Donne delle macerie

Questa è una pagina dei molti “probabilmente”. Probabilmente soltanto un mito, come è opinione diffusa e dilagante di tanti. Probabilmente un fenomeno molto meno diffuso di quello che abbiano raccontato certi libri, taluni numeri e alcune testimonianze. Probabilmente una storia molto meno romantica di quello che si vuole far credere, nonostante le statue fatte erigere in più parti della Germania.

Già, la Germania. Stavolta, in qualche modo, si parla proprio di lei. O meglio, delle sue Trümmerfrauen. Chi sono? Donne. Non semplici donne, però. Le donne delle macerie. Coloro che con le loro braccia, schiene, sudore, sacrificio, abnegazione avrebbero dato un notevole contributo alla ricostruzione tedesca dopo la Seconda guerra mondiale. Avrebbero, appunto. Perché tutto è in forse, ma proprio per questo suo alone di mistero è da raccontare.

Il secondo conflitto mondiale è terminato in Europa e in Germania nel maggio 1945. I tedeschi, l’8 di quel mese, hanno firmato la resa incondizionata. Berlino era un cumulo di macerie, con i suoi 67 milioni di metri cubi di detriti da dover rimuovere. Pietre, travi, calcinacci, pezzi di ferro. La maggior parte degli uomini (quelli tra i 18 e i 55 anni) erano stati in guerra e, se tornati, erano feriti e sconvolti. Le donne erano state testimoni dei bombardamenti, molte di loro vittime di violenza da parte degli ufficiali sovietici, con un numero elevatissimo di suicidi.

Ma sono proprio loro, le donne, a rimboccarsi le maniche, a mettersi fazzoletti in testa e pantofole di pezza ai piedi, a raccogliere e smistare i detriti. Pare li abbiano suddivisi per grandezza e tipologia, e impiegati nella costruzione di nuove case o nella realizzazione di colline artificiali, alcune esistenti ancora oggi. Ed è sempre a loro, naturalmente, che sarebbe spettato il compito di ripristinare l’acqua corrente e riparare i ponti.

E, seppur avvolte nel mistero, le “donne delle macerie” sono state raccontate e rappresentate più volte. Esistono, infatti, statue a loro dedicate. A Berlino est, per esempio, esiste una scultura che ritrae una donna fiera con un badile sulle spalle. Dall’altra parte, a ovest, una donna seduta che evoca la figura materna e rappresenta il momento in cui ha finito il suo lavoro e può tornare alle mansioni che le appartengono.

Di queste eroine – a loro modo, esistenti o meno, lo sono davvero – ha parlato qualche anno fa una storica locale, una tale Leonie Treber, che ha dedicato un libro sulla questione. Smontando, punto per punto, tutto ciò che di buono c’è di queste Trümmerfrauen. Secondo lei, infatti, ci sono due aspetti da considerare. Il primo: la rimozione e il riciclaggio delle macerie negli anni del dopoguerra è stato effettuato grazie all’impiego di grandi macchine e di lavoratori professionisti del settore. Le donne, che pure hanno partecipato parteciparono, non erano affatto delle volontarie, bensì operaie non qualificate, spesso obbligate da necessità economiche o dalle stesse forze occupanti, a prestare un servizio che veniva comunque retribuito, seppur malamente. Il secondo: il loro contributo, in termini numerici, sarebbe stato esiguo. Appena 26 mila su una popolazione femminile di mezzo milione di unità, e a fronte di un 30 per cento dei lavoratori uomini impiegati nello smistamento di macerie.

Chiara, allora, la conclusione: non sono state le donne a offrire la chiave risolutiva al problema della ricostruzione, né è stato un fenomeno di massa quello che le ha coinvolto. La loro immagine è stata enfatizzata per ragioni di propaganda. O, forse per riscattarle, dopo aver appoggiato il regime nazista.

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