Stando alle recenti dichiarazioni del vice-cancelliere e ministro dell’economia tedesca, Sigmar Gabriel, il TTIP, il gigantesco accordo commerciale tra Stati Uniti ed Europa, sembra essere fallito.

TTIP: cos’è?

Prima di entrare nel merito della questione però, facciamo un rapido riassunto per i non addetti ai lavori. Il “Transatlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP, per l’appunto), è un trattato di libero scambio avviato nel 2013 che vede coinvolti i 50 Stati facenti parte degli USA e i 28 (presto 27) Stati membri dell’Unione europea.

Quello del TTIP è un accordo volto ad aprire una zona di libero scambio nei settori delle merci, dei servizi, degli investimenti e appalti pubblici. Allo stesso tempo pone le basi per regole globali abbattendo le barriere (tariffarie e non). Inoltre armonizza e semplifica le norme tecniche differenti delle parti in causa.

Le difficoltà del TTIP

Sin dagli inizi della negoziazione, il Trattato Transatlantico non ha mai avuto vita facile. Dapprima criticato per la poca pubblicità e trasparenza, è stato poi accusato di favorire unicamente gli interessi delle grandi imprese di entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma l’ostacolo più grande è rappresentato dalle differenze, spesso molto accentuate, fra la normativa europea e quella statunitense. Negli States, infatti, può essere messo in vendita ciascun bene – a meno che non venga dimostrata scientificamente una certa nocività; in Europa, invece, avviene l’esatto contrario: prima della commercializzazione bisogna provare che la merce che si vuol introdurre sul mercato è inoffensiva, secondo il c.d. principio di precauzione (art. 191 TFUE).

Il duro colpo del BREXIT

Ad aggravare una situazione già abbastanza critica, ha contribuito, successivamente, l’esito del referendum sulla Brexit. Il Regno Unito, infatti, è sempre stato uno dei più convinti sostenitori del TTIP nelle file dell’UE, a differenza di altri Stati, su tutti la Francia, mai persuasa appieno dei vantaggi europei del partenariato.

Proprio in questi giorni, infatti, a seguito delle dichiarazioni del vice-cancelliere tedesco Gabriel, hanno fatto eco le parole del viceministro del commercio estero, Matthias Fekl, che ha annunciato il venir meno del sostegno politico della Francia al negoziato. Il francese come motivazione ha addotto il fatto che gli accordi sarebbero eccessivamente sbilanciati in favore delle posizioni statunitensi.

Anche Oltreoceano si è discusso sull’opportunità di proseguire i negoziati sul TTIP (e il loro eventuale orientamento). In particolare Donald Trump e Hillary Clinton, i due candidati alle elezioni presidenziali di Novembre, hanno affrontato questa tematica per richiamare l’attenzione dell’elettorato americano. Il repubblicano Trump ha ribadito una netta contrarietà all’accordo, viceversa la Clinton ha prudentemente rivisto la sua posizione, consapevole dell’esigenza di raccogliere consensi tra gli elettori dell’ala più a sinistra del suo partito. Lo stesso Sanders si è detto critico sulla partnership euro-americana.

Davanti a uno scenario così complicato, poco o nulla possono le rassicurazioni venute dalla Commissione europea e della Merkel, che hanno assicurato come le trattative transatlantiche stiano proseguendo. Mai come in questo momento il consenso della Cancelliera tedesca in Germania è ai minimi, e il dissenso manifestato dal leader del partito socialdemocratico tedesco ha un peso politico rilevante. Difficilmente si potrà procedere alla conclusione dell’accordo con il parere contrario del ministro dell’economia della più importante potenza economica europea.

Le cose non sembrano destinate a cambiare nemmeno tramite l’intercessione italiana. Sebbene il ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, si sia detto fiducioso sulla conclusione positiva del Trattato, difficilmente l’Italia, relegata ai margini dell’Unione, potrà influire concretamente sull’esito dell’accordo.

Il CETA passato sotto silenzio

Pericolo scampato, dunque? Non ancora. Non c’è solo il TTIP ad occupare il tavolo della Commissione europea, ma anche il CETA, l’accordo commerciale tra Canada e Unione europea.

Il negoziato sul CETA (Comprehensive Economic & Trade Agreement), anche se i cittadini europei non ne sono stati informati, è stato già chiuso nel 2014, e la sua entrata in vigore era prevista per il 2017. Tuttavia, a causa della sua natura di accordo misto, necessita non solo dell’approvazione del Consiglio e del Parlamento europeo, ma anche di quella dei singoli Parlamenti nazionali, come stabilito dal Trattato di Lisbona. Ciò comporterà un inevitabile ritardo sulla tabella di marcia per la data di entrata in vigore, e soprattutto la possibilità che la mancata ratifica di uno dei 27 Parlamenti nazionali possa bloccare definitivamente la partnership tra Unione europea e Canada.

Esattamente come per il TTIP, anche il CETA vede contrapposti due fronti: i feticisti del mercato contro coloro i quali si battono per la tutela della salute e delle produzioni locali. Entrambi i trattati riguardano merci, occupazione, sviluppo economico.  Il pericolo è dunque lo stesso: molte aziende Usa, infatti, oggi operano in Canada, e  l’eventuale entrata in vigore del CETA, permetterebbe loro di bypassare il TTIP, ottenendo i medesimi effetti che avrebbero con l’approvazione del Trattato euro-americano. In pratica, rischieremmo di ritrovarci l’Europa, e di conseguenza l’Italia, invasa da prodotti Ogm (il Canada è uno dei primi 5 produttori di colture Ogm al mondo) tra cui la celebre “mela che non imbrunisce mai”, prodotta proprio da una azienda canadese, e già in commercio negli States, circostanza che condurrà ad una inevitabile corsa al ribasso in termini di qualità, sicurezza e diritti.

Mauro Gagliardi

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