Russia e Cina: nel Mar Baltico, esercitazione navale congiunta

Negli ultimi due anni, l’assetto geopolitico internazionale è stato testimone di un notevole avvicinamento, da alcuni prospettato ma da altri temuto, fra Russia e Cina. Tale ravvicinamento, più che da una visione strategica di lungo termine, è stato facilitato da una serie di eventi, a partire dalla “crisi Ucraina”, che l’hanno reso pressapoco inevitabile. A poco meno di due anni dallo scoppio della crisi ucraina e dall’imposizione delle sanzioni occidentali alla Russia, i due paesi hanno raggiunto, oltre ad un’intesa politica che comunque covava già da qualche anno, una cooperazione in campo energetico che prima appariva in una fase di stallo. Già nel novembre dello scorso anno, i due paesi raggiungevano l’accordo miliardario, tanto agognato quanto rimandato, sul rifornimento di gas russo, per un valore di 400 miliardi di dollari USA. È evidente dunque che il settore energetico la faccia da padrone nel quadro complessivo della relazione bilaterale.

D’altro canto, per quanto riguarda la relazione politica, è nota l’avversione che la Repubblica Popolare Cinese prova nei confronti del concetto di “alleanze militari”, ritenuto da Pechino un retaggio della guerra fredda, solamente foriero di scontri e tensioni. “La Cina non entrerà mai in un’alleanza strategica con alcun paese”, scriveva qualche tempo fa Wu Jianmin, membro del comitato consultivo della politica estera del Ministro degli Esteri cinese, pur ammettendo che, almeno in campo economico, vi è ancora spazio per un’ulteriore integrazione con Mosca, poiché, aggiunge, “abbiamo bisogno l’uno dell’altro”.

Quello economico rappresenta in ogni caso l’aspetto più traballante del rapporto fra i due giganti. Basti pensare che nel 2011, durante un incontro con Hu Jintao, l’allora Presidente Dmitrij Medvedev fissava come obiettivo il raggiungimento, entro il 2015, del valore di 100 miliardi di dollari nell’interscambio fra i due paesi. Ad oggi risulta che, nei primi sei mesi di quest’anno, l’interscambio fra i due paesi abbia registrato un crollo del 31,4%, fermandosi ad un valore monetario di 31 miliardi di dollari USA.

Tale evidente contrazione economica, che ha mandato in fumo le ottimistiche previsioni di entrambi i governi, è dovuta principalmente a fattori esterni. Le sanzioni russe e la volatilità del rublo sono stati sicuramente fattori importanti, ma la questione centrale è la contrazione del prezzo del petrolio. Come già evidenziato, è il settore degli idrocarburi in generale il fattore su cui puntavano maggiormente i due paesi per promuovere l’integrazione economica reciproca. Il crollo continuo del prezzo del petrolio, associato alla contrazione della domanda cinese rispetto agli anni passati, hanno dunque contribuito a rallentare l’interscambio economico complessivo. La conseguenza più preoccupante, almeno dal punto di vista di Mosca, è un’interdipendenza che rischia di svilupparsi in maniera decisamente asimmetrica, un rischio che d’altronde corrono la maggior parte delle potenze che si confrontano economicamente con la Cina. Quest’ultima risultava infatti il primo partner commerciale della Russia nel 2014, occupando l’11% del suo commercio estero, viceversa la Russia occupa solo il 2,2% di quello cinese. Una differenza piuttosto significativa, seppur influenzata sicuramente dalle sanzioni imposte a Mosca, oltre che dal differente peso economico dei due paesi.

Nonostante questi numeri non esaltanti, la cooperazione nel campo energetico prosegue con successo, e la Cina non sembra affatto aver abbandonato l’idea di fare della Russia uno dei suoi fornitori energetici più importanti. Per quanto riguarda il petrolio, attualmente la Russia figura come il terzo fornitore cinese, preceduto solo da Arabia Saudita ed Angola.

La visita del Premier russo Medvedev, dal 14 al 17 dicembre scorsi, ha infatti portato alla firma di altri cinque accordi energetici. Il principale di questi riguarda la firma di un accordo vincolante per la vendita del 9,9% della proprietà del progetto Yamal sul gas liquefatto. L’accordo è stato trovato fra il produttore russo di gas, Novatek, e il fondo cinese per la via della seta*. Il progetto prevede la costruzione di un impianto di gas liquefatto nel nord-ovest della Siberia, dove pare giacciano riserve di 907 miliardi di metri cubi. Le banche cinesi dietro al fondo assicureranno un prestito di 12 miliardi di dollari. Tali accordi si inseriscono nel più generale progetto strategico della Cina, che ha tutta l’intenzione di mutare la natura energetica del paese, scrollandosi di dosso l’enorme dipendenza dal carbone, che attualmente occupa il 66% del consumo energetico domestico (il petrolio segue a distanza al 20%).

In questo contesto, fra le sanzioni economiche cui è stata sottoposta la Russia, e la conseguente volatilità del rublo, in concomitanza con una contrazione del prezzo del petrolio, e la necessità cinese di diversificare in maniera più ampia il proprio consumo energetico, è evidente che le parole di Wu Jianmin, “abbiamo bisogno l’uno dell’altro”, assumano un tono più pragmatico che ideologico. La Cina ha peraltro mostrato l’intenzione di voler sviluppare la propria economia con un’attenzione maggiore agli aspetti ecologici ed ambientali; a tal proposito, il nucleare è stato individuato come un settore strategico, ed anche in questo caso la cooperazione con la Russia risulta fondamentale, tanto che nell’ultimo incontro con Medvedev uno degli accordi trovati riguarda proprio questo campo. La cooperazione energetica fra i due paesi, dunque, è senza dubbio destinata ad aumentare, trascinando nei limiti del possibile quella economica in generale.

Nel frattempo, dal punto di vista politico, i due paesi non sono mai stati più vicini. Alla presenza del Presidente russo Putin, al fianco del Presidente Xi Jinping, alla parata cinese in commemorazione della resistenza anti-giapponese, è seguita la visita di Medvedev qualche settimana fa, e l’incontro fra i due paesi nel quadro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Tuttavia, l’eventuale ravvicinamento fra la Russia e l’UE e quello meno probabile fra la stessa e gli Stati Uniti, assieme alla riluttanza cinese verso un’intesa politica e militare più stretta, porranno sicuramente dei freni alla relazione bilaterale. Peraltro, il governo cinese si è più volte prodigato a screditare l’idea che i due paesi possano formare un blocco ideologico contrapposto al sistema precostituito, seppure il fastidio a Pechino per le istituzioni del sistema internazionale non sia mai stato nascosto.

* Si tratta di un fondo di proprietà statale che si prefigge l’obiettivo di finanziare investimenti in paesi che si trovano lungo la progettata via della seta. Il fondo ha goduto dello stanziamento di 40 miliardi di dollari USA, versati dal governo al momento della sua istituzione nel dicembre dello scorso anno.

Marco Zenoni

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