salvini di maio

Lo stallo nella politica italiana inizia a vacillare. Dopo le rivendicazioni della vittoria, le smentite, le dichiarazioni abbottonate dei capi politici dei due partiti usciti vincitori dalle urne, Salvini mercoledì sera ha fatto la prima mossa nei confronti di Di Maio. Una telefonata quella del leader del Carroccio che lancia la nuova legislatura verso un patto Lega-Cinquestelle.

Stando al comunicato stampa di Luigi Di Maio, il Cinquestelle ha fatto presente al centrodestra che in quanto prima forza del paese si aspettano di avere la presidenza della Camera.

Poco dopo le ore 20 ho ricevuto una telefonata da Matteo Salvini. Mi fa piacere raccontarvi cosa ci siamo detti perché…

Posted by Luigi Di Maio on Wednesday, March 14, 2018

Apparentemente Di Maio ha ribadito la posizione assunta dal 5 marzo in poi, ovvero quella di rivendicare la vittoria e costringere i partiti o all’inciucio, ipotesi che farebbe salire davvero il movimento a consensi plebiscitari, o parte del PD a fare da paggetto del Movimento pur di non lasciare il paese in mano al centrodestra, Renzi permettendo…

Anche Matteo Salvini, nel campo del centrodestra, ha adottato una tattica simile a quella del giovane Di Maio: rivendicare la vittoria e richiamare al senso di responsabilità il PD, ma rifiutando un possibile accordo tra partiti.

Entrambi i leader malgrado le dichiarazioni a mezzo stampa sanno benissimo che una simile prospettiva darebbe vita a un governo debole e ricattabile. Sia l’uno che l’altro sanno che un PD reso davanti agli italiani responsabile di un governo potrebbe usare la sua partecipazione esterna a proprio vantaggio. Da non trascurare neanche il ruolo del Presidente della Repubblica: sappiamo come durante le crisi di governo il parere del Capo di Stato diventi decisivo. Mattarella e Napolitano, tutti e due del PD, hanno evitato insieme che si andasse alle elezioni per almeno 4-5 volte.

Salvini, al quale spetterà quasi sicuramente l’incarico del Presidente della Repubblica di formare un governo, è costretto a compiere la prima mossa e potrebbe averla compiuta con la telefonata al leader del MoVimento. Una telefonata che, nonostante le rassicurazioni di Di Maio al proprio elettorato, sembra il viatico per un accordo per la presidenza delle due camere, che sarebbe il viatico per un accordo che coinvolga anche l’esecutivo.

Del resto un’intesa per un governo di legislatura tra Centrodestra e Cinquestelle sembra l’unica soluzione praticabile, sia per ragioni strettamente partitiche, sia perché sarebbe l’unica ipotesi di governo che darebbe, che piaccia o meno, un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi sette anni di montismo: da quello originale a quello renziano.

Ancora una volta l’analisi del voto ci torna utile: secondo il sondaggio ipsos almeno il 60% dei ceti operai (e affini) hanno dato la preferenza a Lega e Cinquestelle, seguiti dalle casalinghe che hanno dato un voto a questi due partiti per il 56%, vengono poi i disoccupati con circa il 55%. Un dato dal quale si evince che le categorie sociali lasciate indietro da un’Italia in crisi si sono rivolte in maggioranza all’accoppiata Lega-Cinquestelle. Le famiglie monoreddito, gli operai che hanno visto i propri salari diminuire e i disoccupati, che vivono di lavoro precario e sussidi, chiedono una svolta a queste due forze politiche.

Un accordo tra i due partiti può essere difficile, ma non impossibile. Da ambo i lati si vorrebbe sforare alcuni parametri di Maastricht come quello del 3% del rapporto deficit/PIL entro il quale deve restare il disavanzo pubblico annuale di uno stato membro. Un parametro che è sforato da tutti e che soltanto l’Italia rispetta pedissequamente. Entrambi vorrebbero tagliare le imposte dirette, agevolando la piccola/media impresa, abolire la Legge Fornero sulle pensioni e tornare al quota 100, stabilire un salario minimo per i lavoratori dipendenti, cambiare “La Buona Scuola”, agevolare il credito per le piccole imprese. Anche sull’immigrazione al di là degli scontri dialettici e di alcune diversità ideologiche, sia Lega che M5S hanno posizioni conciliabili sul ruolo nefasto dei trattati europei (Dublino) e sull’incapacità di magistratura e cooperative di gestire il flusso immigratorio.

Un ostacolo non trascurabile a un eventuale governo gialloverde (o gialloblu) potrebbe essere costituito dal reddito di cittadinanza. Da questo punto di vista però la proposta dei Cinquestelle vede un’opposizione bipartisan sia dal lato del PD che dal centrodestra. Mentre dalla sinistra l’avversione al sussidio di disoccupazione è dovuta forse soltanto a opportunismo politico, visto che è una misura adottata da quasi tutti i paesi europei. L’avversione del centrodestra sembra più motivata. Bagnai, papabile ministro del Tesoro della Lega, è uno dei maggiori critici del sussidio di disoccupazione, in particolar modo del modello tedesco Hartz, secondo l’economista fiorentino il sussidio garantito serve a barattare il reddito con il lavoro, facendo il gioco dell’ordoliberismo europeista.

Dal lato dei Cinquestelle l’intesa con la destra potrebbe costituire un rischio dal punto di vista squisitamente partitico. Un movimento da sempre molto critico con Berlusconi è difficile che possa farci un governo e lo stesso Salvini, dopo aver insistito molto per la coalizione di centrodestra, non può accordarsi con Di Maio Cicero pro domo sua, rischiando di passare come il traditore di turno. Di Maio che ha elettori provenienti soprattutto dal PD potrebbe pagare un simile accordo in termini elettorali, ma come abbiamo accennato in precedenza, neanche un accordo con i dem sarebbe tutto rose e fiori per il MoVimento in termini di consenso. Al di là delle chiacchiere dei frondisti all’interno dei democratici che vorrebbero appoggiare un governo Cinquestelle, ci sembra al quanto difficile che i parlamentari, quasi tutti renziani, approvino delle riforme che sarebbero del tutto contrarie a quelle emanate dai governi PD in questi ultimi cinque anni.

È per questo che Di Maio si guarda bene dal compiere alcun passo in una direzione o nell’altra. Il leader del Cinquestelle gioca bene di rimessa: rassicura Bruxelles sulla stabilità dell’Italia, prospetta l’ipotesi di un ritorno al voto, che secondo le parole del capo politico del M5S aumenterebbe ancora di più il consenso degli lettori. Tuttavia l’esito di una nuova tornata elettorale non è così certo. Il MoVimento, che dopo la disfatta elettorale alle europee del 2014 ha lavorato per ottenere i consensi di tutte le classi sociali e ha assunto almeno a parole delle posizioni più moderate e rassicuranti, potrebbe pagare il non assumersi nuovamente la responsabilità di formare un’intesa di governo con altre forze politiche, come accaduto nel 2013. Un’ipotesi che si è già verificata proprio alle scorse europee, quando ben 890 mila voti, secondo alcune stime, travasarono dal M5S al PD nel momento di apice massimo dell’epopea renziana.

Un ritorno alle urne dopo mesi di stallo rilancerebbe un partito come il PD, che potrebbe recuperare il consenso perduto tra le classi medio-alte molto conservative del sistema e alle quali piace il discorso della responsabilità e della stabilità, ma darebbe una grossa spinta anche a un Berlusconi che entro il 2019 sarà libero dalle restrizioni della Legge Severino, una prospettiva che potrebbe dare qualche grattacapo allo stesso Salvini, ora leader indiscusso delle destre in Italia.

Un governo giallo-verde resta quindi quello più auspicabile per coloro che cercano un cambiamento rispetto alle politiche austere di Napolitano-Monti-Letta-Renzi-Gentiloni e allo stato attuale avrebbe ancora un certo margine di azione prima della scadenza del mandato di Mario Draghi alla BCE. L’attuale presidente con il Quantitative Easing e l’acquisto dei titoli di Stato ha tenuto i tassi di interesse molto bassi, limitando le fluttuazioni dello spread che avevamo conosciuto tra il 2010 e il 2011. Non è detto infatti che il nuovo presidente della Banca Centrale Europea prosegua con la stessa politica monetaria, tenuto conto dell’insoddisfazione dei paesi del nord verso la presidenza Draghi, in particolar modo dagli olandesi, che vedono le politiche monetarie di Draghi come un favore ai paesi del sud dell’Ue.

C’è bisogno quindi di un governo che dia la svolta al nostro paese il più presto possibile, perché quando ci sarà da andare contro i parametri di Maastricht, il palesarsi di un altro fenomeno di fluttuazione dello spread tornerebbe a essere un’arma di ricatto contro il nostro paese, come accadde all’ultimo governo Berlusconi. Ci auguriamo perciò che le due forze politiche uscite vincitrici dalle urne siano in grado di trovare un accordo per il bene di questo paese. Non sarebbe un inciucio o un governo di larghe intese, ma un accordo politico, del quale una repubblica parlamentare necessita a beneficio dei cittadini italiani.

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