In questi giorni una serie di testate (dapprima Panorama, quindi ieri anche la Verità e il Giornale, seguite da altre pubblicazioni online minori) hanno cominciato a squarciare il velo d’ipocrisia che avvolgeva la figura, fino a quel momento considerata intoccabile ed adamantina, dei vari attivisti che s’oppongono alla “dittatura eritrea” e che nel frattempo fanno affari d’oro nel portare in Italia i migranti dall’Africa, condividendo ovviamente gli incassi con le varie Coop rosse e le Caritas cattoliche su quello che è stato ormai definito come “business dell’accoglienza” (già con “Mafia Capitale”, del resto, era venuto fuori che “i migranti oggi rendono più della droga”).

Tutto è partito, per l’appunto, con l’articolo a firma di Fausto Biloslavo su Panorama, dove parlando in particolare della figura di Don Mussie Zerai, fiero oppositore del presidente eritreo Isaias Afewerki, candidato persino al Nobel per la Pace nel 2015, veniva spiegato come “la faccenda della droga non è mai stata citata nelle biografie di Zerai, che pure avrebbe potuto giocare la carta della redenzione con l’abito talare”. Don Mussie Zerai è recentemente finito nel registro degli indagati della Procura di Trapani nell’indagine riguardante la ONG tedesca Jugende Rettet con l’accusa di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

E’ molto nota una sua fotografia che lo ritrae insieme a Laura Boldrini, al tempo Presidente della Camera, che in tali vesti istituzionali l’ha ricevuto legittimandolo pubblicamente e politicamente. Anche le antipatie di Laura Boldrini nei confronti del governo eritreo sono ben note e risalgono a ben prima della sua nomina a Presidente della Camera, quando ancora era nell’ONU. Avvenire, il giornale della CEI, sponsorizzava a sua volta alla grande Don Mussie Zerai, al contempo attaccando con ferocia insieme a Famiglia Cristiana e ad altre pubblicazioni cattoliche il governo eritreo, e in un noto articolo così recitava: “Fondatore e presidente dell’agenzia di informazione Habeshia, “il salvagente dei migranti”, offre assistenza telefonica a chi si accinge a partire, avvertendo le autorità quando imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo si trovano in difficoltà e hanno bisogno di un intervento di salvataggio”.

Su la Verità, però, appare tutt’altra versione dei fatti: “Pare proprio che Mussie Yosief Zerai, prima di prendere voti e abito talare, sia finito in carcere, a Roma, nel 1994. E sia stato condannato a due anni di reclusione, con rito abbreviato, per concorso in detenzione ai fini di spaccio di 2,2 chilogrammi di hashish”. Insomma, spacciatore di droga. A riprova vengono citati due documenti difficilmente contestabili: “Il primo è datato 6 maggio 1994 ed è il verbale di udienza con il quale viene convalidato l’arresto di Yosef Zerai (che risulta nato il 26 febbraio 1975)”. Il difensore di Zerai in quel procedimento non si sarebbe opposto alla convalida dell’arresto ma avrebbe chiesto “per il suo assistito gli arresti domiciliari”. Il giudice, tuttavia, avrebbe ritenuto “la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza, confermati dal ritrovamento della drogae dalle dichiarazioni di una donna che era con Zerai al momento dell’arresto (non citata ulteriormente nel verbale di udienza, ma il cui nome è presente nell’altro documento dell’inchiesta in possesso alla redazione de la Verità). E decise di lasciare Zerai dietro le sbarre”.

Un secondo documento citato sempre da la Verità riporta invece un riassunto dell’esito della sentenza: “Ci sono impressi il numero del registro generale delle notizie di reato (il fascicolo di Zerai è il 6939 del 1994) e quello del registro dell’ufficio del GIP (7307/94)”. Non torna però il fatto che la data di nascita di Zerai nel secondo atto risulti diversa da quella contenuta nel primo documento, il 25 giugno 1975.

Nell’atto si può leggere che “Yosief Mussie Zerai era imputato di “concorso in spaccio di sostanze stupefacenti di tipo hashish” con una donna (molto probabilmente eritrea anche lei)”. Il giudice avrebbe pertanto dichiarato “Zerai colpevole, e per la scelta del rito abbreviato lo condanna a due anni di reclusione e a una multa di 10 milioni di lire”. Nella parte finale della sentenza è anche riportato che “a pena espiata” sarebbe stata ordinata l’espulsione di Zerai dal territorio italiano.

Don Mussie Zerai, contattato dai giornalisti, a tali accuse avrebbe semplicemente negato tutto, anche davanti all’evidenza, affermando che non sia vero niente.

Non è soltanto lui, comunque, a comporre la fitta rete degli “attivisti” impegnati sul fronte dei “diritti umani”, che predicano bene e razzolano male. Un altro personaggio di spicco, per esempio, è Abrham Tesfai, che in una diretta da Facebook da Bologna dello scorso 11 agosto così decantava: “Le porte via mare sono chiuse. Dobbiamo trovare il modo, la strategia per aiutare i migranti, farli entrare e far valere i loro diritti”. In Italia da otto anni, Tesfai è un oppositore dichiarato di Afewerki e strumentalizzando le questioni umanitarie utilizza la questione migratoria a fini politici con grande abilità.

Fino al settembre 2017 ha lavorato come mediatore culturale alla Questura di Bologna, pagato dal Ministero degli Interni. Anche lui, neanche a farlo apposta, è vicinissimo alle posizioni di Laura Boldrini e di LeU, di fatto la ex SeL con un po’ di rinforzi ex PD. Accanto a lui possono essere annoverati altri importanti attivisti come Tareke Brhane e Alganesh Fisseha, e tutti quanti, insieme alla Boldrini, condividono il neanche troppo occultato desiderio di provocare un “regime change” ad Asmara. Nessuno di loro, neanche a farlo apposta, ha gioito per la recente pace che ha riavvicinato Eritrea ed Etiopia, e che ora coinvolge anche Somalia e Gibuti: il loro sogno era l’Etiopia ancora nelle mani della vecchia forza di governo oggi spodestata (il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, che adesso per ritorsione sta massacrando gli Oromo, etnia di cui fa parte il nuovo premier etiopico Abiy Ahmed) che invadeva tutti i paesi limitrofi spargendo ovunque guerra e distruzione, e soprattutto regalando nuovi profughi al loro “business dell’accoglienza”.

A partire da metà agosto la pagina di Facebook di Tesfai s’è riempita d’appelli per “liberare gli ostaggi” della Diciotti, associando aperti insulti al governo italiano. Dalla Questura di Bologna, nel frattempo, è giunta la conferma che Tesfai, col comune nome di Abrahalei, ha lavorato per un anno come mediatore culturale presso l’Ufficio Immigrazione di Via Bovi Campeggi. Il rapporto di lavoro, ufficialmente, si sarebbe concluso perché “sono diminuite le richieste degli eritrei”. E’ però più probabile pensare che per il Ministero degli Interni fosse ormai alquanto imbarazzante continuare a stipendiare un “mediatore culturale” che dopo gli sgomberi avvenuti a Roma nell’agosto 2017 guidava delle manifestazioni dove, megafono alla mano, definiva “inumana” la Polizia italiana.

L’articolo pubblicato da Panorama a tal proposito è tremendamente chiarificatore su chi sia Tesfai: “L’11 agosto di quest’anno l’attivista eritreo ha lanciato una delle sue dirette su Facebook in tigrino collegandosi pure con i migranti in Libia, che vogliono sbarcare in Italia. “Le porte del mare sono chiuse” esordisce Tesfai “ma sia noi, che alcuni volontari italiani ci stiamo dando da fare” (per riaprire gli sbarchi). A chi dalla Germania chiede notizie di parenti o amici ancora in Libia spiega che “sono quelli del trafficante Abduselam” oppure che i “poliziotti chiedono molti soldi” per lasciarli andare. E quando l’interlocutore vuole capire cosa può fare o chi deve pagare, Tesfai lo invita a scrivergli “privatamente in modo che ti metto in contatto con quelli che mi hanno informato…”.

Chiaramente la politica (e il lucro) sul fenomeno migratorio hanno come scopo la demonizzazione e la destabilizzazione dell’Eritrea e del suo governo. In occasione della manifestazione a Ginevra del 31 agosto, davanti alla sede dell’ONU, “indetta dall’opposizione eritrea (…) per far sì che il dittatore Isaias Afewerki ed i suoi generali siano dichiarati responsabili di crimini contro l’umanità e perseguiti dal Tribunale penale internazionale”, Tesfai si raccomanda perché “i partecipanti devono venire con degli slogan contro quello che sta succedendo in Libia e con in mano le foto dei loro parenti”, ancora sull’altra sponda del Mediterraneo.

Quanto a Tareke Brhane, altro “attivista per i diritti umani”, Tesfai ne ha pubblicata una foto dove lo si può vedere mentre brandisce un cartello con un appello in tigrino dov’è scritto: “a tutti gli eritrei che vivono in Europa e agli attivisti” contro “il governo italiano (che) ha sequestrato 150 persone”. Berhane, diventato cittadino italiano, è un’altra figura di rilievo in tutta questa cerchia: è infatti presidente del Comitato 3 ottobre, così chiamato in ricordo del naufragio al largo di Lampedusa che causò la morte di 368 migranti nel 2013. E’ particolarmente attivo, in questa epoca di social dominanti, nelle petizioni su Change.org con l’hastag #apriamoiporti, soprattutto dopo le ultime mosse di Salvini.

Entrambi, Tesfai e Brhane, sono grandi seguaci, ammiratori ed emuli di Don Mussie Zerai, che insieme ad altri definiscono apertamente come “il Mosè dei migranti”. Non ci risulta, però, che il vero Mosè abbia mai spacciato droga, e men che meno che si sia arricchito nel portare il suo popolo verso la Terra Promessa.

Don Mussie Zerai con Papa Francesco
Don Mussie Zerai con Laura Boldrini
Don Mussie Zerai premiato dal segretario della Fondazione Tedesca PRO ASYL, Andreas Lipsch

2 COMMENTI

  1. Non metto in dubbio quanto da voi descritto ma sarebbe stato importante anche sapere se esiste una verità occulta che molti attribuiscono al governo eritreo sui motivi che portano gli eritrei ad emigrare alimentando e foraggiando, di conseguenza, le varie organizzazioni che si occupano, talune speculando con proprio profitto, al traffico di queste persone.

    • Per contrastare il governo eritreo, sgradito a Washington e al governo etiopico d’allora, suo alleato, dopo la guerra del 1998-2000 venne attuato un forte boicottaggio internazionale contro Asmara (a cui anche l’UE dovette allinearsi) che culminò nelle sanzioni del 2009 e del 2011, volute da Obama. In base a questa situazione, l’UE elaborò una strategia di “fare ponti d’oro” a tutti gli eritrei che avessero abbandonato il paese, in modo da indebolirne il governo. Ad ogni eritreo giunto in Europa sarebbe stato dato immediatamente e senza discutere lo status di rifugiato politico. Il problema è che in questo modo sono venute, in Europa, soprattutto un sacco di persone dalla Somalia, dall’Etiopia e dal Sudan, che approfittando della mancanza di documenti si sono tutte dichiarate eritree. Infatti, secondo le statistiche ufficiali, a riconoscimenti avvenuti il 70% di tutti coloro che si dichiarano eritrei quando arrivano in Europa in realtà sono o somali, o etiopici o sudanesi.
      Per approfondire: http://www.opinione-pubblica.com/caso-diciotti-qualche-annotazione-a-margine/ ma in ogni caso nel nostro giornale troverà numerosi altri articoli che ne parlano.
      Cordiali saluti, Filippo Bovo

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