Mentre i numeri dei contagi calano, quelli economici iniziano ad assumere proporzioni sempre più preoccupanti. Gli “atti d’amore” auspicati a reti unificate dal premier Conte, scaldano al massimo gli spiriti delle sue “bimbe” social ma non fanno breccia nei cuori di chi potrebbe immettere liquidità per evitare al nostro paese reale una rovinosissima secca.

Al netto di chiacchiere e lustrini, gli interventi europei per fronteggiare la pandemia e le sue gravissime conseguenze economiche, sono destinati all’insuccesso perché figli di logiche e calcoli in preoccupante continuità con le scelte politiche che hanno fatto dell’eurozona l’area avanzata a più bassa crescita nel mondo.

L’eccezionalità delle circostanze, usata come alibi per limitare libertà e facoltà a colpi di decreti presidenziali, non è stata ritenuta sufficiente a giustificare l’adozione del provvedimento eccezionale più adatto a ridurre al minimo l’aumento dell’indebitamento degli Stati dovuto derivante dagli interventi necessari a rimettere in moto il loro motore produttivo: il finanziamento monetario di buona parte delle spese da parte della Banca centrale europea.

Un’opzione esplicitamente vietata dai Trattati europei, ci farà notare qualche devoto a San Rigore da Berlino. Quegli stessi Trattati che, in caso di necessità, possono essere sospesi nel rispetto del diritto internazionale.

La banca centrale, in teoria, può finanziare teoricamente qualunque livello della spesa pubblica. La monetizzazione del deficit è una forma di finanziamento senza costituzione di debito per lo stato finanziato, cui ricorrono diversi paesi nel mondo. Quanto fatto da Federal Reserve e Bank of Japan potrebbe bastare come valido esempio.

La crisi drammatica in atto da settimane, che ha bloccato contemporaneamente l’offerta e la domanda, avrebbe richiesto un robusto piano europeo finanziato dalla BCE con politiche coordinate su tre piani: sanitario, sostegno alle imprese e alle famiglie ed investimenti per rimettere in moto l’economia. Invece sono arrivate promesse di prestiti con coperture ancora indefinite e condizionalità non meglio precisate all’orizzonte.

Il governo italiano prevede una caduta del pil dell’8% e un balzo del debito di una ventina di punti percentuali (151,8%). Uno scenario (ritenuto addirittura ottimistico da qualcuno) che si tradurrebbe in misure politiche di tipo rigorista e recessivo, con la stessa ricetta dal governo Monti in poi: ristrutturazione del debito, incremento dell’imposizione fiscale e asticella della spesa pubblica di scopo al di sotto del prelievo fiscale. Altra austerità dopo quella che, per compiacere la Commissione europea, ha causato il blocco della crescita e l’aumento del rapporto debito/pil.

I prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI), il SURE e soprattutto il MES, con la conseguente sorveglianza rafforzata da parte della Commissione Europea, non sono opportunità da cogliere ma legacci da cui sarebbe meglio liberarsi.

Occorre un cambio di paradigma, serve uno strappo alla ‘regola’ germanocentrica’, sono necessarie politiche espansive. Altrimenti la miseria e la povertà faranno più morti del Coronavirus.

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