrazia di Washington, sta già modellando l’universo politico che intende creare. Tutt’altro che immobilismo, verrebbe da dire.

Se per l’insediamento dovremo aspettare il 20 gennaio 2017, e chissà ancora quanto per il Segretario di Stato (finora si sono levati e bruciati molti nomi: Rudy Giuliani, Newt Gingrich, Mitt Romney, David Petraeus), Donald Trump sta già mostrando una mobilità ed una volontà di azione che sicuramente molti non gli avrebbero dato. Tramite esternazioni pubbliche ed un video, pubblicato sui social network, Trump ha presentato una parte consistente del suo piano di governo per i primi 100 giorni, con le sue priorità strategiche: notifica di uscita dal TPP (Trans-Pacific Partnership), un «potenziale disastro per il nostro paese», una politica economica che riporti le industrie negli Stati Uniti e crei posti di lavoro, una iniziale stretta sui visti come inizio di una nuova politica dell’immigrazione (se è vero che non ha menzionato nel programma dei 100 giorni né il muro col Messico né le espulsioni, è pur vero che questi due punti cardini rimangono nelle intenzioni di Trump, che li ha ribaditi in svariate interviste anche dopo la sua elezione), la cancellazione della stretta «killer» sulle restrizioni in fatto di produzione energetica per «creare diversi milioni di posti di lavoro» ed infine una forte stretta sui lobbisti (un bando di 5 anni per coloro che lo diventano, un bando a vita per coloro che lo diventano per conto di governi stranieri).

Anche nella politica estera statunitense, il futuro Presidente sta mettendo sempre più becco; in questo caso, tuttavia, bisogna rilevare una forte continuità con la tradizione della sua campagna elettorale. Nei limiti che il suo ruolo di Presidente non ancora insediato gli consente, Donald Trump sta dicendo la sua: confermando tanto l’intenzione di migliorare i rapporti con la Russia, quanto la sua semi-rottura con l’Unione Europea (confermata soprattutto da Bruxelles, che ha visto in Schulz e Juncker due forti critici del tycoon) e la sua posizione verso Cuba: intenzione di rinegoziare l’accordo con L’Avana oppure di adottare una “linea dura” verso il governo di Raúl Castro.

Per quanto riguarda gli uomini della squadra di governo scelti da Donald Trump, ecco una prima presentazione.

Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale è stato scelto nella persona di Michael Flynn, certo una delle nomine più controverse ed intriganti: si tratta di un generale in pensione, 56 anni, che ha lavorato in Iraq e Afghanistan e ha comandato la DIA (Defense Intelligence Agency) dal 2012 al 2014. Tuttavia, chi crede che lui sia un “uomo dell’establishment” si sbaglia: Flynn è una delle pochissime figure operanti nella sicurezza nazionale che ha sostenuto Trump, un vero e proprio emarginato che ha mostrato, davanti alle telecamere, opinioni molto diverse circa i problemi della sicurezza internazionale: «Davanti all’ascesa del radicalismo islamico, penso che dovremmo avere un dialogo diverso con Mosca e possibilmente affrontare la sfida insieme». Si tratta di un esponente considerato molto filorusso: scrive editoriali per Russia Today ed ha anche presenziato e parlato a numerosi incontri del giornale russo. La sua posizione vicina a Mosca lo porta su posizioni piuttosto scettiche verso gli Stati europei, rei sia di aver adottato politiche interne discutibili (in primis le porte aperte all’immigrazione) sia di essere il “fardello” nella NATO che ora più di tutti vuole lo scontro con la Russia. Flynn è un asostenitore del Presidente egiziano al-Sisi (una posizione ampiamente diffusa nella fazione di Trump), che secondo lui va ancora più appoggiato. Per quanto riguarda l’Iran, considera un «errore» l’accordo sul nucleare, e spinge sia per non rinnovarlo sia per un dialogo con Teheran attraverso il suo alleato moscovita.

Un’altra figura che ha suscitato diverse polemiche è quella di Steve Bannon, nominato Chief Strategist (il primo consigliere presidenziale, che tuttavia non ha compiti particolarmente definiti) dal nuovo Presidente degli Stati Uniti. Si tratta di una figura estremamente controversa, ritenuta quasi una meteora fuori dal sistema, ma che ha ora una certa dose di potere nella nuova amministrazione. Bannon è l’ex capo del sito Breitbart news, sito di informazione accusato di “estremismo di destra, razzismo bianco e antisemitismo”. In realtà, tale sito, seppur su posizioni certamente radicali e anti-sistema, non merita tali appellattivi, se non altro perché è dichiaratamente pro-Israele (e dunque verrebbe da chiedersi dove sia l’antisemitismo). Dopo una brevissima esperienza in Goldman Sachs, Bannon è stato un esponente di rilievo dell’alternative right (alt-right), un movimento “di destra” del Partito Repubblicano, su posizioni nazionaliste, conservatrici e anti-sistema, e chiaramente soggetto ad attacchi quali “razzista, estremista”. Particolarmente inviso sia ai democratici sia ai repubblicani, la nomina di Bannon ha sollevato le proteste delle comunità islamiche, ebraiche e dell’Anti-defamation League: in molti vedono in Bannon un ostacolo nella “ricucitura” del paese, un pericolo se non addirittura un incitamento all’odio. Bannon ha respinto le accuse di «nazionalista bianco», defininendosi solo un «nazionalista economico», ed ha promesso di voler «rottamare» il vecchio establishment repubblicano per costruire «un movimento politico interamente nuovo». In sua relativa “difesa”, è intervento anche Barack Obama, che ha dichiarato a proposito di Bannon: «È importante lasciarlo lavorare. Gli americani decidono nel giro di un paio di anni se sono d’accordo con quello che fa».

Per il ruolo di Chief of Staff (altro incarico simile a quello del consigliere, capo del servizio personale del Presidente), la scelta è ricaduta su di un esponente dell’establishment repubblicano: Reince Priebus, 44 anni, membro del Partito che però lo ha appoggiato in campagna elettorale, cercando di mediare e di fare da ponte con i tanti scontenti del Grand Old Party. Priebus è dunque una nomina che mira ad accontentare sia il Partito Repubblicano sia i “moderati” della politica USA, e che potrà essere molto utile per il dialogo interno.

Altre nomine molto importanti, e anche molto controverse, sono quelle al Ministero della Giustizia e del capo della CIA (Central Intelligence Agency): si tratta di Jeff Sessions e Mike Pompeo. Il primo è un senatore dell’Alabama, reso “controverso” quando fu bocciato, oltre 30 anni fa, come Giudice Federale: fu accusato di opinioni razziste, di discriminazioni verso i neri, e si creò attorno una pessima fama. Attualmente ribadisce: «Non sono il Sessions che 30 anni fa è stato presentato in modo distorto all’opinione pubblica», sostenendo di essersi alquanto moderato, sia nei modi che nelle idee. È stato inoltre uno dei più importanti repubblicani a schierarsi fin dagli albori con Donald Trump, con cui condivide un gran ventaglio di idee, soprattutto in materia di immigrazione.

Più interessante è la nomina di Pompeo, 52 anni di origini campane, deputato dell’Arkansas: è considerato un esponente del Tea Party, un “radicale” di destra, anche se ha dalla sua una ottima esperienza di governo ed una certa preparazione politica. Tra le posizioni che più caratterizzano Pompeo, troviamo la sua simpatia verso la Russia, la sua ostilità marcatissima nei confronti dell’accordo nucleare con l’Iran, il mantenimento di Guantanamo, e la sua intenzione di essere più restrittivo verso gli imam e sorvegliarli maggiormente.

Leonardo Olivetti

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