Il Presidente del Camerun, Paul Biya.

E’ giunta proprio nelle ultime ore la notizia dell’accordo di difesa militare siglato in gran segreto fra Mosca e Yaoundé, sullo sfondo di un’Africa già francese che sempre più sembra cambiare volto. Negli ultimi tempi abbiamo assistito al continuo defilarsi, dalla sfera d’influenza di Parigi, di vari paesi un tempo sue colonie come la Guinea, il Burkina Faso e il Mali. Anche in Camerun, a dire il vero, il cambiamento andava avanti da tempo, spesso neanche troppo sottotraccia. La notizia del nuovo accordo di difesa militare, in questo senso, costituisce dunque allo stesso tempo una conferma ma anche un importante salto di qualità.

Mentre i paesi della “sfera atlantica” e più in generale legati al cosiddetto “Washington consensus”, ovvero dell’area NATO e G7 (e nemmeno tutti), condannano le azioni militari della Russia e s’associano agli USA nel boicottarne in primo luogo gli alleati come ad esempio la Cina, quest’ultime continuano intanto ad intascare vasti consensi in tutto il resto del mondo, ovvero in tre quarti delle nazioni rappresentate all’Assemblea delle Nazioni Unite e sparse in tutto il globo, dall’Asia all’America Latina fino all’Africa, ovvero dove per prima nacque la storia dell’Umanità. Qualcuno, un po’ troppo malato d’eurocentrismo od “atlantocentrismo”, potrà dire che poco importino nazioni come quelle africane, latinoamericane, o addirittura altre come quelle mediorientali, o l’India, e così via: ma, glissando su una visione tanto miope quanto incolta, basterà semplicemente ricordargli che “la matematica non è un’opinione”.

Al momento possiamo dire che in Africa, ovvero in un Continente dove certamente gli equilibri e gli intrecci appaiono oggi delicati e vissuti quanto mai poteva sembrarlo da anni a questa parte, la Russia sia presente in vari campi, a seconda del paese agendo o da semplice venditore d’armamenti in concorrenza con gli storici fornitori delle ex potenze coloniali o persino come vera e propria “forza in campo”, quindi col consenso e l’esplicita richiesta dei governi locali, a loro supporto con propri tecnici e personale militare (e non a caso da qualche tempo a questa parte, presso i media occidentali, s’è cominciato a parlare con allarme e con fastidio della “famigerata” Wagner). Sono dunque differenze sostanziali, a seconda del paese di cui parliamo, ma che testimoniano comunque la sopraggiunta evoluzione in seno allo status quo locale, come un’erosione del vecchio ordinamento tramandatoci dal colonialismo.

L’accordo siglato in segreto tra Russia e Camerun avrà, come nel caso del Mali, un capitolo riguardante l’invio di mercenari russi della Wagner, che verranno usati soprattutto insieme all’esercito locale nelle operazioni di contrasto di Boko Haram, ovvero dell’emirato subsahariano affiliato all’ISIS e che ha fatto tristemente parlare di sé per il proprio operato soprattutto nel nord della Nigeria, soprattutto a causa dei rapimenti di giovani donne. Di Boko Haram da noi poco si parla, ma basterebbe guardare al suo curriculum per rendersi conto che le sue vittime e la sua attività terroristica abbiano superato senza difficoltà quelle della “Casa madre”, il Califfato già attivo tra Siria ed Iraq con diramazioni anche in Libia. La lotta al terrorismo di matrice islamo-fondamentalista, qua, può oggi apparirci forse un argomento superato, ma in altre parti del mondo continua purtroppo a rimanere un tema di drammatica attualità.

Russia e Camerun, come sancito dall’accordo siglato tra i Ministri della Difesa Joseph Beti Assomo e Serghei Shoigu e precedentemente delineato dai Presidenti Paul Biya e Vladimir Putin, riguarderà anche lo scambio d’informazioni su politica di difesa e sicurezza internazionale, l’addestramento congiunto, nonché la medicina, l’ingegneria, l’istruzione e la topografia militare. Del resto già nel 2015 i governi di Russia e Camerun avevano stabilito un accordo militare per la fornitura di tecnologie militari da utilizzarsi proprio contro Boko Haram. Era uno dei primi segnali della volontà russa, mai da allora abbandonata, di combattere contro l’ISIS anche al di fuori dall’ambito siriano.

La notizia del nuovo accordo è stata accolta con soddisfazione in Camerun e più in generale nel contesto africano, mentre ha sollevato nuovi fastidi in Francia e in Occidente. “Nuovo sentimento anti-francese” è quanto paventato da coloro che, alla causa di Parigi in quella che un tempo veniva sovente chiamata “Françafrique”, evidentemente un po’ ci sono affezionati. Gli esempi della Repubblica Centrafricana, del Mali, così come quelli ancor più eclatanti della Guinea o del Burkina Faso, cominciano ad apparire sempre più indigesti, e non soltanto negli ambienti più “in” di Parigi. Altri paesi, al di fuori della “ex Africa francese”, intrattengono del resto rapporti con Mosca da diversi anni, in un crescendo di sinergie che abbracciano i campi non soltanto militare ma anche civile, in particolare il supporto tecnico e la formazione del personale. Nuovi accordi sono stati siglati proprio in questi giorni, altri sono in dirittura d’arrivo, e spesso riguardano proprio un loro rinnovo e una loro implementazione: è per esempio il caso dell’Eritrea, strategica per la sua posizione geografica di cerniera tra l’entroterra africano ed il Mar Rosso di cui controlla molta della costa, e nel quale transitano i principali commerci e flussi energetici mondiali. Asmara ha già in essere da tempo un forte rapporto con Mosca, esattamente come un partenariato strategico con Pechino, potenziato proprio pochi mesi fa.

Del resto, come già espresso poche settimane fa anche da Dmitrij Medvedev, Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, l’intenzione di Mosca è oggi quella d’approfondire sempre di più i propri rapporti coi paesi “amici”, che in sede ONU hanno testimoniato la loro vicinanza nel momento dell’aggressione politico-diplomatica occidentale guidata da Washington (ad esempio votando contro od astenendosi o non partecipando comunque al voto di condanna che invece USA ed alleati avevano più volte espressamente richiesto, oltre a non allinearsi alla loro richiesta di sanzioni). Ciò passerà anche, per esempio, nel vendere le proprie “commodities” (come in primo luogo grano, altri cereali e derrate alimentari in genere), soprattutto a costoro e quindi non più a coloro che l’hanno attaccata o boicottata, con importanti benefici sul costo della vita locale, dove il prezzo di tali prodotti a causa della crisi militare internazionale e delle sanzioni è cresciuto a livelli spesso insostenibili o comunque allarmanti per la stabilità di molte economie locali.

Al tempo stesso, ciò permetterà anche d’evitare che torni a crearsi la situazione di crisi economica che, fra il 2010 e il 2011, a seguito della crisi globale del 2008, favorì la stagione delle “Primavere Arabe” e più in generale delle nuove “rivoluzioni colorate” tentate anche in altri paesi, anche dell’Africa subsahariana. Pure su questo, tra Parigi, Londra e Washington, s’erano iniziati a fare qualche illusione di poterci riprovare: è andata male.

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Nato a Pisa nel 1983. Direttore Editoriale de l'Opinione Pubblica. Esperto di politica internazionale e autore di numerosi saggi.

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