Erika, una tragedia che non doveva accadere

Non c’è stato niente da fare per Erika, la ragazza di 38 anni, rimasta ferita gravemente dalla folla il 3 giugno scorso a Piazza San Carlo, a Torino, dove il comune aveva allestito il maxischermo per permettere ai tifosi della Juventus di seguire la finale della Champions League, che vedeva la compagine bianconera sfidare a Cardiff i pluricampioni del Real Madrid.

In casi come questo la retorica si spreca, eppure delle frasi fatte, così banali, così scontate, a volte non possiamo proprio fare a meno. Sì, perché morire per passare una serata di passione sportiva in piazza è ciò che non dovrebbe mai accadere, e non c’è nessuna riflessione fuori dagli schemi che tenga. Quel sabato sera e ciò è imperdonabile, sono venuti a mancare i criteri minimi di sicurezza, permettendo a ben 30 mila persone (ma forse erano anche di più) di accalcarsi in piazza per vedere la partita senza tutte le precauzioni del caso.

Le responsabilità di chi ha permesso e gestito l’evento in piazza verranno approfondite nei prossimi mesi, o forse no, perché in questo paese quasi mai qualcuno recita il mea culpa. Stiamo ancora aspettando che qualcuno si scusi con la famiglia di Ciro Esposito, per quanto accaduto in un’altra finale, quella del 3 maggio del 2014, quando poco prima della sfida di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, il giovane tifoso napoletano fu vittima dell’aggressione di un commando di ultrà romanisti a Tor di Quinto, dove, non ci sono dubbi, quel giorno la sicurezza anche lì venne a mancare. Ora l’ex prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro, fa il procuratore della FIGC…

Nel caso di Torino invece il prefetto Renato Saccone ha chiesto scusa per quanto accaduto. Sebbene si tratta sicuramente di un passo avanti rispetto alle ripetute negazioni di Pecoraro rispetto a diversi disastri accaduti a Roma durante il suo mandato, soprattutto durante l’amministrazione Marino, troviamo tuttavia stucchevoli il commento dell’attuale Ministro degli Interni, Marco Minniti, che ha affermato che alla festa del Pd di Settimo Torinese, che tutti i cittadini del capoluogo piemontese dovrebbero essere orgogliosi del loro prefetto.

Nel mondo fatato del Partito Democratico, dunque, bastano poche parole di circostanza per far diventare qualcuno da quasi certo responsabile di fatti deprecabili come quelli del 3 giugno, a eroe dello Stato. Perché, allora, caro ministro Minniti, non intitolare al buon prefetto Saccone una strada, una piazza o meglio un aeroporto come al giudice Giovanni Falcone, facendo cadere nell’oblio il disastro della vicenda maxischermo?

La verità è che il 3 giugno scorso, forse nella smania di voler dare un tributo alla società bianconera si è provveduto ad allestire un evento che è sorpassato dai tempi. Negli ultimi anni con il diffondersi dei mezzi di comunicazione (chi non è dotato di smartphone, tv, internet, etc.?) prendersi la responsabilità di gestire l’afflusso in una piazza pubblica di decine di migliaia di persone è ai limiti dell’assurdo, per di più in una Piazza come quella di San Carlo, che seppur dotata di vie di fuga dà piuttosto l’idea di un catino. Non a caso da qualche tempo a questa parte di fronte a richieste di sindaci che cercano il consenso attraverso il populismo sportivo o di qualche politico in cerca di voti, è difficile che prefetti e questori diano l’assenso a eventi pubblici di questo tipo.

Inoltre, risulta strano vedere le forze dell’ordine impegnate in un evento come quello calcistico dal quale da anni cercano di disimpegnarsi, lasciando soprattutto nello stadio la gestione della sicurezza alle società, con l’introduzione degli Steward, presenti negli stadi più capienti da ormai una decina di anni.

Ma al di là della gestione della sicurezza la maggiore perplessità giunge quando ci si chiede cosa abbia spinto il sindaco del M5S, Chiara Appendino, a promuovere questa iniziativa. Ad un’analisi superficiale il Movimento 5Stelle non si muove attraverso questo tipo di populismo, pur essendo un partito bollato per essere tale: queste sono le forme di consenso che appartengono ai De Luca, De Magistris, Zaia, Emiliano e leader carismatici del genere. Il motivo, però è presto detto: la continuità con l’ex sindaco Fassino. Fra i vari volti nuovi della politica, presentati in questi anni dal Movimento di Beppe Grillo, la Appendino, bocconiana e figlia di dirigente d’industria, è infatti più di tutti i suoi colleghi pentastellati, quella che rappresenta una certa continuità con la vecchia classe dirigente.

Torino, ex polo industriale italiano, da anni versa in una pesante crisi di occupazione (il più alto tasso di disoccupazione del Nord Italia), oltre ad aver attraversato una recessione economica dal 2007 al 2013. In questi anni di cambiamenti, il capoluogo piemontese ha puntato come altre città italiane su turismo e servizi. Già dai tempi di Fassino, sindaco e leader storico del Partito Democratico, la città di Torino è diventata un polo europeo e internazionale nel settore dei congressi pur non abbandonando del tutto la sua propensione all’industria automobilistica. In quest’ottica l’evento calcistico portato in piazza rappresentava per il sindaco pentastellato una grande occasione per creare indotto, in una città che resta ancora in grave crisi, soprattutto dal punto di vista finanziario. E gli abusivi che sono stati causa dei ferimenti con la loro merce (sembra che le bottiglie di vetro rotte e scheggiate siano state la causa maggiore dei ferimenti causati dalla calca), per quanto vituperati dal sindaco e dall’opinione pubblica sono loro stessi figli di questo tipo di business, perché di certo agli abusivi qualcuno la merce la deve pur dare.

Purtroppo la tragedia del 3 giugno, che poteva trasformarsi in qualcosa di ancora più grave, è la sintesi di due grandi errori dell’Italia dei nostri giorni. In primis la fiducia nel cosiddetto “capitalismo finanziario”, che si illude di poter sostituire la vecchia società industriale, trasformando gli uomini da bravi consumatori a loro stessi oggetti di consumo. In questo spesso il 5Stelle non sembra essere così diverso dal Partito Democratico, che infatti, a differenza della Lega, non ha chiesto le dimissioni del sindaco in consiglio comunale all’indomani di questa follia. Ma i dati economici tuttavia, a Torino come a Napoli, smentiscono che simili ricette funzionino, nonostante il dato positivo nel settore Turismo di entrambe le città.

L’altro grande errore è la sottovalutazione del terrorismo. Quando in un editoriale, qui, sulla nostra testata, scrivevamo che il terrorismo sta vincendo, qualcuno ci ha bollato come allarmisti, o addirittura “fascisti”. Qualcuno evidentemente crede ancora ad un certo tipo di narrazione falsa e fuorviante che ad ogni colpo messo a segno dal terrorismo islamico continua a ripetere che “noi non abbiamo paura” e che “non smetteremo di vivere come abbiamo sempre vissuto”. Ma al popolo meno radical chic e più centrato sulla realtà di tutti giorni è chiaro che siamo di fronte a delle grandi baggianate, nonostante la retorica degli europeisti che avendoci portato il terrorismo islamico in casa tende a minimizzare cosa sta accadendo da almeno due anni in Europa.

Pochi si rendono ancora conto che se in Italia non sono accaduti gravi attentati da parte dell’estremismo islamico è solo grazie all’abilità nostra intelligence, memore degli anni di piombo, come evidenziato anche dal politologo Edward Luttwak in più di un’occasione. Questa lezione però sembra non essere stata raccolta dalla sicurezza ordinaria e dalla politica, che forse continua a pensare che basta mostrare il petto ai terroristi affinché questi non agiscano e hanno la presunzione di credere che attentati gravi come quello del Bataclan e quello di Nizza non abbiano segnato la coscienza collettiva degli italiani.

Diciamolo quindi chiaro e tondo: gli italiani sono spaventati dal terrorismo, e le frasi fatte non servono certo a tranquillizzarli. I fatti del 3 giugno appaiono ancora più gravi se pensiamo che oltre ad aver permesso ad almeno 30 mila persone di riunirsi in piazza ed essere facile bersaglio di qualche folle in un vero e proprio catino, si è del tutto ignorato l’effetto psicologico di due anni di terrorismo in Europa, che dovevano far agire chi è proposto alla sicurezza di conseguenza. In un periodo storico in cui il terrorismo ha scatenato la paura collettiva degli europei e degli italiani non ci si può permettere simile pressappochismo.

Purtroppo siamo piuttosto sicuri che presto o tardi questa vicenda cadrà nel dimenticatoio come quella di Ciro Esposito, come i terremotati dimenticati dallo Stato da quasi un anno, come l’incidente ferroviario in puglia dello scorso anno e tanti altri eventi tragici di questo paese, che spesso si concludono senza responsabili e senza che, parafrasando Cossiga, cambi mai nulla.

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