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Il campionato europeo si è concluso da qualche giorno, in molti forse non avranno assimilato del tutto quanto visto nei maxischermi, tanti match (dato dall’aumento delle squadre da questa edizione), molte analisi, programmi notturni di approfondimento e forse poca verità riguardo alla qualità sul calcio espresso in tutto il torneo. Si, perché se c’è una grande delusione in questo Euro 2016, quella riguarda proprio il come queste nazionali siano scese in campo e che cosa abbiamo mostrato nell’effettivo. Partendo da questo presupposto e prendendo ad esempio proprio la squadra vincitrice, il Portogallo, ci rendiamo subito conto che CR7 e compagni, seppur campioni d’Europa, non hanno portato nel rettangolo verde un calcio spettacolo e a dirla tutta davvero poco in termini di risultati. Nella fase a gironi il team di Santos ha conquistato solamente tre punti, frutto di tre pareggi contro Islanda (1-1), Austria (0-0) e Ungheria (3-3), squadre modeste che costituivano insieme al gruppo dei Galli quello più abbordabile di tutta la manifestazione. Nonostante ciò la squadra iberica ha raggiunto il terzo posto, per poi essere ripescata tra le migliori quattro di questa posizione.

Agli ottavi trova la Croazia di MMR (Mandzukic, Modric, Rakitic), uscente dopo una buona prestazione con gli spagnoli battuti in girone 2-0. La partita è complessa e opaca, il Portogallo la trascina fino ai tempi supplementari, lì trova il gol vittoria. La storia si ripete con la Polonia ai quarti, Lusitani ancora una volta macchinosi nelle manovre e sempre meno incisivi. I rigori però danno ragione a CR7 e compagni. In semifinale il Portogallo trova il Galles di Bale, qui i rossoverdi vincono la loro unica partita entro i 90’, con la doppietta firmata CR7 e Nani. La stessa finale non vede un gran Portogallo, la squadra si chiude e aspetta, rimane vigile per tutto il tempo, fino ai supplementari, anche se durante e dopo i tempi regolamentari la Francia ha più di qualche occasione per concretizzare il suo gioco. I Lusitani trovano così il guizzo di Eder al 109’ e vincono Euro 2016. Seppur orfani del loro campionissimo, i rosso verdi non mollano e tentano con ogni mezzo di arginare l’avanzata francese, sforzi apprezzati e infine ripagati da una storia che da sempre li aveva bistrattati.

Ma la vittoria di questo Portogallo può definirsi una delusione per il calcio in sé? Parzialmente lo è. Parliamo di una squadra che ha in rosa calciatori talentuosi: Rui Patricio (monumentale in questo europeo), R. Carvalho, Adrien Silva, Joao Mario, William Carvalho, Renato Sanches, Joao Moutinho, Andrè Gomes, Nani (tornato su buoni livelli) e ovviamente il fuoriclasse della squadra, Cristiano Ronaldo. Un’età media che si aggira intorno ai 28 anni, ed elementi con ottima esperienza internazionale alle spalle (Nani, Cr7, Bruno Alves, Pepe, R. Carvalho). Eppure nonostante queste premesse il calcio espresso ha deluso le aspettative: sempre in attesa, spesso in contropiede, e con manovre tattiche il più delle volte confusionarie con un solo elemento cardine, i piedi di Cristiano Ronaldo. Ogni trama passava da lui. Questo ha senz’altro in parte declinato il gioco più sulla sua zona che altrove, limitando le possibilità di attacco di un Portogallo che da sempre non ha un vero centravanti di peso davanti. Le qualità di questo Portogallo sono state l’attesa e la retroguardia spesse volte ben schierata. Un CR7 che per brevi tratti ha fatto il risolutore e infine un tabellone largamente abbordabile.

I loro avversari in finale, la Francia, nelle prime partite ha deluso enormemente, svegliandosi per davvero solo ai quarti con l’Islanda. Un’altra delusione è stato Pogba, ingrandito a dismisura dai media ma in sostanza un fantasma per tutto il torneo. Partito come interno destro nel 4-3-3 iniziale contro la Romania, Pogba ha dovuto poi “reinventarsi” in posizione bassa davanti alla difesa quando il c.t. dei Bleus ha deciso di passare al 4-2-3-1 (dai quarti in poi). Se possiamo trovargli un alibi, il solo possibile è il cambio di ruolo marginale, in sette match solo contro la Svizzera si è ritrovato in quello naturale di mezzala. Al suo posto la rivelazione è stato quel gigante di Sissoko che sapeva infilarsi tra le maglie avversarie con scatti fulminei e molta disinvoltura, mentre Matuidi riordinava il centrocampo. Griezmann ha dato prova di essere un eccellente centravanti, capace di leggere con estrema naturalezza le retroguardie avversarie, inserendosi sempre al momento giusto e facendo la differenza in più occasioni. Il gol mancato in finale non toglie nulla alla sua prestazione complessiva. Giroud rimane molto fumo e niente arrosto.

Guardando altrove, abbiamo visto una Spagna Bi-Campione uscente a tratti catastrofica, lontana e sbiadita parente di quella vista nel 2012, senza scomodare le Furie Rosse Mondiali ed evitando del tutto il confronto con la rosa di Aragones (sarebbe un insulto), il team di Del Bosque ha deluso fortemente su tutta la linea. I pochi elementi ancora funzionanti di un gioco palesemente sul viale del tramonto già da qualche anno, si sono visti soli e abbandonati, Iniesta su tutti.

La Germania campione del mondo ha deluso altresì in alcuni match, comportandosi discretamente in pochi altri con squadre modeste (Ucraina e Slovacchia). La “cura” Guardiola ha sortito gli effetti negativi che già si erano palesati nella rosa del Bayern: dopo il trionfo 2014 la Germania non gioca più come sa, ma fa la copia imbruttita della Spagna di 4 anni fa, portandosi dietro dati inutili come un possesso palla sterile sopra il 60%. La difesa teutonica funziona ancora, il centrocampo macina un buon gioco, ma è il reparto offensivo a preoccupare notevolmente. Incredibile ma vero se si pensa che la terra tedesca ha cresciuto punte come: Bierhoff, Gerd Müller, Klinsmann, Riedle e Völler. Ma i giornali nazionali hanno nostalgia di un centravanti ben più recente, Klose, quell’attaccante capace di superare persino il record di un certo Ronaldo per marcature in campionati del mondo. Aldilà delle scelte tattiche, alcune discutibili, altre meno, al tecnico Löw è stata criticata la volontà di adeguarsi all’avversario di turno senza imprimere più un’identità forte ai propri giocatori, verità o meno, il campo ha dato ragione ai suoi detrattori.

Tralasciando l’impietosa uscita di scena inglese, ormai abitudinaria ad “imprese” negative in manifestazioni importanti, e sorpresa non è, viene solo una riflessione: perché ancora Roy Hodgson dopo le pessime prestazioni degli anni precedenti? E quanto ancora dovranno aspettare i tifosi inglesi prima di poter dire: siamo usciti a testa alta mostrando un buon calcio, ai posteri l’ardua sentenza. Dall’europeo 96’, loro miglior risultato nella storia di questa manifestazione, attendono.

La nostra Italia ha invece fatto un buon lavoro nella partita d’esordio, rimanendo però anonima e in parte disastrosa nelle due partite successive con Svezia e Irlanda. Passi l’ultima con i Verdi vista la scarsa importanza e il pass già conquistato per la fase finale. Il miglior match è stato senz’altro quello con la Spagna, con un Buffon sempre all’altezza e una difesa che per tutto il torneo non ha smentito le parole d’elogio alla partenza. Il tridente Bonucci Barzagli e Chiellini ha fatto un lavoro oltremodo eccellente. Ottime le prestazioni di Giaccherini, Florenzi e Candreva. Nota a margine per il primo grazie al suo sostanzioso lavoro in fascia tra dribbling efficaci e inserimenti pericolosi. La nostra uscita è stata dettata essenzialmente dalla sfortuna ai calci di rigore e dalla non concretezza dal dischetto sul rilevante vantaggio che i teutonici ci avevano dato. Complici senza se e senza ma, Zaza e Pellè. Calciatori di caratura medio-bassa ma dotati di eccessiva e ingiustificata sicurezza nei propri mezzi.

Ciò nonostante, seppur l’incontro sia stato equilibrato per quasi tutto il tempo, la Germania ha avuto qualche merito in più. Gli azzurri lasciano la competizione con un po’ di rimpianti, ma con una sicurezza: l’aver ritrovato grazie al condottiero Conte, un’armonia che sembrava oramai perduta.

Le altre sorprese oltre ad un’Italia operaia ma efficace, sono state le piccole, su tutte Islanda e Galles, trascinate l’una da un collettivo mentalmente forte, l’altro da due nomi che si sono fatti simboli e trascinatori, Bale e Ramsey. Risultati importanti che mai prima erano stati raggiunti, la piccola Islanda dopo aver eliminato gli inglesi combatte a viso aperto contro i padroni di casa, abbandonando la competizione con orgoglio e fierezza. Il Galles accarezza il sogno della finale ma viene piegato da un buon Portogallo. La Svezia confidava come sempre nel suo 10, capitano e “guida” oramai al tramonto. Ma priva di altri elementi portanti e di un qualsivoglia gioco è uscita di soppiatto, come ci si aspettava. Con lei se ne va anche il suo uomo migliore che dice addio alla nazionale per accasarsi allo United di Mourinho.

Le due squadre rivelazione (o che dovevano sembrare tali) ad inizio torneo, Belgio e Croazia, falliscono il loro tentativo di arrivare in fondo, Galles e Portogallo spengono le loro speranze. I diavoli sono sembrati inconsistenti, poco accorti in difesa e spesse volte individualisti. Hazard nonostante tutto ha fatto un ottimo torneo, ma è sembrato il solo piccolo ingranaggio funzionante in una macchina che a detta della stampa doveva vincere e stupire.

Dall’altra parte i Croati dopo aver vinto il proprio girone e contro la titolata Spagna, sono stati inconcludenti nella sfida con il Portogallo, con diverse occasioni mancate, Quaresma ha infine punito. Sicuramente una delle selezioni più ricche di talento, capitata nel lato “morbido” del tabellone e con alte probabilità di agguantare la finale. Per Rakitic, Perisic, Kalinic e soprattutto per Modric è stato un europeo su buoni livelli, ma al momento topico è mancata la concretezza.

Euro 2016 si chiude con la vittoria inaspettata e insperata dei Lusitani, specchio di una manifestazione oggettivamente scarna di buon gioco e sempre sotto le aspettative, tranne qualche partita qualitativamente valida e divertente (Vedi Germania-Francia o Italia – Spagna). Tutto il popolo calcistico attenderà speranzoso il prossimo campionato tra nazioni, auspicandosi di rivedere nei campi internazionali un’espressione di gioco che renda onore a questo sport.

Federico Camarin

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