Ex Jugoslavia

Il 2015 che si è appena concluso ha visto succedersi manifestazioni, approfondimenti e commemorazioni dedicati al ventennale di molte vicende che caratterizzarono le guerre della ex Jugoslavia negli anni Novanta del secolo scorso, eppure l’anno nuovo presenta una regione ancora instabile e non priva di focolai di tensione pronti a degenerare.

Proprio alla conclusione del 2015, l’annuncio che la NATO ha invitato il Montenegro a diventare il 29° membro di tale organizzazione militare, ha animato proteste non solo a Podgorica, ove erano già in corso manifestazioni contrarie al governo in carica, sul quale aleggiano accuse di corruzione e di collusione con i traffici di sigarette e di stupefacenti, ma anche a Mosca. Tradizionalmente legato al Cremlino al pari della Serbia fin dai tempi delle lotte per la liberazione dal giogo ottomano, il Montenegro è diventato indipendente in seguito ad un referendum nel 2006, ma da sempre è stato attraversato da una dialettica identitaria: esiste una coscienza nazionale montenegrina oppure si tratta di una propaggine della più ampia famiglia serba? Ad accomunare le due posizioni era comunque l’atteggiamento di vicinanza alla Gran Madre Russia (sia ai tempi dello Zar, sia in epoca sovietica) ed all’ecumene ortodosso, laddove l’adesione all’alleanza atlantica costituirebbe una cesura ed un avvicinamento al mondo occidentale ed ai suoi attuali valori in cui la società montenegrina tradizionale difficilmente si riconosce. Pur non appartenendo il piccolo Stato adriatico al cosiddetto Estero vicino, a Mosca la dichiarazione di Jens Stoltenberg è stata interpretata come un ulteriore passo avanti nella manovra di accerchiamento della Russia da parte delle propaggini militari degli Stati Uniti d’America. Le Bocche di Cattaro, nelle quali ormeggiano numerosi yacht di possidenti russi, rischiano infatti di diventare una preziosa base navale a disposizione della US Navy, a poca distanza dall’immensa base terrestre di Camp Bondsteel in Kosovo.

Nell’area esistono tuttavia già sicuri approdi per le navi da guerra battenti bandiera a stelle e strisce, come ben testimonia la recente visita della portaerei a propulsione  nucleare Harry S. Truman nelle acque antistanti il porto croato di Spalato, i cui bassi fondali non hanno consentito l’approdo a riva. Ciò non ha sicuramente fatto desistere una pletora di personalità politiche ed istituzionali locali e nazionali (dal rettore della locale università a un paio di ministri uscenti passando per il sindaco) dal recarsi a bordo per ribadire la devozione di Zagabria nei confronti di Washington. D’altro canto tale legame ha fatto sì che la stampa omologata alle istituzioni atlantiche ed occidentaliste passasse quasi sotto silenzio in Europa e negli USA il ventennale dell’Operazione Oluja/Tempesta, la pulizia etnica scatenata nelle Krajine nell’estate 1995 dalle truppe separatiste croate (armate e sostenute dall’apparato militar-industriale-propagandistico statunitense appunto) a scapito della comunità serba ivi residente dalla fine del XVII secolo. Si trattava dei discendenti dei serbi fuggiti dal Kosovo in seguito ad una recrudescenza della dominazione ottomana e accolti dalle autorità asburgiche nelle marche di confine in cambio della fornitura di un servizio di difesa nei confronti delle incursioni turche (Krajina significa appunto “confine militare”). Centinaia di morti e circa 200.000 profughi furono l’esito di questa terrificante spedizione che sancì l’indipendenza croata ed è ancora commemorata come una festa nazionale a Zagabria, mentre sempre più reduci della cosiddetta “Guerra patria” vivono in condizioni di ristrettezza economica ed afflitti dalla “sindrome del Vietnam”, al punto che già quasi 3.000 veterani si sono suicidati.

Ben altra enfasi ha invece ricevuto il ventennale di Srebrenica, episodio caratterizzante la guerra di Bosnia-Erzegovina che ricevette al tempo ampia eco in maniera tale da giustificare l’interventismo democratico di Bill Clinton e demonizzare ulteriormente la Jugoslavia di Slobodan Milošević, sempre più ridotta ai minimi termini. Assai poca visibilità registrarono invece i crimini di guerra compiuti dalle truppe territoriali e dalle bande paramilitari bosgnacche a danno dei serbi di Bosnia nei dintorni di Srebrenica nel periodo immediatamente precedente la strage ed il successivo processo al Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia a Naser Orić, comandante delle forze separatiste nell’area, si concluse con l’assoluzione in appello. Tuttavia nel giugno scorso un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti spiccato dalla Serbia è stato reso effettivo dalla polizia svizzera e nuovi capi d’accusa potrebbero riaprire il dibattito, ma l’evidenza è che il Tribunale dell’Aja ha finora emesso sentenze punitive a scapito di politici e militari del governo federale e irrogato pene irrisorie o assoluzioni nei confronti di presunti criminali di guerra separatisti, croati, bosniaci o kosovari che fossero.

A conferma della serbofobia ancora dilagante, l’11 luglio scorso la visita dell’attuale premier di Belgrado Aleksandar Vučić al memoriale di Potočari come gesto di distensione è stata accolta da pesanti contestazioni e la Republika Sprpska continua a vivere una situazione di contrapposizione con il governo centrale di Sarajevo. Lo stallo istituzionale che rallenta le decisioni governative e financo la formazione dei governi stessi e la costante contrapposizione fra gruppi etnici facenti parte della Federazione di Bosnia-Erzegovina discendono dagli accordi sottoscritti da Dayton, in Ohio, nelle settimane conclusive di quel fatale 1995. Gli inguaribili ottimisti sostengono, però, che tali accordi hanno regalato un periodo di pace e di tranquillità alla martoriata regione, proponendo qualcosa di analogo anche per quanto concerne gli assetti di una futura Siria “democratica”. Anche da questo punto di visto rimane allora come soluzione ottimale il ritorno della stabilità nella Repubblica Araba di Siria, stato laico, multiconfessionale e multietnico regolarmente funzionante prima delle cosiddette primavere arabe, giacché entità statuali, ripartizioni cantonali ed assetti istituzionali strutturati su base etnica hanno contribuito a mantenere vive le divisioni tra croati di Bosnia, musulmani e serbi di Bosnia. Questi ultimi vivono con malcelato disappunto gli avvicinamenti di Sarajevo al blocco occidentale della “Nuova Guerra Fredda” e cercano interlocutori a Mosca alla luce della politica multivettoriale, ma confusa condotta dalla diplomazia di Belgrado. Alla confluenza della Sava nel Danubio, infatti, si confrontano gli occidentalisti, i quali intendono spezzare ogni legame con il retaggio jugoslavista e panslavista e pongono come priorità l’integrazione nell’Unione Europea o addirittura nella coalizione atlantica che nel 1999 disseminò di bombe e di uranio impoverito il territorio nazionale, ed i fautori di una politica estera tradizionale, imperniata sulla tutela dei connazionali in Bosnia appunto e nella provincia separatista del Kosovo. Si presenta poi come nuovo ma generoso interlocutore la Repubblica Popolare Cinese, la quale ha sovvenzionato nell’ambito della propaggine balcanica della Nuova Via della Seta la ricostruzione dei ponti sul Danubio, distrutti dai bombardamenti del ’99 analogamente ad una pertinenza dell’ambasciata cinese, ed ha copiosamente investito nel progetto immobiliare lungamente atteso di Nuova Belgrado. L’ascesa al governo di Budapest del patriottico ed inviso ai “poteri forti” Viktor Orbán ha casualmente posto fine all’azione di varie ONG separatiste magiare basate in Vojvodina e patrocinate dal plutocrate di origine ungherese George Soros, laddove la situazione rimane preoccupante nel Kosovo, che ha proclamato unilateralmente l’indipendenza nel 2008. La bozza di accordo inerente la Comunità/Associazione dei Comuni serbi nel nord del Kosovo e basato su principi di autonomia e di decentramento ispirati al modello dell’Alto Adige/Südtirol, è stata pesantemente contestata dall’opposizione nazionalista di etnia albanese, la quale ha visto minacciata l’integrità dello staterello kosovaro, al punto di interrompere a più riprese i lavori parlamentari accendendo fumogeni nella sede del consesso legislativo. Eppure le istituzioni di Bruxelles sostengono che Priština sia correttamente avviata sul percorso dell’integrazione europea e può rappresentare solamente un incidente di percorso la bocciatura della domanda di adesione all’UNESCO: sarebbe più corretto ricordare che i monasteri serbo-ortodossi dell’antico patriarcato di Peć, patrimonio UNESCO appunto, sono periodicamente oggetto di vandalismi e danneggiamenti da parte di ignoti, i quali non di rado hanno lordato le mura di tali monumenti con scritte inneggianti all’ISIS. D’altro canto i sostenitori del sedicente Stato Islamico sono gli stessi che finanziano l’apertura di Moschee e di centri culturali in Bosnia-Erzegovina e Kosovo, potenziali ricettacoli di cellule islamiste, nonché punto di arruolamento per Foreign Fighters, parecchi dei quali provengono proprio da queste zone ed irrobustiscono le milizie che sventolano la bandiera nera.

Ai due estremi della ex Jugoslavia la situazione è resa particolarmente torbida proprio dal persistere dei flussi di immigrati provenienti dal Vicino e Medio Oriente: tanto in Macedonia quanto in Slovenia è stato avviato sulle frontiere il posizionamento di kilometri di filo spinato e di ostruzioni atti ad incanalare negli appositi varchi le migliaia di profughi da schedare e reindirizzare ovvero respingere. Skopje è stata pesantemente criticata per avere in tal modo blindato i propri confini e tale emergenza umanitaria si aggiunge alle problematiche già aperte dalle opposizioni del governo Gruevski, desiderose di mettere in scena una rivoluzione colorata, e dai separatisti albanesi afferenti al ramo macedone dell’Uçk, l’organizzazione terrorista di matrice islamica messasi in luce a fine anni Novanta in Kosovo. In anticipo sulla recente disposizione di Al-Baghdadi che autorizza i miliziani di Daesh a lucrare sull’espianto di organi degli “infedeli”, tale organizzazione si era fra l’altro resa protagonista di siffatte attività criminali fin dai primi anni Duemila, anche se questo filone d’inchiesta del Tribunale Internazionale è stato insabbiato ed alcuni degli indagati occupano posti di rilievo nella nomenclatura kosovara. L’instabilità macedone, dopo il naufragio di South Stream e di Turkish Stream, rischia di compromettere anche la possibile rotta balcanica del gasdotto che con tanta difficoltà Gazprom sta cercando di implementare per rifornire l’Europa meridionale.

Il “muro” sloveno al confine con la Croazia invece ha ricevuto pesanti contestazioni soprattutto con riferimento al tratto che interessa la penisola istriana, un territorio omogeneo che le sistemazioni confinarie del secondo dopoguerra e la scelta di esodare compiuta dal 90% della comunità italiana autoctona avevano sconvolto, i confini scaturiti dalla dissoluzione della ex Jugoslavia avevano ulteriormente frammentato e la cornice europea poteva condurre a nuova unità. Adesso la frontiera Schengen tra Slovenia e Croazia non appare di così imminente apertura e la scelta referendaria della maggioranza degli elettori sloveni di bocciare l’introduzione dei matrimoni omosessuali e delle adozioni da parte di coppie gay ha contribuito ad esporre ulteriormente Lubiana al pubblico ludibrio agli occhi delle elite progressiste.

Il Caucaso e gli Stati centroasiatici, carichi di tensioni etniche e religiose pronte a destabilizzare la frontiera meridionale della Federazione russa, sono stati definiti da Zbigniew Brzezinski “i Balcani eurasiatici”, in analogia con quei Balcani che per buona parte del secolo scorso risultarono fonte di guerre e di crisi, ma a ben vedere i Balcani “originali” sono ancora ben lungi dall’essersi pacificati.

Lorenzo Salimbeni

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