Elio Vittorini

Negli anni in cui stiamo vivendo, nel nostro Paese, l’editoria è uno dei settori più colpiti dalla crisi. Succede, che il più grande editore del Paese, escogiti un “matrimonio” con uno dei maggiori partners, creando un colosso che, per il momento, rimane anche un unicum nel panorama europeo e mondiale (Mondadori con Rizzoli, e tutti i loro affiliati, ndr). Si dice che gli italiani leggano poco, addirittura ci sono categorie che non si cimentano nemmeno con un libro all’anno. D’altro canto, se consideriamo i giornali, la diffusione massima del maggiore quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, si attesta sulle 400mila copie giornaliere (1), non raggiungendo nemmeno il mezzo milione.
L’ingresso della tecnologia virtuale, ha spazzato via diverse copie cartacee di quotidiani, privilegiando il web. Quindi, assistiamo, impassibili, per diversi e differenti motivi, alla chiusura di: edicole, librerie indipendenti (rimangono solo le grandi catene), spazi culturali. Al di là della crisi del settore editoriale, alla base, c’è da interrogarsi sulle scelte di chi dirige questi grandi gruppi. Nello specifico, siamo certi che il modus operandi di certi editori corrisponda allo spirito del tempo?
Esistono in questo momento note case editrici in Italia, che asseriscono di aver visionato una sinossi ed un manoscritto (di circa 300 – 500 pagine) in 28 ore, allegando al richiedente la classica risposta della mancata conferenza del testo allo stile della casa. Ora, nemmeno un genio delle lettere, stando notte e giorno di fronte al testo (che dovrebbe analizzare e comprendere, sottolineare e riguardare centinaia di volte, prima di porre un giudizio) può emettere una sentenza di condanna davanti ad un qualsiasi lavoro, sia esso scientifico o letterario. Pertanto, la conclusione, senza forzature, è ovvia: o i lettori editoriali non sono all’altezza, oppure gli editori non vogliono rischiare per il nuovo, considerato incerto. Un errore fatale che non avrebbero mai commesso i maestri del secolo scorso.
Uno di questi è sicuramente Elio Vittorini, intellettuale siracusano (1908 – 1966), scomparso proprio nel febbraio di 50 anni fa. Vittorini è stato sicuramente quella figura di scrittore scomodo, impegnato sia politicamente sia nel suo progetto di letteratura. Ideatore di riviste immortali come “Il Politecnico”, la cui nascita avveniva proprio al termine del devastante secondo conflitto mondiale. Tramite la letteratura, Vittorini intercettava la modernità, e questo lo riverberava in tutto il suo operato: riviste, libri e collane editoriali. E’ stato lui, a dare vita ad una splendida stagione che è durata dal 1951 al 1958, probabilmente una delle esperienze editoriali più affascinanti del novecento. Parliamo della “Collana Gettoni” (2) dell’Editore Einaudi, che ha visto protagonisti, tra i quali ricordiamo: Calvino, Rigoni Stern, Sciascia, Anna Maria Ortese, Manlio Cancogni, Francesco Leonetti, Ottiero Ottieri, Giuseppe Bonaviri, Mario Tobino. Possiamo dire che dirigendo questa collana, Vittorini ha “generato” una potente, splendida scuola di narratori, che hanno saputo raccontare sia la modernità, sia la precedente guerra. Sperimentando nuovi stili, cambiando il volto del Paese.
Anche coloro che hanno grandi vedute devono però scontrarsi con il potere, o prendere delle cantonate. Palmiro Togliatti non ha mai digerito quel forte respiro che di novità che proveniva dal Politecnico di Vittorini, né tantomeno l’impostazione culturale data. E se l’intellettuale siciliano veniva censurato in epoca fascista, con i suoi racconti e romanzi, e con la sua antologia Americana, succederà di nuovo, stavolta per mano di un leader comunista. E come selezionatore, il suo errore più grande è stato, con tutta probabilità, respingere un capolavoro che prende il nome de Il Gattopardo, di Tomasi di Lampedusa (3). Non è strano, anche chi vede molto in là, a volte non sa accorgersi della modernità di un’opera che richiamava il passato. Non per questo, Vittorini va occultato. Anzi, merita di essere riscoperto, sia come militante letterario, sia come scrittore. Le sue opere, come Conversazioni in Sicilia, Il garofano rosso, Uomini e no, restano tra gli annali della letteratura italiana del novecento.
Probabilmente, se le case editrici si dotassero di selezionatori (ora si dice lettore editoriale) del calibro, delle capacità di Elio Vittorini, scopriremmo che vi sono ancora dei talenti, oscurati dalla mancanza del “nome noto” per poter pubblicare. In secondo luogo, capiremmo che esiste ancora la letteratura (e non solo) di qualità, perché le stagioni “epiche”, possono rinascere, se solo lo si vuole. In terzo luogo, nessuna crisi del mercato editoriale può essere affrontata solo tra amministratori delegati, conti e bilanci. Occorre anche quel pizzico di qualità, rischio e sfrontatezza che solo le grandi visioni e i grandi progetti (anche utopici, talvolta) hanno. E Vittorini, scrittore ed organizzatore culturale, era portatore di quelle visioni.

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