Immagine di Mogadiscio, Anni Venti (foto di Anonimo).

È stato recentemente pubblicato un nuovo libro di Alessandro Pellegatta intitolato “Esploratori lombardi”. Si tratta di un volume di oltre 300 pagine edito dall’Editoriale Delfino, una prestigiosa casa editrice di Milano, corredato di bellissime illustrazioni in bianco e nero e a colori, che ci parlano di oltre un secolo e mezzo di storia esplorativa italiana e, soprattutto, “lombarda”, visto che i personaggi in esso descritti erano tutti nativi della Lombardia: uomini che hanno saputo essere cittadini del mondo e soprattutto italiani affrontando l’ignoto, e arricchendo la nostra cultura dei valori e delle conoscenze che solo il confronto con la diversità può dare.

Sulle tracce di questi esploratori, Alessandro Pellegatta è andato alla ricerca di mondi e popolazioni non ancora toccati dalla globalizzazione, illustrando la passione e il coraggio di chi ha voluto lasciare certezze per affrontare mondi sconosciuti.

Dai primi personaggi romantici che andavano verso il Nuovo Mondo e l’Oriente, il volume illustra le finalità commerciali dell’esplorazione lombarda della seconda metà dell’Ottocento, che anticiparono il colonialismo politico. Attorno alla figura di Camperio e alla sua milanese Società di Esplorazione operarono diversi personaggi che dedicheranno all’Africa la propria esistenza. Coi fratelli Castiglioni, ultimi eredi dei grandi viaggiatori ottocenteschi quali Miani, Piaggia e Gessi, conosceremo infine l’identità profonda di un continente, l’Africa, che ogni giorno si sta battendo per non perdere la propria identità culturale ed etnica.

Questi ritratti si leggono come appassionanti racconti d’avventura tra schiavisti, tribù ostili, cannibali, bellezze e crudeltà, foreste e deserti, pur essendo fondati su una rigorosa documentazione storica e autobiografica. Gli spiriti di questi esploratori, liberi e ribelli ognuno a loro modo, ci parlano ancora della resilienza umana e della sete di conoscenza nelle “terre incognite” di un pianeta ancora tutto da riscoprire e da preservare.

I primi pionieri dell’esplorazione facevano parte di quella società nobile, salottiera e istruita della Milano dei primi anni dell’Ottocento, di una élite che seppe superare i rigori della Restaurazione e che proiettando un’idea su mondi lontani tornava con un profondo vissuto, cercando di valorizzarne gli aspetti formativi, divulgativi, scientifici e simbolici. La Milano nella quale si formarono questi esploratori era caratterizzata da un grande fermento culturale e intellettuale. E gli esploratori di quegli anni furono anche le avanguardie del movimento liberale e democratico che portò ai moti di Milano del 1848. Gaetano Osculati, Antonio Raimondi e Felice De Vecchi furono i pionieri dell’esplorazione illuminista e romantica della prima metà dell’Ottocento, ed erano stati preceduti dal “gran mondo” del Settecento italiano, da quell’universo di “gente scelta” dotata di una straordinaria capacità di cogliere i processi di trasformazione del XVIII secolo e che, pur nella frammentazione politico-istituzionale dell’Italia dell’epoca, seppero avvicinarsi alla diversità del mondo, sempre mantenendo il necessario equilibrio tra continuità e innovazione.

Sullo sfondo delle vicende storico-patriottiche dell’epoca, il volume prende in esame le figure di Giulio Adamoli, Renzo Manzoni, Gaetano Casati e Giuseppe Cuzzi. Questi esploratori vissero tutti alla “corte” milanese del “capitano” Manfredo Camperio, in un periodo (la seconda metà dell’Ottocento) in cui il viaggio esplorativo individuale si avvicinò alla geografia commerciale, e in cui in particolare l’Africa esercitò un’irresistibile attrazione di carattere economico per la nascente borghesia industriale della Lombardia e dell’Italia del nord. A spingere questi esploratori verso il Continente nero era la smania di grandezza delle generazioni post-risorgimentali e di tutti coloro che sognavano il battesimo dell’avventura e dell’amore, incarnando i bisogni di una piccola borghesia che non si riconosceva più solo nelle realtà locali ma sentiva irresistibile il richiamo della foresta, del deserto e dell’ignoto.

Erano anche gli anni in cui la nascente industria milanese e lombarda intravedeva nell’Africa una possibile soluzione ai problemi economici e sociali che angustiavano il nostro paese, e che avrebbero da lì a poco portato al colonialismo politico con l’occupazione di Massaua (1885). Dietro la nascita della milanese Società di Esplorazione (1879), oltre a Camperio vi era Luigi Canzi e i principali imprenditori dell’epoca (tra cui, in particolare, Erba e Pirelli). Casati, che lavorava nella rivista L’Esploratore, affrontò nei suoi dieci anni in Equatoria rischi e pericoli di ogni genere, e si imbarcò alla vigilia di Natale del 1879 chiamato da Romolo Gessi, il Garibaldi d’Africa, per redigere (questa fu almeno la motivazione ufficiale) la cartografia di quell’immenso territorio posto a cavallo tra il Sud Sudan, i grandi Laghi equatoriali e il Congo. Rievocando le figure di Casati e di Cuzzi (insieme a quella di Romolo Gessi), Pellegatta ricostruisce anche quel “grandioso dramma del Sudan” che, con la catastrofe mahdista, parve segnare un arresto alla marcia dell’Europa alla conquista dell’Africa.

Adamoli (che era cugino di Camperio da parte di madre) rivestì un ruolo importante nelle vicende risorgimentali ed esplorò il Marocco. Insieme al cugino Camperio fu uno dei fondatori nel 1879 della milanese Società di Esplorazione commerciale in Africa (in breve Società di Esplorazione). Renzo Manzoni, invece (il nipote del grande Alessandro), dopo aver seguito Adamoli in Marocco, si dedicò all’esplorazione dello Yemen (all’epoca chiamato Arabia felice). Giuseppe (Pippo) Vigoni fu invece una sorta di anti Camperio, in quanto ebbe atteggiamenti più prudenti rispetto a quelli del “capitano” dopo i numerosi eccidi che insanguinarono i tentativi italiani di penetrazione della Dancalia per dare un significato commerciale ad Assab.

Anche Luigi Robecchi Bricchetti fu testimone a cavallo fra fine Ottocento e primi del Novecento dell’ansia esplorativa delle origini. Conobbe anch’egli la rivolta mahdista e in seguito condusse importanti esplorazioni in terra africana. Frequentò Arthur Rimbaud ad Harar (Harrar) e fu il primo occidentale ad attraversare la penisola somala per conto del governo italiano e della Società Geografica Italiana. Fu inviato in segreto in Tripolitania, travestito da commerciante svizzero, ma venne smascherato dagli ottomani. Da ultimo aderì alla Società Antischiavista d’Italia e condusse indagini sulla Società del Benadir, ente milanese a cui il governo italiano aveva dato in concessione la costa somala, scoprendo loschi traffici che porteranno alla sua chiusura.

Altra figura interessante è quella di un bresciano: Pietro Felter. Fu la figlia Alba Felter a recarsi nel Corno d’Africa dopo l’invasione dell’Etiopia sulle tracce del padre Pietro, un ex ufficiale deluso dall’esercito che era finito nella desolata Assab alla ricerca di avventura (e dove rimase per diciassette anni a reggere il commissariato) e che a partire dal 1893 aveva lavorato come agente segreto ad Harar (nello stesso periodo in cui operavano Rimbaud e il nostro Pietro Sacconi), dove avrebbe svolto un ruolo prezioso e delicato al tempo stesso nell’ambito dei difficili rapporti fra il governo italiano e le autorità locali, soprattutto nel periodo più turbinoso delle relazioni politiche dell’Italia con lo Scioa, quello cioè successivo all’abbandono di quel territorio, nel 1891, da parte del conte Pietro Antonelli.

Con un salto temporale di qualche decennio la seconda parte del volume illustra le vicende esplorative avviate dalla seconda metà del Novecento dai fratelli gemelli Alfredo e Angelo Castiglioni, nati a Milano ma varesini di adozione, che ci riportano al fascino dei primordi del romanticismo esplorativo ottocentesco proprio per quella loro particolare attitudine a superare schemi e barriere, spingendosi oltre il limen senza mai preoccuparsi troppo delle convenzioni e delle regole accademiche. I fratelli Castiglioni seppero battere le piste degli esploratori italiani dei primordi, quali Giovanni Miani, Carlo Piaggia e Romolo Gessi, descrivendo territori e popoli oggi in parte scomparsi. Alfredo purtroppo ci ha lasciato, ma Angelo continua nella sua opera, dirigendo il CeRDO (Centro di Ricerche sul Deserto Orientale), il Museo Castiglioni di Varese (insieme al figlio Marco) e le attività archeologiche ad Adulis, la Pompei eritrea. Il volume ripercorre le tappe salienti della loro poliedrica esperienza esplorativa, focalizzandoci in particolare sulla loro permanenza in Equatoria, Sudan, Nubia ed Eritrea, che hanno portato alla riscoperta (1989) della mitica Berenice Pancrisia e all’avvio della ricerca archeologica ad Adulis (Eritrea).

In questa nostra epoca di decadenza morale, piegata all’eterno presente dell’immagine, ripensare alle élite che provenivano dalla regione più sviluppata dell’Italia dell’Ottocento (la Lombardia) e che aborrivano il vizio, l’ozio e lo status symbol, affrontando le insidie e i pericoli del mondo e andando incontro a territori lontani (e non solo in senso geografico), ci farà solo bene. Siamo ancora chiamati a esplorare i fiumi della conoscenza e a ignorare gli inganni del mondo, a investigare i deserti e a riscoprire tutte le Berenice Pancrisia e le Adulis sepolte sotto la sabbia.

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