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Il recente incontro in Florida fra Donald Trump e Xi Jinping non sembra aver spazzato via le nubi che ancora gravitano sui rapporti sino-statunitensi: anzi, in una certa misura, pare averle pure accentuate. Certo, il compito che i due leader s’erano prefissati appariva tutt’altro che facile: trovare un punto d’intesa sulle tante questioni che dividono Stati Uniti e Cina fin dalla precedente amministrazione, e che con quella attuale sembrano addirittura essersi aggravate. Gli argomenti sul tavolo erano tanti, e forse è persino mancato il tempo per discuterli tutti, quanto meno in maniera approfondita.

Mentre Donald Trump e Xi Jinping si preparavano al loro incontro, la Corea del Nord guidata da Kim Jong Un lanciava un nuovo missile a testata nucleare. Grande allarmismo in tutta la regione, dal Giappone alla Corea del Sud, non senza qualche fastidio anche a Mosca e Pechino, e con ampie ricadute soprattutto mediatiche in Occidente. Se fino a pochi minuti prima si poteva trovare ancora un qualche fragile e precario accordo sulla questione coreana, dopo quell’exploit da parte di Pyongyang gli spazi per raggiungerlo non erano di fatto più praticabili.

La Cina non intende scaricare la Corea del Nord nelle mani degli Stati Uniti e dei loro alleati locali, e vede in Kim Jong Un un interlocutore sicuramente non ideale, ma pur sempre preferibile a qualunque altra soluzione idealizzata dalla controparte americana. In un certo senso, si potrebbe dire che l’attuale leadership di Pyongyang sia, per Pechino, il male minore, da accettare in attesa che la sua parabola si concluda a vantaggio di nuovi leader più riformatori. Lungi dal voler emanare vaticini, probabilmente in Cina la soluzione caldeggiata per Pyongyang dovrebbe salvare capra e cavoli, in modo da evitare traumi politici indesiderati per l’alleato nordcoreano: per esempio mantenere l’attuale assetto che vede il nipote di Kim Il Sung pur sempre al vertice, ma con la gestione della politica e soprattutto dell’economia in mano a dei riformatori. Così si salverebbero le apparenze pur applicando alla gestione del paese modifiche sostanziali.

Gli Stati Uniti invece, pur avendo ribadito la loro intenzione di non cercare in Corea del Nord un “regime change”, sotto sotto non disprezzano una simile ipotesi e probabilmente vedono nella soluzione idealizzata ed attesa dai cinesi un male minore piuttosto che l’obiettivo principale e preferibile. In ogni caso hanno subito mandato nuove navi davanti alla Corea del Nord, tra cui una portaerei, col fine d’inasprire la tensione locale ed internazionale. Tuttavia non si potrebbe nemmeno escludere che gli americani, in questo momento, vogliano giocare la carta della tensione con Pyongyang per distrarre l’attenzione internazionale dalla Siria. Non è infatti da sottovalutare come, mentre le navi americane s’avvicinavano alla Corea del Nord, carri armati statunitensi e giordani penetrassero attraverso il confine siro-giordano nel paese di Bashar al Assad, ufficialmente per dare una mano all’Esercito Libero Siriano, emanazione militare del Consiglio Nazionale Siriano, ovvero del governo dei “ribelli” che l’Occidente ha riconosciuto come legittimo per la Siria al posto di quello di Damasco.

La Siria è un altro capitolo fondamentale nei rapporti sino-statunitensi. Al pari di Mosca, anche Pechino non ha mai abbandonato la Siria e men che meno intende farlo ora. I vertici cinesi sono inoltre consapevoli di quali legami vi siano fra una parte dei ribelli e dei fondamentalisti e terroristi attualmente attivi in Siria e i loro omologhi che attentano alla stabilità dello Xinjiang, così come del resto dell’Asia Centrale. Un calcolo molto simile, non a caso, viene fatto anche dalla Russia, particolarmente preoccupata per le contaminazioni terroriste e fondamentaliste nel Caucaso e nell’Asia Centrale ex sovetica. Tanto per la Cina quanto per la Russia colpire l’ISIS, al Qaeda e tutti i vari gruppi omologhi attualmente esistenti in Siria significa anche controllare ed impedire indesiderate derive d’instabilità nel proprio giardino di casa così come persino in casa propria. Senza poi dimenticare che Assad è un alleato.

Pesa poi il capitolo della “gestione” del Pacifico, dove tanto gli Stati Uniti quanto la Cina proiettano la loro influenza. Quella statunitense è in declino, quella cinese è in ascesa, e le due forze sono in costante attrito. Il contemporaneo attivismo del Giappone, l’emersione di nuove potenze come l’Indonesia e la defezione delle Filippine, passate con Duterte dagli Stati Uniti all’asse Russia-Cina, sono tutti elementi che pesano enormemente su questo dossier.

Infine vi è la politica commerciale fra i due paesi: su questo capitolo finora Trump s’è mosso sempre ambiguamente. Da una parte ha attaccato la Cina sulla “concorrenza sleale” attribuendole gran parte delle responsabilità sulla deindustrializzazione vissuta dagli Stati Uniti, invocando misure protezioniste, dall’altra però ha incontrato personalità come Jack Ma di Alibaba con l’accordo che quest’ultima grande realtà, prima al mondo nell’e-commerce, crei negli Stati Uniti migliaia di nuovi posti di lavoro. La Cina, inoltre, ha attraverso le sue grandi imprese vaste ambizioni sul settore produttivo americano, e dopo aver già portato a casa Syngenta con ChemChina ora intende acquisire nuove altre importanti aziendi statunitensi. Ma perchè tali accordi possano essere conclusi servirà il “placet” di Washington, che a questo punto potrebbe non essere sempre garantito: anche se, alla fine dei conti, aziende americane fortemente in sofferenza difficilmente potranno piegarsi alla “ideologia politica” quando, invece, la “ragion politica”  auspicherebbe di rivolgersi proprio ai cinesi, che sono di fatto finora gli unici ad essersi fatti avanti per farle nuovamente prosperare.

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