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eritrea

In questi giorni esce il nuovo numero di “Scenari Internazionali”, dal titolo L’Occhio del Corno d’Africa, dedicato all’Eritrea. Com’è nata l’idea di un numero dedicato proprio a questo Paese? E, soprattutto, perché?

Nasce dall’esigenza di spostare il nostro obiettivo sull’Africa. Fin’ora avevamo parlato solo dell’Angola, nel numero speciale dedicato all’Expo di Milano. Il reportage compiuto all’interno del padiglione angolano ci aveva permesso di toccare con mano un volto dell’Africa diverso e innovativo. Vi sono realtà molto dinamiche e non parlo soltanto di grandi protagonisti come Sudafrica, Nigeria, Angola e Sudan. Dati della Banca Mondiale evidenziano una crescita del Continente africano pari al 3% nel 2016, dopo aver toccato negli ultimi dieci anni picchi del 5-6%.

L’apertura ai mercati asiatici è stata decisiva, con notevoli ricadute sulla povertà estrema, scesa dal 57% al 43% tra il 1990 ed il 2012. C’è ancora molto da fare ma la fuga dai territori, unita alla caduta del prezzo delle materie prime, potrebbe invertire il trend nei prossimi anni. L’Eritrea è uno di quei Paesi che insegue la valorizzazione delle risorse umane, l’accrescimento del know-how su infrastrutture e agricoltura ed in generale un paradigma di sviluppo sostenibile, diversificato e non fondato in via esclusiva sull’export di materie prime. Chiaramente paga lo scotto di tempi rallentati, anche a causa delle sanzioni comminate dall’ONU qualche anno fa. L’Unione Europea, tuttavia, sembra aver compreso le potenzialità di Asmara, approvando importanti piani di investimento nel Paese. Per questo, abbiamo voluto saperne di più.

Si parla spesso dell’Eritrea come di un paese difficile, in particolare per quanto riguarda i suoi atteggiamenti in politica estera e la situazione migratoria che coinvolge anche l’Europa. Cosa potrebbe dire a tal proposito?

L’Eritrea è uno di quei temi che possiamo definire “spinosi”. Eppure, il nostro compito è quello di fare inchiesta ad ampio spettro, mettendo da parte i pregiudizi. Ne gravitano molti su questo Paese e la grande maggioranza sono del tutto o in parte infondati. Uno di questi riguarda la questione migratoria e, dati alla mano, abbiamo riscontrato che molti giovani immigrati in fuga dall’Africa Orientale dichiarano di provenire dall’Eritrea per ottenere più facilmente lo status di rifugiato politico, sebbene in realtà scappino da altri Paesi. Ciò non vuol dire che dall’Eritrea non se ne vada nessuno ma che le dimensioni presunte dei flussi in fuga e i toni apocalittici con cui viene descritto il Paese sono frutto di un’alterazione.

Le accuse principali mosse in sede internazionale sono quelle di aver finanziato il gruppo terrorista somalo al-Shabaab e di aver violato i diritti umani. La prima non è stata mai dimostrata da alcuna indagine e anche l’ONU ha dovuto prenderne atto nei rapporti del suo Gruppo di Monitoraggio (SEMG). La seconda è direttamente vincolata alle testimonianze di quei migranti che, giunti in Europa, affermano di essere eritrei e che dunque hanno un interesse personale a prestarsi alla campagna politica contro Asmara.

L’Eritrea è un Paese multiconfessionale e laico, conta poco più di 5 milioni di abitanti e ha buone prospettive di crescita da qui al 2020: +3,3% secondo Trading Economics. Non può, dunque, essere vista come una minaccia.

I recenti accordi fra Eritrea ed Unione Europea lasciano spazio a nuove speranze di una maggior cooperazione fra le due realtà politiche e geografiche. A tal proposito, quale può essere il potenziale dei rapporti economici, politici e così via, fra l’Eritrea ed il nostro Paese?

Il nostro Paese ha un vantaggio storico ineguagliabile in Eritrea. Al di là dell’iniquità e del carattere oppressivo della dominazione straniera, il periodo coloniale compreso tra il 1890 e il 1941 ha lasciato tracce notevoli nel Paese: l’urbanistica, le infrastrutture, lo sport ma soprattutto una folta comunità italo-eritrea e la conoscenza della nostra lingua, un veicolo decisivo nella facilitazione dei rapporti politici, economici e commerciali.

Stando ai dati, tuttavia, l’Italia è ancora indietro rispetto ad altri Paesi occidentali che hanno allacciato proficue relazioni con l’Eritrea, specie nel settore minerario. Senza dimenticare che l’area portuale di Assab si affaccia sul Mar Rosso all’altezza dello Stretto di Bab el-Mandeb, uno snodo dal valore strategico enorme per i commerci e per la sicurezza internazionale. Possiamo e dobbiamo fare di più. Il fatto che il governo eritreo punti molto sulla diversificazione e sulla sostenibilità lascia alle nostre imprese un ampio ventaglio di possibilità in termini di commercio e investimenti, soprattutto nel campo dell’agricoltura e della sicurezza alimentare, nell’ambito delle energie rinnovabili, nelle infrastrutture e nella cantieristica navale.

L’Italia in questo periodo sta vivendo una fase piuttosto complessa, fra propositi di riforme e dibattito sulla ripresa economica. In che misura tutti questi provvedimenti potranno incidere sul “sistema Italia” e pertanto anche influire sulle capacità del paese di relazionarsi con l’esterno?

Che vinca il Sì o il No al referendum, l’Italia ha bisogno di un forte piano per il rilancio delle imprese e del lavoro. Ciò non significa che i propositi di modifica costituzionale posti da presidente del Consiglio Matteo Renzi contino poco o nulla. Hanno un’importanza rilevante nel quadro del nuovo impianto che si dovrà dare all’Italia.

Tuttavia, alla ridefinizione dell’assetto istituzionale e delle regole elettorali vanno associate riforme economiche e sociali di lungo respiro. Rispetto all’era Monti la pressione fiscale sulle PMI è scesa di circa il 3%, un risultato apprezzabile ma ancora insufficiente.

Valuteremo il Jobs Act nel tempo ma in generale va rivisto l’approccio degli ultimi venti anni, in cui il welfare spesso è stato visto più come un peso da ridurre all’osso che come una rete di ammortizzatori, fondamentale per il benessere e l’equilibrio tra domanda e offerta. Essere scivolati in venticinque anni dal quarto all’ottavo posto nella classifica economica mondiale è un dato pesante. Eppure, considerando l’alto prezzo per il rientro nei parametri di Maastricht nel 1996, la crisi internazionale del 2008 e la crisi interna del 2011-2013, ci dobbiamo chiedere piuttosto quanti altri Paesi, a parità di condizioni, sarebbero riusciti a restare tra le prime dieci economie mondiali.

La forza dell’Italia sta proprio nella creatività e nella duttilità, anche in campo internazionale. La nostra politica estera non ha quasi mai perso il contatto con la realtà dei bisogni strutturali, al di là delle alleanze strettamente politiche. Qualcuno lo considera emblematico di una nostra supposta inaffidabilità, io credo che si tratti piuttosto del rifiuto ad autodistruggersi su richiesta altrui.

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