Il 14 gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato otto deleghe necessarie al completamento della riforma scolastica nata nel 2015 con la stesura della legge nota come ‘Buona scuola’. Una delle suddette deleghe riguarda l’istituzione di un ‘Sistema integrato di educazione ed istruzione per le bambine e per i bambini in età compresa dalla nascita fino a sei anni’.

Ha suscitato polemiche il punto della riforma che prevede l’introduzione dell’obbligo di laurea triennale per il personale dei poli d’infanzia, requisito che ad oggi manca a molti che vi sono occupati: cosa accadrebbe loro?

La medesima preoccupazione vale per la parte di personale composta da psicologi ed assistenti sociali che, loro malgrado, operano in un ambito che è diverso da quello della loro specifica competenza, poiché in questi giorni è in discussione anche il progetto di legge Iori che dovrebbe riconoscere e tutelare la figura dell’educatore, magari riservando anche i ruoli nelle strutture adibite alla fascia d’età in questione ai laureati in ‘Scienza dell’educazione’. Speriamo solo che si possa sbrigliare questa matassa con un po’ di buon senso e senza fare pasticci.

In termini generali si può dire che gli istituti per i bambini di età compresa nella fascia 0-3 anni vengono integrati in un progetto più ampio: l’asilo nido diventa il primo ingresso nel percorso di educazione e di istruzione che informerà l’infanzia e l’adolescenza: ebbene, questo fatto desta preoccupazione. Non ci vogliamo riferire qui alle criticità specifiche presentate della cosiddetta ‘Buona scuola’ ma più in generale alla scuola come intesa e organizzata, con qualche variazione sul tema, in sempre più paesi, ovvero come sistema di massificazione.

Il motivo dell’istituzione della frequenza scolastica non fu all’origine la volontà di estendere un diritto, bensì di escogitare un nuovo metodo di controllo sociale, divenuto necessario a causa dell’inurbamento delle masse. Emile Durkheim vedeva nella scolarizzazione universale lo strumento più efficace per attenuare il rischio che la gioventù rappresentava per l’ordine sociale: li si poteva “socializzare”, ovvero insegnare loro quell’autocontrollo necessario a sostituire il forte controllo esterno che caratterizzava la vita nelle campagne.

Una scuola sorta su simili presupposti era fatalmente ideologica: i valori trasmessi erano quelli della borghesia, ovvero della classe sociale che era in quel periodo in forte ascesa. I giovani che mettevano in discussione i valori dalla classe dominante venivano considerati pericolosi, sovversivi, inclini ad accogliere le tesi rivoluzionarie delle classi operaie: Alexis de Tocqueville, in riferimento ai moti del febbraio 1848, scrisse infatti: “Di solito, sono i bambini di strada parigini che danno inizio all’insurrezione, e lo fanno con l’allegria degli scolari in vacanza”. Tali paure non erano infondate, se si pensa alla forte componente giovanile dei movimenti che ha animato tutti i movimenti rivoluzionari.

Il fatto che si parli di obbligo scolastico e al tempo stesso di diritto all’istruzione è un esempio dell’ambiguità dei cosiddetti ‘diritti-doveri’: se le due componenti in qualche modo sono compresenti, la funzione di controllo sociale è sempre meno efficace e sembra aver lasciato il passo a una mera funzione custodialistica, per cui i bambini e i ragazzi costretti nelle aule non vanno in giro a provocare problemi e alle famiglie questo costa molto meno di una baby-sitter.

Ogni educatore conosce l’etimologia della parola “educare”, che è “condurre fuori”, il significato si riferisce quindi all’aiutare a esprimere al meglio le proprie potenzialità: il punto di partenza è rappresentato da ciò che è il singolo, l’esatto contrario della massificazione. Quanto può educare un sistema di massa? Non lo può fare, mentre può dare conoscenze (“istruire”) o piegare alle esigenze della società (“formare”).

Un educatore, per essere tale di fatto e non solo di nome, deve per forza agire dentro il sistema, ma anche contro di esso.
Ecco da dove deriva la nostra preoccupazione: in una società adulto-centrica come la nostra, dove troppo spesso i bambini vengono considerati come “piccoli adulti”. Integrare i più piccoli nel sistema scolastico per come lo conosciamo, potrebbe essere davvero deleterio.

La forza dei bambini è nel non avere ancora imparato la differenza che corre tra il gioco da una parte e lo studio e il lavoro dall’altra, perciò quando giocano si impegnano a fondo. Friedrich Wilhelm Nietzsche ha difatti definito la maturità come il “ritrovare la serietà che da bambini si metteva nel gioco”, allora per avere un giorno degli adulti seri e maturi è necessario lasciarli giocare finché sono bambini.

La ricerca in psicopedagogia ha dimostrato l’importanza del gioco, soprattutto del gioco libero, non strutturato, nello sviluppo sano dell’individuo. Riuscire a gestire un’attività di gioco libero è più difficile e faticoso, ma esistono degli operatori in grado di farlo e in loro confidiamo, convinti che continueranno ogni giorno, come d’abitudine, a combattere il sistema dall’interno.