La figura barbina rimediata all’esordio dalla nostra selezione contro la non irresistibile Svezia e lo sfortunato pareggio contro il Portogallo, rischiano di causare l’eliminazione prematura della nostra Under 21 dall’Europeo di categoria: ora i ragazzi di Gigi Di Biagio devono assolutamente battere l’Inghilterra e sperare che Svezia e Portogallo non biscottino.

Nella prima gara, contro gli scandinavi, Berardi e compagni hanno offerto una prova scadente sotto tutti i punti di vista: avanti di un gol a metà tempo e in superiorità numerica fino a dieci dal termine, quando Sturaro con una follia si è fatto cacciare, l’Italia è stata raggiunta e poi superata da una formazione tutt’altro che trascendentale. Più che il risultato, che spesso nel calcio può essere dettato da pura aleatorietà, ciò che ha colpito in negativo della selezione azzurra è stata l’assoluta mancanza di gioco e d’idee: l’unico schema visto contro la selezione svedese è stato il classico lancione dalla propria metà campo per cercare la spizzata dell’ariete Belotti, uno schema da calcio gaelico che non fa onore a un tecnico come Di Biagio che ha in Zeman il proprio modello di riferimento. Ciò che ha lasciato soprattutto più perplessi è stata la formazione schierata dal tecnico romano: inspiegabile ad esempio panchinare uno dei migliori difensori del nostro campionato, Romagnoli, per far giocare Bianchetti, un bravo ragazzo per cortesia, ma che all’Empoli faceva panchina sia all’ottimo Rugani che alla sua riserva Barba (anche lui in panchina). A centrocampo poi Di Biagio ha affidato le chiavi del settore nevralgico del gioco a due “abatini” come Viviani e Baselli, per giunta contro un avversario come la Svezia che fa da quando è nato il calcio della fisicità la propria arma principale. Insomma, Di Biagio, cui vanno dati meriti per aver portato in Slovacchia un’Under 21 che è stata praticamente rifatta da capo dopo l’addio di Mangia, se l’è cercata!

Ora però diamo comunque a Di Biagio quel che è di Di Biagio: contro il Portogallo, l’ex centrocampista di Roma e Inter ha fatto tesoro degli errori commessi contro gli svedesi e ha presentato una formazione più sensata, con la collaudata coppia di centrali Rugani-Romagnoli al centro della retroguardia, un centrocampo più muscolare con Crisetig, bravo ma fin troppo lento, e il cursore Benassi a proteggere la regia di una mezzala pura come Cataldi. Non è un caso che gli azzurrini abbiano offerto una prova migliore rispetto a quella contro la Svezia (non è che ci volesse molto a dir il vero), anche se si sono scontrati ancora contro dei limiti sia di gioco collettivo, non esiste infatti uno schema offensivo che sia uno, che di qualità intrinseca: Belotti si sbatte assai, ma causa troppa generosità, davanti alla porta non è mai pronto e lucido, Berardi è più fumo che arrosto, ha talento cristallino ma gioca come fosse ancora all’oratorio, cercando sempre il classico dribbling di troppo.

In definitiva, se l’Italia conoscerà la parola eliminazione, questo fatto non farebbe altro che confermare ulteriormente un trend negativo che dura da troppo tempo. Il momento di rottura, il punto di non ritorno, è stato la vergognosa cacciata di Claudio Gentile, tecnico federale sulla scia dei vari Vicini, Maldini, dopo il bronzo a Pechino 2008. Il motivo di tale cacciata? Gentile non gradiva le intrusioni della Federazione circa le convocazioni di questo o quell’altro giocatore, soprattutto dei cosiddetti fuoriquota in vista dell’avventura cinese, insomma, aveva il pregio di fare di testa sua. Ebbene, dopo la cacciata di “Gheddafi” l’Under 21 è stata affidata a dei veri lacchè dei poteri federali come Gigi Casiraghi, Ciro Ferrara Devis Mangia e adesso il secondo Gigi, Di Biagio. Fare il selezionatore di una Nazionale è un compito diverso che fare l’allenatore di campo, del resto tecnici federali pluridecorati come Vittorio Pozzo ed Enzo Bearzot, per esempio, con i club hanno avuto una carriera quasi nulla, per allenare le giovanili servono maestri di calcio e non giovani allenatori che usano quella che è l’anticamera della Nazionale maggiore semplicemente per fare curriculum: ma questi sono concetti che non sembrano entrare in testa ai geni della nostra Federazione.

La crisi della nostra Under è, però, soprattutto tecnica, e riguarda più in generale tutto il nostro asfittico e morente movimento calcistico. L’Italia pallonara ha sempre basato le proprie fortune su due tipologie di calciatori: gli specialisti e gli scattisti. Non è un caso che il nostro vivaio abbia sempre prodotto tonnellate di difensori, ali, trequartisti, punte (ruoli dove conta molto lo scatto nel breve), mentre è sempre stato carente nei ruoli di centrocampo, dove invece occorrono fondisti. Quindi il gioco ideale, per una selezione che s’allena poche volte al mese assieme e che non ha tempo per assimilare certi concetti di gioco, resta sempre il classico gioco all’italiana: un gioco verticale adatto a servire il più velocemente possibile le punte in campo aperto. Ovviamente ciò non significa assolutamente giocare con il libero staccato, il mediano di spinta e l’ala tornante, ma di trovare un sistema di gioco intelligente e flessibile capace di esaltare al meglio le caratteristiche fisiche e tecniche dei calciatori italiani. Purtroppo il nostro movimento calcistico è da vent’anni in preda ad una sorta d’impazzimento, causato da quel morbo incurabile che si chiama sacchismo, vera panacea di tutti i mali calcistici italici: non è un caso che l’ultimo talento puro che abbia prodotto il nostro vivaio nazionale sia stato Pirlo, cioè un giocatore nato ancora sotto il segno della vecchia scuola. Per il resto, la generazione degli Ottanta/Novanta, ha prodotto mediocri terzini dai sette polmoni ma dai piedi duri come tombini di ghisa, sguscianti seconde punte che però sono costrette spesso a fare i terzini in fase difensiva per la logica della “copertura degli spazi”, centravanti troppo lenti e macchinosi, e di conseguenza pure difensori dalle stesse caratteristiche.

Infatti, per marcare gente come Pellé o Borriello, sono più adatti i “pali della luce” Ranocchia e Astori che marcatori veri ma poco “fisicati” come Gentile, Ferrara, eccetera. Da notare che in ruoli come terzini, difensori centrali (ma la coppia Rugani-Romagnoli potrebbe far ben sperare) e trequartisti siamo praticamente scoperti, segno che nel calcio italiano degli ultimi vent’anni qualcosa è cambiato. Spesso però sono gli stessi tecnici, che vogliono pateticamente scimmiottare le gesta di Sacchi e Zeman a metterci del loro, con scelte dettate da puro narcisismo e presunzione, poi condite in sala stampa dal solito canestro di scuse e recriminazioni, altro segno tipico dell’allenatore di stampo sacchista: “Abbiamo giocato bene, abbiamo tirato venti volte in porta, abbiamo fatto più possesso palla, loro hanno fatto catenaccio, eccetera”. Ad esempio la scelta del buon Gigi Di Biagio, di schierare contro gli armadi svedesi la coppia di tapini Baselli-Viviani per fare “possesso palla”, ci sembra proprio di questo tipo. Chissà se il prode Di Biagio, cui alla fine di questo articolo fischieranno le orecchie, avrà capito la lezione?

Francesco Scabar

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