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Donald Trump

Mentre il mondo era giustamente scosso dal precipitare degli eventi in Siria e dai colpi portati a segno dal terrorismo, è passato un po’ in sordina ciò che è accaduto nel Golfo del Messico. I leader delle due maggiori potenze economiche e le loro delegazioni si sono visti in una due giorni in un clima di sostanziale cordialità, nello spazio del quale c’è stato anche tempo per alcune note di colore come è accaduto quando la nipote di Trump, Arabella, ha recitato davanti a Xi una nota poesia in mandarino.

Un clima che, a detta di tutti i commentatori della politica internazionale ci saremmo dovuti aspettare in un eventuale incontro con Vladimir Putin e non certo con il Presidente della tanto bistrattata Cina. Invece al di là della cortesia e della moderazione diplomatica nella quale i cinesi sono maestri si scorge davvero una sostanziale volontà di entrambe le parti di risolvere le discrepanze tra Washington e Pechino. Adesso Trump e Xi si sono dati 100 giorni di tempo per risolvere i loro problemi.

In direzione opposta vanno proprio i rapporti tra gli Usa e la Russia e i suoi alleati, che sono, potremmo dire, ai minimi termini, dopo il bombardamento di Al Shayrat.

Caro Andrea, cosa non abbiamo capito di Donald Trump?

“Non voglio insinuare che voi ed altri non abbiate capito nulla di Trump. Credo che nessuno, me compreso, potesse prevedere un dietrofront così drastico verso la Russia ed in così poco tempo.

Magari noi avevamo avuto maggiore cautela, ma nulla di più. Nell’ultimo numero di Scenari Internazionali, parlando dei rapporti tra Italia e Stati Uniti avevamo indicato i potenziali pericoli, principalmente di carattere commerciale, nel caso in cui il nuovo presidente americano avesse imboccato a spron battuto la strada del protezionismo. Molti sostenitori europei di Trump forse non avevano compreso che se la prima economia mondiale parla di protezionismo e chiusura c’è comunque da preoccuparsi un po’ per tutto, anche per la politica estera. È come un leone ferito che vuole riprendersi la preda sfuggita. Già da tempo, per altro, Trump aveva criticato aspramente Obama per l’apertura all’Iran e a Cuba, mettendo sul banco degli imputati le economie asiatiche con accuse prevalentemente gratuite.

Per quanto riguarda la Cina, resta ancora una certa distanza di vedute ma Trump pare orientato ad un approccio più realista anche perché le sue invettive elettorali si scontrano con i dati. Facciamo qualche esempio. Nel solo 2012 la California ha esportato in Cina beni e servizi per 14 miliardi di dollari. Nel Midwest, l’area manifatturiera del Paese maggiormente colpita tra il 1988 e il 2008, sono oggi presenti circa 200 aziende cinesi per un investimento complessivo di 12,8 miliardi di dollari ed un totale di 30.000 posti di lavoro. Dopo il summit con Trump, Xi Jinping ha incontrato ad Anchorage il governatore dell’Alaska, che ha nella Cina il primo mercato di esportazione dei suoi prodotti acquatici. Senza dimenticare le possibilità che l’e-commerce, fortissimo in Cina, offre all’export statunitense verso l’Asia”.

Parlando ancora dei problemi dell'”Asia-Pacifico”, cosa credi che voglia ottenere l’amministrazione Trump in Corea? Un’escalation tra due potenze nucleari non promette niente di buono.

“Uno dei punti che non sembrano facilmente risolvibili è quello della crisi nella Penisola Coreana. La Corea del Nord resta, a distanza di vent’anni, uno degli obiettivi prioritari nell’agenda politica di Washington.

L’obiettivo di fondo storico degli Stati Uniti è il regime-change, che però non hanno mai tentato sinora. I suoi nuovi consiglieri hanno presentato proprio in questi giorni a Trump le opzioni per approcciarsi alla questione. Tra queste, spiccano l’assassinio del leader Kim Jong-un e il dispiegamento di testate nucleari in Corea del Sud. Pechino, e direi anche il buon senso, si oppongono a qualsiasi soluzione di questo genere, sebbene la Cina sia concorde sul fatto che i test missilistici nordcoreani possano rappresentare un pericolo per la sicurezza regionale. Così come per la Siria, la Cina rifiuta qualsiasi ipotesi hard, privilegiando la soluzione politica e diplomatica. Malgrado il notevole divario tecnologico-militare, un intervento americano in Corea del Nord sarebbe disastroso ed avrebbe conseguenze drammatiche.

Personalmente continuo a sostenere l’importanza di promuovere un accordo internazionale in tema nucleare e di aiutare la Corea del Nord ad adottare un pacchetto di riforme strutturali che le consenta di modernizzare il proprio assetto politico ed economico nell’ottica dell’auspicata riunificazione nazionale con Seoul, che potrebbe basarsi sul principio “un Paese, due sistemi”, già applicato con successo da Pechino negli anni Novanta per la riunificazione con Hong Kong e Macao. Ma per fare questo, servono stabilità e pace”.

Una delle promesse elettorali di Donald Trump era quella di fare di tutto per sedare il terrorismo islamico, possibilmente collaborando con altre potenze impegnate sullo stesso fronte, come la Russia. Nei primi due mesi di Trump abbiamo visto tuttavia un sostanziale immobilismo, fino agli sconvolgimenti sul fronte siriano della settimana scorsa, dove il presidente degli Usa ha attaccato una base siriana per punire Assad di un presunto attacco chimico. Dopo 6 anni di guerra civile e 300 mila morti non sarebbe ora di sedersi attorno a un tavolo di trattative?

“A dire il vero, i tavoli di trattative non mancano. Il problema è che ognuno vorrebbe tenere in piedi il suo.

Washington non accetta di cooperare appieno con Mosca, semplicemente perché, facendolo, aderirebbe automaticamente alla coalizione con Siria, Iran, Iraq e Hezbollah libanesi, riconoscendo così a Putin la leadership nella lotta al terrorismo internazionale e scatenando le ire di Israele e degli alleati del Golfo. Mosca, dal canto suo, ritiene inaffidabili proprio questi ultimi in una logica di contrasto al terrorismo. E su questo non possiamo certo dargli torto, visti i luoghi di origine di molti dei finanziamenti alle scuole coraniche wahhabite e ai centri islamici politicizzati di tutto il mondo, dove avviene la maggior parte delle radicalizzazioni.

Sull’attacco chimico della scorsa settimana, è assolutamente improprio prendere per buona la ricostruzione di un oppositore di Assad che vive all’estero. Allo stato attuale non esistono prove che possano attribuire quel crimine all’esercito regolare siriano. Inoltre, dopo oltre sei anni di guerra, è ormai chiaro che Assad goda di un consenso importante nel Paese. Altrimenti sarebbe già stato deposto da tempo. Dunque né lui, né le comunità, né le forze armate, né i partiti che lo sostengono in questa guerra civile possono essere esclusi dal processo di ricostruzione della Siria, come pretendevano Obama e la Clinton. Si lascerebbe il Paese in balia di vendette, scontri ed esecuzioni sommarie con centinaia di migliaia tra musulmani sciiti, alawiti, drusi e cristiani in fuga verso l’Iraq o il Libano”.

L’amministrazione di Trump si avvicina ai fatidici 100 giorni con i quali di solito si inizia a fare un primo bilancio dell’operato di un governo. Sembra tuttavia che Trump non sia riuscito ancora ad incidere né sulla legislazione statunitense né in termini economici. Il tycoon ha soprattutto nemici interni al suo partito, che gli hanno bloccato alcune riforme centrali della sua campagna elettorale e silurato alcuni dei suoi uomini più fedeli nei gangli del governo.

Le ultime mosse di Trump in politica estera possono essere lette nell’ottica di riguadagnare consensi all’interno del suo partito e tornare a battere su quelle riforme sulle quali aveva fondato la sua campagna elettorale, o le considerazioni da fare a questo punto sono altre?

“Sul piano delle riforme interne c’è una partita in atto, che travalica il contenuto delle riforme stesse e si gioca anche su altri tavoli. Indubbiamente, è come dici.

In generale, però, non mi convince la chiave di lettura, tirata in ballo da diversi osservatori dopo l’attacco in Siria, secondo cui Trump vestirebbe i panni di un simulatore, pronto a prendersi gioco del cosiddetto “Stato Profondo”, accontentandolo con qualche concessione per avere poi mano libera più avanti in politica estera.

Appena eletto, in generale, il presidente degli Stati Uniti, che spesso è un ex governatore locale, si inserisce in un quadro di dinamiche dove si muovono personaggi già attivi da tempo a Washington. In teoria il presidente ha poteri molto estesi, ma nella realtà spesso è lui a dover adeguarsi o addirittura mediare nelle scelte e nelle nomine della compagine di governo. Non esiste una vera e propria opposizione interna contro di lui. Esistono diversi gruppi di pressione, a volte persino trasversali ai due partiti principali, che cercano di influenzarlo e di orientarne le scelte.

Sull’Iran ha quasi certamente influito il parere del genero, Jared Kushner, vicino ad Israele. È stato proprio il marito di Ivanka ad opporsi a Steve Bannon, il consigliere di destra radicale recentemente allontanato da Trump. La nomina di Rex Tillerson al Dipartimento di Stato è invece avvenuta su indicazione di Condoleezza Rice, che molti ricorderanno nell’amministrazione George W. Bush. A febbraio Michael Flynn, ritenuto “ricattabile” da vari esponenti del Grand Old Party per i suoi contatti con Mosca, era stato sostituito temporaneamente da Keith Kellogg alla Sicurezza Nazionale, oggi guidata dal generale Herbert McMaster, sponsorizzato dal falco John McCain. Si tratta di una ridefinizione degli equilibri interni e probabilmente di un “richiamo all’ordine” da parte dell’establishment repubblicano”.

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