Catalogna

Nelle elezioni di domenica per il rinnovo del parlamento regionale, gli indipendentisti catalani della lista Junta pel Sì, guidati dal presidente secessionista Artur Mas hanno ottenuto 62 seggi con il 39,7% dei voti mentre la lista dei radicali separatisti del Cup ha ottenuto 10 seggi con il 8,2% dei voti. Insieme, entrambe le liste ottengono la maggioranza dei seggi (72 su 135) ma non la maggioranza assoluta dei voti (che si fermano al 47,9%). Dietro, tutte le altre liste contrarie all’indipendenza: i moderati anti-sistema di Ciudadanos (25 seggi con il 17,9%), i socialisti del Psc (16 seggi con il 12,8%), Podemos (11 seggi con il 8,9%) e il Partido Popular del premier Mariano Rajoy (11 seggi con il 8,4%). Erano chiamati a votare cinque milioni e mezzo di cittadini e l’affluenza ha registrato un incremento del 9% rispetto alle precedenti elezioni del 2012, attestandosi in queste al 77% degli aventi diritto.

Il presidente indipendentista catalano Artur Mas ha voluto anticipare le elezioni di un anno, rispetto alla data regolare del 2016, dopo che il Governo centrale di Madrid si era rifiutato di concedere il referendum sull’indipendenza (il quale si è svolto illegalmente il 9 novembre scorso). Le elezioni regionali si sono quindi trasformate in un vero e proprio referendum per l’indipendenza della Catalogna. L’esito elettorale potrà permettere la proclamazione di una dichiarazione unilaterale d’indipendenza, anche se il non aver raggiunto la maggioranza assoluta forse produrrà alcuni ostacoli.

È sempre un bene quando un popolo è fiero del proprio passato e della propria cultura e rivendica una propria diversità e una propria autonomia (chi scrive è fiero di considerarsi lucano, meridionalista e duosiciliano) ma quando si rivendica l’indipendenza bisogna sapere almeno cosa si vuole ottenere e dove si vuole arrivare. Quello che lascia perplessi riguardo all’indipendenza chiesta dai catalani è il fatto che essi vogliono la secessione dal Regno di Spagna, ma allo stesso tempo vogliono rimanere a far parte dell’Unione Europea e continuare ad adottare l’Euro (che si comporta a tutti gli effetti come una moneta straniera). Per questo, chi avrà visto le immagini dei festeggiamenti di domenica, non avrà potuto fare a meno di notare che accanto alle bandiere catalane sventolavano anche le bandiere dell’Unione Europea. Ma l’indipendenza, senza sovranità monetaria, economica e politica, perde tutto il suo significato.

D’altronde la storia della Catalogna è strettamente collegata a quella dell’intera Spagna. Nel 1137, il matrimonio tra Raimondo Berengario IV, conte di Barcellona, e Petronilla d’Aragona, figlia del Re d’Aragona Ramiro II il Monaco, suggellò l’unione dei regni di Catalogna e di Aragona per contrastare il Re Alfonso VII di Castiglia e Leòn, che nel 1136, dopo aver conquistato il Regno di Navarra, era entrato nel territorio di Aragona, aveva occupato Saragozza e l’aveva assoggettata a vassallaggio. Nei secoli immediatamente successivi il regno d’Aragona estese i propri domini partecipando alla Reconquista del Regno di Valencia tra il 1233 e il 1245 e annettendo il Regno di Trinacria con la pace di Caltabellotta del 1302 e nel 1442, regnante Alfonso V d’Aragona detto il Magnanimo, anche il Regno di Napoli, strappando la corona a Renato d’Angiò.

Con il matrimonio, celebrato nel 1469 tra la Principessa Isabella, ereditaria del Regno di Castiglia, e Ferdinando II il Cattolico, Principe d’Aragona, due dei più importanti Regni della penisola iberica si unirono ufficialmente dando vita al Regno di Spagna.

Fino a quel momento la Catalogna aveva goduto di ampia autonomia amministrativa, essendo i regni componenti dell’Aragona rimasti formalmente separati. Con la nascita del Regno di Spagna, quest’autonomia non fu sempre riconosciuta, provocando così ribellioni e sommosse popolari. Ciò avvenne nella seconda metà del XVI secolo, durante il regno di Filippo II d’Asburgo, il quale fece della componente castigliana quella prevalente ( venne ad esempio imposto l’uso della lingua castigliana come “lengua del imperio”). Successivamente, il declino economico e politico della potenza spagnola, segnato dalla disfatta della Guerra dei Trent’anni, contribuì a dare maggiore impulso alle sollevazioni regionali.

In età contemporanea, accanto alle antiche rivendicazioni, si aggiunsero quelle di carattere sociale apportate dalle nuove ideologie quali il nazionalismo, il socialismo e l’anarchismo. Tutto ciò rese la Catalogna protagonista nelle vicende spagnole del novecento: nel 1923 i sindacati e gli imprenditori catalani appoggiarono il colpo di Stato del capitano generale Primo de Rivera, il quale instaurò una dittatura che durò fino al 1930; nel 1931 Francesc Macià, dopo la vittoria alle elezioni municipali del suo partito Esquerra Republicana de Catalunya, proclamò la Repubblica Catalana, quasi in contemporanea con la nascita della Seconda Repubblica Spagnola, ma dovette subito rinunciare all’indipendenza e accontentarsi di un’ampia autonomia per la Generalitat de Catalunya. Durante la presidenza di Macià, la Generalitat ebbe lo scopo di redigere uno statuto d’autonomia, che ebbe l’approvazione dei municipi catalani. Il 6 ottobre 1934, approfittando dello sciopero generale indetto dai sindacati di sinistra, il presidente della Generalitat succeduto a Macià, Lluis Companys, proclamò l’indipendenza dello Stato di Catalogna. La sollevazione fu repressa con la forza e lo stesso presidente Companys fu arrestato e condannato a trent’anni di reclusione. Liberato nel 1936 dal Fronte Popolare, Companys fu a capo del Governo di Catalogna per tutto il periodo della guerra civile (e fu poi ucciso dai franchisti nel 1940).

Dopo la restaurazione monarchica, la Catalogna è riuscita ad ottenere nel 1979 l’approvazione di uno Statuto d’autonomia che è poi stato recentemente sostituito e rafforzato da un nuovo Statuto approvato con un referendum il 15 giugno 2006. L’autonomia sancita nel 2006 si estende a tutti i più importanti campi politico-amministrativi (ad esempio la Catalogna può vantare perfino una sua polizia regionale), tuttavia, a differenza della Navarra e dei Paesi Baschi, l’autonomia catalana non prevede un sistema di tipo fiscale, per cui le risorse finanziarie sono garantite dal bilancio dello Stato centrale spagnolo, attraverso il sistema dei trasferimenti.

Alla luce di tutto ciò bisognerebbe riflettere sul fatto se sia conveniente per la Catalogna separare il proprio destino da quello del resto del Regno di Spagna. Come abbiamo visto la Catalogna è una delle componenti fondamentali che ha contribuito, proprio grazie alla sua peculiarità, a fare della Spagna quella che è oggi. Inoltre, i catalani dovrebbero domandarsi quale peso potrà avere il loro nuovo Stato indipendente nel concerto internazionale: la Spagna è già ora una piccola nazione che subisce, in politica estera, la prepotenza della NATO e degli Stati Uniti d’America e, in politica interna, quella dell’Unione Europea. Un’indipendenza che non mette in discussione l’egemonia di queste due istituzioni, NATO e UE, non ha alcun valore e non potrebbe portare a nulla di più di quello che non da già un’ampia autonomia. Senza contare che le dimensioni ridotte di un possibile Stato della Catalogna non darebbero al popolo catalano la forza necessaria per ribellarsi da solo contro queste organizzazioni.

Un esempio di tutto ciò possiamo riscontrarlo nella situazione che sono costretti a vivere gli Stati dell’ex Impero asburgico e della penisola Balcanica dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Uno Stato forte avrebbe evitato la nascita della maggior parte dei conflitti verificatisi nella regione e mai avrebbe permesso che la NATO potesse sganciare le proprie bombe nel cuore dell’Europa. Invece, la frantumazione attuale rende i singoli Stati impotenti, costretti ad esempio a far fronte da soli alle ondate immigratorie provenienti dal Medioriente e subendo le offese degli Stati vicini, i membri più importanti dell’Unione Europea, che accusano i governi dell’Ungheria e della Repubblica Ceca di essere “antidemocratici” e i loro leader di comportarsi come “dittatori”.

Per tutti questi motivi, fin quando i catalani non avranno ben capito quale tipo di indipendenza rivendicare e, soprattutto, verso chi rivendicarla, meglio fare il tifo per il mantenimento dello status quo e continuare ancora a dire “İViva el Rey!”

Marco Muscillo

UN COMMENTO

  1. Indipendenza dello stato Spagnolo, perché manco il giudizio di Companys è annullato ancora;
    Indipendenza dello stato Spagnolo, perché carica alle persone di tutti doveri che si è magnato della troika, mentre dà di mangiare alle banche amiche;
    Indipendenza dello stato Spagnolo, perché statico, non dialoga ne fa niente;
    Indipendenza dello stato Spagnolo, perché da secoli fà per annientare la nostra lingua e cultura;
    Con la democrazia catalana e quella greca che una volta ha richiesto di salvare ai suoi cittadini e il governo centrale glielo nega;
    Indipendenza dello stato Spagnolo, perché non vogliamo alimentare il suo re panzacuntenta;
    Indipendenza dello stato Spagnolo, perché i tre poteri non sono separati: funziona la “giustizia” al servizio del politico di Madrid.
    Indipendenza dello stato Spagnolo, per vietare l’applicazione del referendum dello Estatut, vietare votare il 9N (e mandare il presidente a giudizio), vietare le nostre leggi di povertà energetica (perché non piace ai ricchi holding energetici di Madrid)
    Indipendenza dello stato Spagnolo, per minacciare in tutte le maniere la libertà di voto della Catalogna: Esercito, Banche, Aziende, ecc… volendo influire chiaramente nel risultato.

    Se poi questo non volete vedere, independenza pure di voi europei che non vedete le crisi umanitarie manco quando stanno alle porte dell’Ungheria.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non accendere flames e di mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected].

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.