E’ noto, anche a chi segue non molto dettagliatamente i fatti del Corno d’Africa, che in Etiopia fra il governo centrale di Addis Abeba e quello della regione del Tigray non corra proprio buon sangue. Ciò è avvenuto a partire dalla caduta del vecchio governo etiopico, guidato proprio dal Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (TPLF) e sostituito dall’attuale coalizione presieduta dal primo ministro Abiy Ahmed.

Con l’arrivo di Abiy Ahmed molte cose sono cambiate per l’Etiopia: innanzitutto nuove ed importanti riforme democratiche ed economiche interne, ma soprattutto una forte spinta a stabilire finalmente la pace coi movimenti separatisti interni collegati alle varie minoranze e componenti etniche del paese, oltre che coi paesi circostanti, con cui i rapporti sotto il TPLF erano invece stati assai tesi. In questo caso, la prima mossa è stata la pace con l’Eritrea, con cui il vecchio governo etiopico aveva combattuto un’aspra guerra nel biennio 1998-2000 e di cui aveva continuato ad occupare alcune importanti aree frontaliere malgrado gli Accordi di Pace di Algeri del 2000 e la delimitazione dei confini stabilita da un’apposita commissione internazionale. Successivamente la pace è stata stabilita anche con la Somalia, con un impegno congiunto fra Etiopia ed Eritrea (a quel punto ormai determinate ad operare in sinergia per il bene reciproco e di tutta la regione del Corno d’Africa) a favorirne il riconsolidamento politico e statuale dopo quasi trent’anni di conflitti civili (è bene ricordare come, nel 2006, il precedente governo etiopico avesse invece invaso la Somalia, precipitandola di nuovo nel caos: anche in questo caso, dunque, l’azione di Abiy Ahmed rappresentava una totale inversione di marcia rispetto all’operato dei suoi predecessori). Rapporti più distesi sono poi stati avviati col Sudan e il Sudan del Sud, anche in questo caso con l’intenzione delle diplomazie etiopica ed eritrea ad unire finalmente i propri sforzi per risolvere gli annosi problemi di quelle aree, oltretutto in una fase molto delicata come quella rappresentata dalla transizione politica avvenuta di lì a breve nel Sudan con la fine della lunga era di Bashir e l’insediamento di una nuova giunta, determinata ad attuare forti riforme civili e democratiche.

Nell’insieme, possiamo dunque dire che tutta la regione del Corno d’Africa nel suo insieme stia vivendo, da un paio d’anni, una grande e quasi inedita stagione di novità, quasi tutte positive: a suo tempo, descrivendola nei suoi primi momenti di vita, avevo parlato di “spirito di Axum”, riferendomi all’antico e glorioso Impero di Axum che, erede delle precedenti città Stato “proto-axumite” e del prospero ed evoluto Regno di D’mt esistito ancor prima, aveva unito nell’epoca della sua massima gloria quasi tutta la regione, controllando il Mar Rosso e parte dell’odierno Yemen, e giungendo ad una tale potenza (batteva moneta e la sua immensa flotta collegava i traffici commerciali dall’Asia fino all’Egitto e al mondo romano-bizantino) che addirittura Mani, il profeta fondatore del Manicheismo, diceva che “Le quattro potenze del mondo sono Roma, la Persia, la Cina ed Axum”. La grande civiltà di Axum lasciò un immenso retaggio culturale ai suoi posteri, e tra questi tesori oltre all’enorme patrimonio storico ed archeologico vi era anche la forte lezione della pacifica e costruttiva coesistenza fra vari popoli e religioni. Tanto il Cristianesimo quanto l’Islam entrarono infatti pacificamente nell’Impero Axumita, nel primo caso con la predicazione del greco Frumenzio e nel secondo caso con l’ospitalità data dal sovrano di Axum in persona ai parenti e agli amici di Maometto ai tempi della Piccola Egira. Ritrovare e rilanciare quell’antico spirito, dunque, è vitale per l’intero Corno d’Africa, ma non deve al tempo stesso sorprendere che altri invece non guardino di buon occhio a questa novità.

A partire dal 2018, infatti, dopo aver perduto il governo nazionale, il TPLF s’è letteralmente rifugiato ed arroccato nella sua regione, il Tigray, iniziando una politica di cieco ostruzionismo e di totale boicottaggio nei confronti del nuovo esecutivo etiopico e delle sue varie riforme. In questi due anni vi sono stati innumerevoli episodi di violenza scatenati dal TPLF, con l’obiettivo di fomentare una vera e propria “strategia della tensione” nel paese e soprattutto nelle sue roccaforti. Non è stato per esempio raro che venissero trovati cittadini etiopici barbaramente uccisi, con modalità da “squadroni della morte”; la notizia dell’assassinio del celebre cantante Hachalu Hundessa ha sollevato grandi clamori, ma purtroppo non è stato l’unica vittima di certi scontri o di certe esecuzioni che a cadenza periodica sono avvenuti nella regione. Alcune riforme varate dal governo etiopico, come l’introduzione delle nuove banconote, hanno poi mandato fuori corso il patrimonio di denaro liquido di cui disponeva il TPLF, mettendolo sicuramente con le spalle al muro da una parte ma anche inducendolo ad impiegare metodi sempre più esasperati. Così, nella notte fra il 3 e il 4 novembre scorsi, sia nel capoluogo Macallè che nella cittadina di Dansha vi sono stati dei violenti scontri fra militari etiopici e combattenti locali identificati in figure del TPLF, con l’assalto da parte di quest’ultimi di una caserma e la relativa sottrazione di armi. Il primo ministro Abiy Ahmed ha accusato ben presto di tale azione il TPLF, che dal canto suo ha invece continuato a negare; ma nel frattempo la tensione anziché stemperarsi ha continuato a salire.

L’intenzione del TPLF di riprendere la strada della secessione del Tigray e di giungere addirittura alla creazione di un “Grande Tigray”, sogno che questo movimento coltivava negli anni precedenti alla sua presa del potere, è dunque ben chiara. Ciò tuttavia implica, in automatico, una reazione senza quartiere da parte del governo centrale, ed infatti le notizie degli ultimi due giorni parlano dell’entrata in azione dell’esercito etiopico nel Tigray così come dell’intervento da parte dell’aviazione militare. Si può dunque intuire che la situazione militare nel Tigray e a ricaduta anche nel resto del paese sia molto grave, ed infatti il governo di Addis Abeba ha dichiarato lo stato d’emergenza per sei mesi.

In un momento come questo, per Abiy Ahmed, il presidente eritreo Isaias Afewerki si rivela un alleato più prezioso che mai. Padre ben più che morale della ritrovata voglia di pace e d’integrazione che il Corno d’Africa ha conosciuto a partire dal 2018 e che predicava fin dall’indipendenza dell’Eritrea quando ancora era da solo e circondato da governi ed interlocutori ostili, Isaias Afewerki oggi può recitare un importante ruolo per salvaguardare proprio il processo che s’era inaugurato in tutta la regione in questi ultimi due anni. La diplomazia eritrea in tutti questi anni ha dato prova di pazienza, disponibilità e comprensione, riuscendo sempre a dirimere le enormi problematiche di volta in volta potevano presentarsi fra le parti: è stato così nelle mediazioni fra governo centrale etiopico e movimenti separatisti del paese, in quelle in Somalia o ancora in quelle fra i due Sudan. Anche nel caso della diga del Grande Rinascimento Etiopico sul Nilo Azzurro, che ha innescato nuovi dissapori fra Etiopia, Sudan ed Egitto, il ruolo di arbitro regionale dell’Eritrea s’è rivelato finora a dir poco prezioso. Senza dimenticare poi il conflitto civile nello Yemen, sull’altra sponda del Mar Rosso, su cui ugualmente il governo di Asmara ha sempre dichiarato quanto sia importante perseguire soluzioni politiche e responsabili. Inoltre, l’Eritrea del FPLE-PDFJ guidata da Afewerki ha suo malgrado avuto modo di conoscere anch’essa molto bene il TPLF, subendone e fronteggiandone a lungo le mire espansionistiche e i tanti “diversivi” apparsi di volta in volta. Questo pure facilita la comprensione e la collaborazione reciproca fra Eritrea ed Etiopia di oggi.

Sarebbe dunque fondamentale, ora più che mai, che i paesi occidentali e soprattutto gli sponsor di coloro che stanno seminando guerra nel Tigray lasciassero l’Etiopia libera d’agire nella soluzione di questa crisi interna, che rappresenta un irrimediabile superamento del “punto di non ritorno” (se mai vi era stato prima) fra governo centrale e TPLF. L’Eritrea, in questo momento, è infatti uno dei pochi partner su cui Addis Abeba possa davvero contare.

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