Bianchi con in sella Fausto Coppi
Era una Bianchi anche la bicicletta di Fausto Coppi.

Nato a Milano il 17 luglio del 1865, Edoardo Bianchi non sembrava destinato almeno inizialmente a chissà quale grandioso avvenire. Già a sette anni, infatti, si ritrovò a vivere al Martinitt, il collegio milanese in cui i bambini orfani o abbandonati potevano almeno godere di un letto e di un pasto, oltre a ricevere una sommaria istruzione che ne avrebbe fatto un giorno degli adulti in grado di cavarsela da soli.

Al Martinitt, però, il piccolo Edoardo iniziò subito ad appassionarsi alla meccanica, di cui apprese i primi rudimenti, e quando divenne maggiorenne e uscì dall’istituto, con grandi sacrifici, riuscì a metter su una piccola bottega-officina nel centro storico di Milano, dove dedicarsi soprattutto alla costruzione e alla riparazione delle biciclette. Era il 1885 e quello che sembrava soltanto un modesto emporio non sembrava certamente destinato, nel giro di pochi decenni, a diventare un vero e proprio colosso italiano della meccanica e soprattutto dei mezzi di trasporto.

Dotato com’era di grande inventiva, non esitò a rivoluzionare il concetto fino allora esistente di velocipede, riducendo il diametro della ruota anteriore fino a renderla praticamente identica alla posteriore, adottando la catena di trasmissione da poco tempo inventata in Francia ed abbassando l’altezza così l’altezza di sella e pedali. In questo modo si passò praticamente dal vecchio velocipede ottocentesco alla moderna bicicletta, di cui proprio Edoardo Bianchi fu il vero inventore.

Sempre attento alle grandi novità provenienti dall’estero come in patria, già nel 1888 realizzò la prima bicicletta dotata di pneumatici. Lo pneumatico, allora appena inventato dallo scozzese John Boyd Dunlop, trovò così in Edoardo Bianchi il primo tecnico ed imprenditore ad introdurlo in Italia. Era il secondo primato, dopo l’invenzione della bicicletta moderna, da parte del brillante ragazzo venuto dal Martinitt.

Dal momento che lo pneumatico consentiva maggior velocità e sicurezza ai mezzi che ne erano provvisti, il suo successo fu immediato ed altrettanto immediata la sua applicazione nel settore sportivo, dove ovviamente Edoardo Bianchi non esitò a calarsi schierando le sue biciclette nelle principali gare ciclistiche europee dell’ultimo decennio del XIX Secolo.

La sua fama iniziò così ad espandersi, al punto che nel 1895 la Regina Margherita, moglie di Umberto I, lo convocò al Palazzo Reale di Monza perché gli mostrasse la sua portentosa bicicletta e soprattutto perché la istruisse ad utilizzarla. Così, dato che l’abbigliamento femminile del tempo prevedeva lunghe e larghe gonne, particolarmente voluminose, Edoardo Bianchi studiò un telaio apposito, aperto. Nacque così, sempre di sua invenzione, la bicicletta da donna, al tempo presentata anche come “modello per ecclesiastici”.

Immancabilmente attratto dalle novità tecniche, sul finire del secolo iniziò a studiare i primi motori a scoppio per tutti, in particolare quelli della francese De Dion-Bouton, che montò su dei tricicli di sua fabbricazione. I primi collaudi, tuttavia, non furono baciati dalla fortuna, tant’è che in uno di questi Edoardo Bianchi si procurò delle ustioni alle mani. Dopo alcune settimane di convalescenza, riprese febbrilmente il lavoro e già nel 1900 i tricicli a motore Bianchi erano una realtà, in vendita al pubblico.

Nel 1901 brevettò un’altra singolare invenzione, la trasmissione a cardano per le biciclette, che suscitò una moda ben presto imitata anche da altri costruttori sia nazionali che esteri. La trasmissione ad albero o a cardano trovò comunque la sua più fortunata applicazione in campo motociclistico, diventando un vero e proprio marchio di fabbrica per Case motociclistiche come FN o BMW negli anni seguenti, fino a trovare ancor più vasta applicazione in seguito con la Guzzi o con le Case giapponesi.

Nel 1913, infine, Edoardo Bianchi brevettò anche il freno anteriore, che fino a quel momento non aveva trovato consenso su cicli e motocicli, giacché si temeva che un suo brusco utilizzo potesse causare il rovesciamento del veicolo. Prove alla mano, invece, l’imprenditore milanese dimostrò come il freno anteriore permettesse una maggior stabilità del mezzo in caso d’arresto.

Dalla bicicletta alla motocicletta il passo fu breve. Nei primi anni precedenti alla Grande Guerra, la Bianchi era di fatto una delle principali Case motociclistiche italiane, praticamente la decana nel settore. Quando scoppiò la Grande Guerra, le motociclette e le biciclette Bianchi vennero prontamente arruolate dal Regio Esercito.

Il successo delle moto Bianchi si mantenne, crescendo, anche fra le due guerre, con importanti risultati sportivi e con una gamma sempre più vasta ed aggiornata. La 175 “Freccia d’Oro” era addirittura uno dei modelli più venduti all’epoca, quella su cui anche Mussolini aveva imparato a guidare la moto e che per questo preferiva su tutte le altre.

Contemporaneamente Edoardo Bianchi ampliava la sua attività entrando anche nel settore delle auto e dei camion. Anche in questo caso l’azienda, ormai divenuta un grande colosso, con importanti stabilimenti in Viale degli Abruzzi a Milano, forniva non soltanto il mercato civile, ma anche il Regio Esercito con modelli appositamente pensati.

La Seconda Guerra Mondiale, coi suoi bombardamenti, rase al suolo anche gli stabilimenti della Bianchi. Per l’azienda, “Fornitrice ufficiale della Real Casa”, fu l’inizio del declino. Il 3 luglio del 1946, nella sua villa di Varese, Edoardo Bianchi morì a seguito di un incidente stradale, lasciando così orfana la sua grande azienda.

La Bianchi, a quel punto, si riprese sia pur solo parzialmente grazie alla produzione delle ormai affermatissime biciclette, ma anche di una popolare motoleggera, la Bianchina 125 a due tempi da cui poi sarebbero nati altri importanti modelli della Casa del Secondo Dopoguerra. Il settore auto, invece, pochi anni dopo fu ceduto a FIAT e Pirelli, che insieme alla Bianchi stessa diedero vita all’Autobianchi. Il suo primo modello fu la celebre Bianchina basata sulla meccanica della FIAT 500. Dopo quei disastrosi bombardamenti la Bianchi da sola, ormai, non poteva più sostenere la produzione automobilistica.

La produzione motociclistica andò avanti fino al 1964, quando anche il ramo motociclistico della Bianchi dovette issare bandiera bianca. Il mercato delle moto, in quegli anni, era ai minimi storici e oltretutto la Casa milanese aveva sbagliato alcuni modelli che sarebbero altrimenti stati vitali per la sua sopravvivenza. Rimase solo il settore biciclette che, attraverso alterne fortune e vari passaggi di proprietà, è in vita ancora oggi.

Proprio la bicicletta, insieme alla motocicletta, ha dato alla Bianchi le maggiori soddisfazioni. Con la bicicletta Bianchi tutti sanno che corse il grande Fausto Coppi, mentre con una motocicletta della Casa milanese iniziò l’avventura sportiva di un altro nome leggendario, quello di Tazio Nuvolari.

Insieme a pochi altri nomi, Bianchi è oggi simbolo indiscusso della bicicletta, non soltanto italiana, nel mondo. Tutto per merito di Edoardo Bianchi, il ragazzo del Martinitt.

Tazio Nuvolari in sella alla Bianchi, insieme ai compagni di squadra Zanchetta e Moretti.

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