Il presidente eritreo alla Commemorazione dei Martiri dello scorso 20 giugno, dove ha annunciato anche l'invio di una delegazione ad Addis Abeba.

Lo scorso sei giugno avevamo annunciato, quasi in anteprima, che il nuovo governo etiopico avrebbe finalmente accettato, dopo diciotto anni, tutti i termini degli Accordi di Algeri del 2000, con cui veniva posta fine alla guerra con l’Eritrea scoppiata due anni prima, nel 1998. La decisione del governo etiopico appariva tanto inaspettata da destare, in più di un osservatore, incertezza ed incredulità, anche perché giustamente i precedenti nei rapporti fra i due paesi non erano mai sembrati molto incoraggianti.

Fino a quel momento, infatti, l’Etiopia non aveva accettato un sol punto di quegli Accordi di Algeri che pure il suo primo ministro d’allora, Meles Zenawi, aveva firmato. Il governo di Addis Abeba era pertanto risultato, in questi diciotto anni, del tutto inadempiente, e i frequenti richiami al rispetto del diritto internazionale avanzati da Asmara non avevano mai sortito particolare effetto, perché la scelta etiopica veniva comunque spalleggiata ed avallata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.

I confini che erano stati definiti dalla Commissione ONU al termine del conflitto del 1998-2000 non erano pertanto mai stati riconosciuti e rispettati dalle autorità etiopiche, e addirittura l’Etiopia non aveva neanche ritirato le sue truppe nei territori eritrei di confine che continuava ad occupare, e dai quali continuava addirittura a sferrare di tanto in tanto nuovi attacchi fortunatamente sempre respinti dalle truppe eritree. L’ultimo di questi attacchi era avvenuto sul finire del 2016, e successivamente vi erano comunque state forti ed inequivocabili minacce verbali da parte del governo etiopico di riprendere addirittura la guerra in grande stile. L’area intorno alla città di Badme, com’è noto, rappresentava uno dei punti maggiormente contesi: territorio riconosciuto come spettante all’Eritrea, era invece sotto il controllo degli etiopici per nulla intenzionati a cederne un solo millimetro.

In ogni caso, un simile cambiamento di rotta da parte del governo etiopico trova pure le sue spiegazioni. Se in Etiopia il Parlamento è egemonizzato da un unico movimento, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray nel frattempo trasformatosi in Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico, una coalizione più vasta e al cui interno si sono ultimamente registrate non poche tensioni, negli ultimi mesi ci sono stati comunque dei significativi cambiamenti. Dall’inizio di aprile, infatti, il primo ministro è un uomo nuovo, Abiy Ahmed, che non appartiene all’etnia dominante tigrina ma alla ben più vasta e spesso bistratta etnia Oromo, ritenuto da tutti un riformista intenzionato a sovvertire certi equilibri di potere ormai storici dentro il paese. A dimostrazione di ciò, qualche giorno fa Ahmed aveva annunciato anche la sua intenzione di sospendere lo stato d’emergenza che era stato dichiarato dal suo predecessore dopo le proteste che nel paese erano scoppiate contro il governo.

Ma sicuramente c’è anche il peso della Cina, che fino ad oggi in Etiopia ha investito molto (pur avendo anche ottimi rapporti con l’Eritrea: non dimentichiamoci che quando, a Pechino, Xi Jinping ha festeggiato i 70 anni dalla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale, sul palco d’onore c’era l’eritreo Isaias Afewerki, ma non il presidente etiopico) ma che poche settimane fa ha dichiarato di voler ridurre pesantemente gli investimenti nel paese. Uno dei motivi, senza dubbio, è proprio lo stato di “né guerra né pace” con l’Eritrea, che oltretutto priva l’Etiopia di un valido accesso al Mar Rosso. Anche questo segnale ha indotto gli etiopici a correre ai ripari, ed infatti nel comunicato con cui Addis Abeba ha dichiarato la propria intenzione di fare la pace con Asmara c’è anche l’annuncio di voler aprire molte imprese e proprietà statali agli investimenti esteri: indubbiamente un neanche troppo tacito invito agli investitori cinesi a continuare a credere nelle possibilità offerte dall’economia etiopica.

La notizia di voler accettare ed applicare in toto gli Accordi di Algeri è stata riportata lo scorso sei giugno dal quotidiano etiopico “The Reporter”, che ha pubblicato un comunicato diramato proprio dal Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (EPRDF), ma successivamente le conferme da parte di altri media, regionali ed internazionali, hanno cominciato a moltiplicarsi. Fino ad oggi l’Etiopia s’era rifiutata di riconoscere tali Accordi soprattutto a causa dell’atteggiamento ostruzionista e non costruttivo del vecchio premier Meles Zenawi, morto due anni fa, che con la sua politica di scontro con l’Eritrea aveva dato vita a quella che veniva definita come una situazione di “né guerra né pace”, con nefaste conseguenze anche per l’Eritrea. Infatti, vivendo costantemente sotto la minaccia di un attacco, l’Eritrea ha dovuto destinare alla difesa importantissime risorse che si volevano dedicare ad altri settori, prolungare almeno per un certo periodo della sua storia la leva militare e vivere oltretutto persino un aumento del tasso d’emigrazione. Tale situazione, assolutamente innaturale ed inaccettabile, forse ora potrà davvero venir meno.

L’invio di una delegazione da parte del governo eritreo ad Addis Abeba, per seppellire definitivamente l’ascia di guerra, come annunciato anche dal presidente eritreo Isaias Afewerki durante il discorso tenuto in occasione della Giornata dei Martiri, rappresenta da questo punto di vista un segnale ben più che augurante. L’augurio è che quindi il disgelo fra i due paesi possa ora continuare conoscendo nuove tappe e nuovi sviluppi tali da condurlo ad una vera e propria irreversibilità.

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