Evgenij Aleksandrovich Evtushenko

Probabilmente Evgenij Aleksandrovich Evtushenko vorrebbe essere ricordato così, come un poeta non russo ma sovietico. Nato a Zima il 18 luglio 1932, quando l’URSS ormai esisteva già da un decennio, col tempo ne divenne un noto critico, inserito persino fra i cosiddetti “dissidenti”. Ma rispetto a molti di questi ultimi, Evtushenko non criticava o avversava l’idea dell’URSS, della grande confederazione di Stati in molti casi così diversi fra loro, e men che meno la sua natura socialista. Criticava, casomai, certi suoi governanti, e soprattutto i suoi burocrati, che l’avrebbero prima o poi condotta alla “sclerotizzazione” e alla “stagnazione”.

Visse che era ancora ragazzo l’invasione nazista dell’Unione Sovietica, ben descritta in certe sue opere giovanili come “Nozze di Guerra”, “Sono di razza siberiana”, “Ballata su un salame”, “Mi fecero sbalordire ragazzino”, ecc. Solo nel 1944 potè ritornare a Mosca.

Successivamente, dopo aver tentato la carriera d’atleta, iniziò a lavorare come giornalista sportivo, e proprio il “Sovetskij Sport” fu il suo trampolino di lancio. Nel 1952 pubblicò la sua prima raccolta di versi, “Gli esploratori dell’avvenire”, grazie alla quale potè entrare nell’Unione degli Scrittori. Dopo il XX Congresso del 1956, in cui Krusciov denunciò le azioni di Stalin e il culto della personalità, scrisse una serie di componimenti contro “l’uomo d’acciaio” e contro quanti ancora, nella vasta burocrazia sovietica, continuavano a rimpiangerlo. Si pensi al poema “La stazione di Zimà”, “Gli eredi di Stalin”, “La mensa degli studenti”, “Paure”, “La mano morta” e così via. Tuttavia sarà dal 1957, quando verrà espulso dal Komsomol per questo suo “eccesso di zelo” e soprattutto per aver difeso il romanzo “Non di solo pane vive l’uomo” di Vladimir D. Dudincev, che Evtushenko comincerà a conoscere i maggiori successi.

Negli Anni ’60 Evtushenko, fattosi ormai una fama di dissidente, compì numerosi viaggi a Monaco di Baviera, a Roma, a Parigi, ma anche fuori dall’Europa, in Medio Oriente, Africa, Stati Uniti e America Latina. Ormai il suo ruolo era quello di ambasciatore della letteratura sovietica nel mondo. Nel decennio successivo, sulla rivista bielorussa “Neman”, dimostrò che l’Unione Sovietica continuava comunque ad essere la sua unica e vera patria e, col poema “Sotto la pelle della Statua della Libertà”, rivolse duri e scottanti attacchi agli Stati Uniti e alla società americana. Una sua poesia dedicata ai tre cosmonauti sovietici Dobrovolskij, Pacaev e Volkov, morti nel giugno 1971 sulla Sojuz 11, venne addirittura pubblicata accanto al comunicato ufficiale del governo sovietico sulla “Pravda”. Successivamente compì un viaggio nel Vietnam del Nord, allora sottoposto ai bombardamenti statunitensi, e rivolse durissimi attacchi a Nixon, che ebbe comunque modo d’incontrare nel 1972.

Gli anni successivi scorsero con tranquillità, malgrado le critiche al breznevismo e alla scelta da Evtushenko ritenuta assolutamente improvvida d’invadere l’Afghanistan, finchè l’URSS, come disse lui, non “prese fuoco”. Definendosi “URSSese” e disgustato dalla nuova Russia postcomunista eltsiniana, in una delle sue ultime poesie scrisse proprio: “Se l’URSS è andata a fuoco, allora incendiate anche me!”. “Arrivederci, bandiera russa”, è non a caso una delle poesie oggi meno citate nei vari articoli dedicati alla morte di Evtushenko, ma probabilmente è fra i suoi ultimi componimenti anche una delle più significative. L’ultimo (forse, l’ultimo) saluto alla bandiera di quella che Evtushenko riteneva la sua unica possibile e vera patria, l’Unione Sovietica.

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