“Zero Problemi coi Vicini : Guerra Terroristica alla Siria (e all’Irak) = 327 : 258”
Questa, in termini strettamente aritmetici é la proporzione che esce fuori dalle urne delle elezioni politiche turche tenutesi nella giornata di ieri.
Nel corso degli ultimi 4 anni, infatti, il più grande cambiamento della politica di Recep Erdogan, padre-padrone del partito musulmano AK, si é verificato nella sfera estera e, appunto, nel passaggio brusco e senza sfumature da un atteggiamento di cooperazione verso Siria, Irak e Iran (ricordiamo che tra 2010 e 2011 si parlava addirittura di una ‘Schengen’ tra questi quattro paesi!) alla guerra senza quartiere verso Damasco e i Siriani, al sostegno semi-ufficiale all’ISIS e a un raffreddamento severo di ogni relazione verso l’Iran.
La perdita di 69 seggi dalle scorse elezioni politiche ha portato l’AKP dal dominio assoluto del Parlamento a una maggioranza relativa che lo impossibilita (stante il rifiuto delle altre tre forze politiche ad allearsi con esso, per diversi motivi) a varare un Governo di coalizione e paralizza quindi la vita politica del paese.
Molti commentatori occidentali, distratti dalla cortina fumogena di propaganda sparsa dalle consuete centrali della ‘distrazione di massa’, imputano il brusco tracollo di consensi a questioni secondarie come l’ansia di ‘re-islamizzazione’ della società turca (che ha contraddistinto l’agire politico di Erdogan fin dal principio e che invece é sempre stata parte del suo carisma e della sua attrattività) o con gli incidenti di Gezi Park dell’anno scorso, ma la realtà é ben diversa e il calo in questione é dovuto soprattutto al fatto che molti elettori di sinceri sentimenti islamici e favorevoli alla guida di un ‘uomo forte’ sono rimasti delusi dalla scelta di Erdogan di attaccare l’Asse della Resistenza.
Uno dei punti di massimo prestigio della politica estera di Erdogan pre-2011 fu il sostegno dato alla Freedom Flotilla e la maniera in cui gestì nei confronti del regime ebraico di Tel Aviv il sanguinoso incidente della ‘Mavi Marmara’; cosa potevano pensare i Turchi solidali con la Palestina quando Erdogan si é messo a sostenere i tagliagole che stanno cercando di rovesciare il Governo arabo più amico, alleato e sostenitore della lotta del popolo palestinese da almeno cinquant’anni a questa parte?
Inoltre, seppure sia chiaro e assodato che gli ‘Alevi’ turchi non siano esattamente assimilabili agli Alawiti siriani, pure, lo sforzo profuso su ordine di Erdogan da Esercito e Servizi turchi per addestrare, rifornire, finanziare gruppi islamisti responsabili di stragi e massacri settari in Siria (ma anche in Irak) certamente avrà fatto molto per smorzare ogni simpatia verso il leader neo-ottomano presso questa non trascurabile fetta di popolazione (che varia dai 10 milioni e 600mila ai 12 milioni a mezzo a seconda dei metodi usati per calcolarla).
Certo, stanti questi risultati nessuna coalizione ‘alternativa’ é possibile (visto che il quarto partito entrato in Parlamento sfondando la soglia di sbarramento del 10 per cento é quello Curdo e non può certo allearsi coi kemalisti del CHP e men che meno coi nazionalisti eredi spirituali dei ‘Lupi Grigi’) ma la grossa perdita di consenso registrata con queste elezioni innanzi tutto renderà gli ambienti militari e spionistici turchi meno solerti e propensi a portare avanti i piani e le direttive di un leader non più sostenuto dalla maggioranza assoluta (ricordiamo che il rapporto di Erdogan con l’establishment militare-repressivo turco é sempre stato meno che idilliaco).
Secondariamente se come sembra molto probabile i cittadini turchi verrano richiamati alle urne nel mese di luglio si creerà un periodo di ‘drole de guerre’ che la Siria e i suoi alleati potrebbero sfruttare per prendere iniziative audaci e forse un po’ rischiose che con un Erdogan saldamente assiso sul suo trono di aspirante Sultano, magari, non avrebbero azzardato.

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