La Madonna del Perdono (foto di Sabrina Romagnoli)

Questa volta vi parleremo di un rivoluzionario scultore italiano rinascimentale, Donato Bardi, detto Donatello. Non si sa di preciso come sia entrato a fare apprendistato, visto che il padre, Niccolò di Betto di Bardo, apparteneva all’Arte dei Tiratori di lana e viveva nel popolo di S. Piero in Gattolino (pare inoltre che egli sia stato coinvolto nelle lotte delle fazioni fiorentine stando dalla parte degli Ottimati e che in seguito sia stato accusato di omicidio) e quindi di certo non assecondò i voleri del figlio. In ogni caso, tra il marzo del 1404 e il maggio del 1407 fu nella bottega del Ghiberti e nel 1407, fu impiegato dallo stesso come suo assistente e non come apprendista.

Donatello fu assai eclettico nell’utilizzo dei materiali, lavorò l’oro (ebbe come maestro il patrigno del Ghiberti, Bartolo di Michele), il bronzo, il legno, la pietra. Quest’ultimo materiale risulta essere quello impiegato per la realizzazione delle figure dei profetini (oggi non trovati o comunque non ancora identificati) per la Porta della Mandorla della Cattedrale di Firenze, nota come il primo lavoro certo che gli fu commissionato. Le due figure attualmente presenti non sono attribuibili minimamente all’artista perché risultano assolutamente fuori dallo stile e dalla verve dello scultore. Interessante, nel volumetto La vita di Brunellesco di Antonio Manetti, la parte dedicata al viaggio che Donatello fece con Brunelleschi, altro artista dell’epoca assai importante nell’ambito rinascimentale, che non può però essere annoverata come significativa nella sfera della sua futura evoluzione artistica.

Nel 1408-1409, lo scultore realizza la sua prima opera il David marmoreo, destinato a uno degli sproni della tribuna settentrionale del Duomo, ma mai inserito; trasportato a Palazzo Vecchio nel 1416, Donatello per renderlo ancora più eroico e patriottico Donatello vi fa allora qualche ritocco alla gamba accentuandone l’avanzamento e rimuovendone il cartiglio; poi è la volta di S. Giovanni Evangelista del Duomo e poi ancora del Crocifisso in legno di S. Croce. Qui gli aspetti compositivi e stilistici della scultura sembrano già liberarsi dagli schemi gotici del passato per lasciare spazio ad intenti rivoluzionari che saranno però interamente visibili nelle opere successive. Ed infatti nel volto del Cristo scolpito da Donatello troviamo tutto quel senso di umanità, di espressione, di dolore fino ad allora mai visto. Il volto, i lineamenti degli occhi e della bocca mostrano la smorfia di sofferenza, la postura del corpo e l’inclinazione del viso verso il basso sembrano cercare gli infiniti volti delle persone del popolo. Mai vista una cosa del genere!

Il Cristo di Donatello (foto di Sabrina Romagnoli)

La rivoluzione artistica di Donatello viene però toccata ai massimi livelli con le due statue, una realizzata nel 1411- 1413, il S. Marco per l’Arte de’ Linaiuoli e Rigattieri, e l’altra del 1415-17 circa, il S. Giorgio per l’Arte de’ Corazzai (l’originale è ora nel Museo Nazionale e a Orsanmichele ed è sostituito da una copia bronzea). Ma cosa c’è di tanto rivoluzionario? In primo luogo lo stile del panneggio, che non mostra più quegli schemi calligrafici tipici della scultura gotica, ma che si esprimono morbidi e palpabili, e vivi non solo nella forma ma anche negli atteggiamenti: basti pensare allo sguardo vigile ed attento del San Giorgio.

San Giorgio (foto di Sabrina Romagnoli)

Ma Donatello fu anche inventore di una tecnica che non ha eguali: lo stiacciato, che gli permise attraverso livelli sempre più fini di ottenere notevoli profondità e che anticipa nel bassorilievo marmoreo con Dio Padre e ancora di più in un altro alla base della nicchia rappresentante la Lotta del santo col drago. Anche qui però non si lascia influenzare dagli spazi, ma attraverso l’espediente dello stiacciato non tralascia sfondi, movimenti, espressioni facciali e spazi.

La lotta del santo col drago (foto di Sabrina Romagnoli)

Nel frattempo Donatello si dà da fare con l’opera del Duomo. Crea una statua colossale di Giosuè in “mattoni e stucco”, collabora con Brunelleschi per la formazione dei modelli per gli sproni mai realizzati e infine, non per importanza, si pone accanto a Nanni Di Banco e allo stesso Brunelleschi per la progettazione del primo modello della cupola del Duomo. Ma, ancora, il compito più importante di Donatello in questi anni fu di provvedere alle statue per le nicchie del campanile. Quelle del lato orientale vennero eseguite tra il 1416 e il 1421 e installate nel 1422. Delle quattro figure che rimasero nelle nicchie orientali sino al 1940 (sono ora nel Museo dell’Opera del Duomo) tre sono di Donatello: il Profeta sbarbato, il Profeta con barba in posa pensosa e l‘Abramo con Isacco. Solo quest’ultimo gruppo è datato e identificato nei documenti (1421); la commissione era stata fatta a Donatello e a Nanni di Bartolo insieme, ma la parte di Nanni deve essere stata minore e non compromette l’alta qualità dell’opera. Dei quattro profeti già sul lato occidentale del campanile (erano stati in origine eseguiti per il lato nord, ma poi spostati nel 1464), solo due, secondo i documenti, sono opera di Donatello: lo Zuccone e quello con l’iscrizione “Ge[re]mia”. Entrambi recano sulle basi l’iscrizione “Opus Donatelli”. Qui lo scultore si diverte a mescolare l’antico con il “moderno”, e lo fa con stile!

Il profeta con barba in posa pensosa (foto di Sabrina Romagnoli)

Intorno al 1422 Donatello ricevette la sua prima commissione per l’opera in bronzo di S. Ludovico per il pilastro della Parte guelfa a Orsamichele e negli stessi anni, con l’aiuto di assistenti, Donatello eseguì il tabernacolo marmoreo che incornicia la nicchia. Qui però non mostra di allontanarsi dal fascino del classico. Appare rivolto ad una forte espressività nella tomba Brancaccio dove Donatello contribuì allo sviluppo dello stile pittorico iniziato con i rilievi del tabernacolo di S. Giorgio a Orsanmichele, con il bassorilievo a stiacciato dell’Assunzione. Con la stessa tecnica realizza La Madonna Shaw del 1425-1428 (ora al Museum of Fine Arts, Boston, Mass., USA); l’Ascensione del 1428-1430 (Victoria and Albert Museum, Londra), destinata probabilmente alla cappella Brancacci in S. Maria del Carmine a Firenze; e la Sepoltura di Cristo sul tabernacolo nella sacrestia dei Beneficiati, in S. Pietro in Vaticano, eseguita durante la visita di Donatello a Roma nel 1432-33. Ma è nel Banchetto di Erode che si supera con un bellissimo spaccato di vita, di prospettiva perfettamente ricalcata dalle parole di Leon Battista Alberti nel suo De Pictura. Cosa fa qui se non calare una scena raccontata come se fosse un vero spaccato quasi di vita quotidiana?

Abbiamo poi “La Madonna del Perdono” di Donatello, durante il suo soggiorno a Siena intorno al 1457. Si tratta dell’incantevole tondo della “Madonna col bambino e i tre cherubini” denominata per l’appunto anche Madonna del Perdono. Il tondo, realizzato con la tecnica scultorea dello stiacciato e arricchito da intarsi di vetro blu, rappresenta la Madonna nel pieno della sua malinconia come a presagire la perdita del suo unico figlio. Tra le sue braccia vi è posto il corpicino di Gesù bambino con lo sguardo dritto verso lo spettatore e la mano destra seminascosta, appoggiata teneramente sul collo della madre. Sullo sfondo, i cherubini incorniciano i volti dei due personaggi principali, i quali incarnano perfettamente i canoni dello studio di introspezione psicologica tipica di Donatello.

L’opera, originalmente posta nella terza campata della navata destra della Cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta, incorniciava l’entrata alla Cappella della Madonna delle Grazie, collocazione suggerita dalla ricostruzione della suddetta con il calco in gesso dell’opera donatelliana allestita all’interno della Cripta insieme a varie testimonianze figurative presenti in mostra come ad esempio la tela realizzata da Bernard van Rantwijck raffigurante la veduta interna della Cattedrale, ancor prima dello smantellamento della Cappella della Madonna delle Grazie avvenuto nel 1660 per fare spazio alla Cappella della Madonna del Voto di Gian Lorenzo Bernini, eseguita per volere di papa Alessandro VII. Qui, ancora oggi possiamo ammirare la splendida tavola tardo-duecentesca de “La Madonna del Voto”, tradizionalmente attribuito dalla critica al pittore Guido da Siena. È magnificamente inserita in un elegante cornice in bronzo dorato realizzata da Bernini stesso.
Opera, quest’ultima, ancora oggi amata da tutti i senesi e tappa fondamentale per i devoti della Madonna.

Tra il 1450 e il 1453 l’unica opera attestata di Donatello è il S. Giovanni Battista in legno nella chiesa dei Frari a Venezia. Ed è qui che già si trovano i prodromi dell’ultima maniera dello scultore fiorentino fatta di intensità caratteriale, di utilizzo del materiale fino a scardinarlo, e dell’espressività più nera ed insieme ascetica che ravvediamo nella Maria Maddalena e nel S. Giovannino di casa Martelli in marmo. Le proporzioni allungate (come anche nelle statue in bronzo di San Giovanni Battista a Siena e di Giuditta davanti a Palazzo Vecchio), le espressioni esagerate, nei toni delle emozioni, raggiungono la vetta massima anticipando l’espressionismo pittorico e scultoreo fino alla nostra contemporaneità. Nel succedersi degli eventi il dolore come la gioia, la paura come qualsiasi altra emozione, non varia: è sempre lì, rappresentata dai grandi poeti dell’immagine di tutti i tempi.

La Madonna del Perdono (foto di Sabrina Romagnoli)

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Sabrina Romagnoli (Siena, 1969), si definisce e viene definita "diversamente storica", essendo pure archeologa; ma, sempre per questa ragione, potrebbe esser considerata anche "diversamente archeologa", essendo pure storica. Di conseguenza la definizione di "topo da biblioteca" le va molto stretta, ed infatti chi la conosce sa quanto non le si addica. Laureata all'Accademia di Belle Arti a Firenze (e non solo), studiosa di arte ed in particolare di scultura, esperta di altorilievi e bassorilievi, il suo curriculum è molto ricco, ma per la curiosità dei nostri lettori preferiamo non raccontarvelo tutto in un colpo solo.

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