Inaugurazione dell'Istituto Eritreo di Tecnologia (foto by Madote.com).

Qualche giorno fa l’Avvenire ha pubblicato un articolo sulle presunte violenze, discriminazioni e repressioni di cui il governo eritreo si sarebbe macchiato nei confronti del popolo Afar, abitante della regione della Dancalia, letteralmente isolato dal resto del paese e del mondo con la scusa della lotta al contagio da Covid-19. In realtà, immaginarsi gli Afar che si lasciano così facilmente sottomettere o condizionare da qualsiasi altro soggetto è cosa già di per sé piuttosto inverosimile, anche perché sappiamo benissimo come essi si muovano con molta libertà tra Eritrea ed Etiopia senza mai farsi particolari problemi. Inoltre, dalla lettura dell’articolo traspare l’impressione che si stia confondendo la regione della Dancalia con le Isole Dahlak, che però sono già tutta un’altra cosa: in quel caso sì, però, che ci troviamo ad un tiro di schioppo dallo Yemen, ma di certo non dall’Etiopia, e viceversa. Insomma, ci sono degli elementi che non quadrano, a tacere poi di tutti gli altri, alla cui capziosità i lettori italiani ed eritrei sono ormai abituati e, in certi casi, persino stancamente ed amaramente rassegnati.

Ma del resto quest’articolo, di per sé, non spiccherebbe neanche più di tanto, nell’immensa pletora dei tanti altri articoli non certo più ordinati o sinceri, tesi soprattutto a demonizzare in questo caso il governo eritreo (ed in altri casi altri governi ancora, tutti comunque sempre e “guardacaso” sgraditi o agli Stati Uniti o all’Unione Europea), se solo pochissimi giorni prima non vi fosse stata un’altra notizia, ben più rilevante, riguardante la risposta che proprio il governo di Asmara ha dato al Relatore Speciale dell’UNHCR, di quelle che proprio non ammettono repliche e che, come da consuetudine, è stata pure pubblicata anche dal Ministero dell’Informazione tramite l’agenzia nazionale Shabait in modo da essere a tutti liberamente accessibile e visionabile. Questo perché le venti pagine del rapporto elaborato dal funzionario ONU continuano sostanzialmente a ripetere la solita “pappardella” risalente all’ormai lontano 2012 (quando ad Asmara era stata appena comminata la seconda pesante ondata di sanzioni, quella del 2011, che rafforzava quella precedentemente indetta nel 2009 e che finiva per risultare persino più severa e stringente delle sanzioni comminate in quel momento ad altri paesi anch’essi considerati “Stati Canaglia” come Iran o Corea del Nord).

Naturalmente il comunicato del governo eritreo rimarca come certe risposte, ai funzionari ONU, siano già state date anche troppo abbondantemente in passato, a sottintendere quanto possa essere pure irritante il fatto di dover sempre ribadire le solite cose, la cui logicità peraltro sarebbe tale da non dover nemmeno richiedere nuove ripetizioni o nuove sottolineature. Viene quasi da chiedersi che senso abbia che certi funzionari o soggetti istituzionali vengano ad Asmara, se davvero vi vengono, se poi però quando tornano a casa non scrivono di ciò che effettivamente hanno visto ma piuttosto ripetono ciò che viene fornito loro da altre fonti, ormai ampiamente sconfessate, come magari quelle vicine a certe ONG, o ancora alcune particolari realtà ecclesiastiche o religiose, o infine dei presunti gruppi di opposizione, non soltanto eritrei ma anche etiopici, come il TPLF (Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, che fino al 2018 governava l’Etiopia ed oggi invece non solo è una forza d’opposizione, ma persino un gruppo terroristico: per esempio, in occasione della visita di Stato del presidente eritreo Isaias Afewerky in Etiopia qualche giorno fa, ha persino tentato di compiere un attentato, fortunatamente sventato; nel frattempo, alimenta la destabilizzazione nei territori del Tigray e in tale contesto ha provocato la morte anche di un bel po’ d’innocenti). In un certo senso, si finisce quasi col provare imbarazzo per chi nonostante tutto ancora s’ostina a portare avanti un tale comportamento così incline al boicottaggio politico e mediatico quando consapevole e quando inconsapevole, disponibile ad alimentarsi pure con le notizie meno attendibili e per giunta fornite dalle fonti meno raccomandabili che si possano incontrare sul proprio cammino.

Non a caso, le venti pagine del rapporto dell’UNHCR continuano a parlare del servizio di leva prolungato, del non effettivo raggiungimento della pace fra Eritrea ed Etiopia, della costante violazione dei diritti umani con argomenti pesanti come repressioni estese, stupri, torture, ecc. Ciò, tuttavia, come ben evidenziato nelle risposte fornite dal comunicato governativo, si scontra con la realtà dei fatti, che vede ben altra situazione, dimostrata e testimoniata, con l’ultima risposta in particolare che spiega come la precedente Relatrice Speciale dell’UNHCR, Sheila Keetharuth (il documento fornito dal Ministero dell’Informazione eritreo, elegantemente, preferisce non nominarla nemmeno) fosse soprattutto un’iscritta, militante e funzionaria di Amnesty International, i cui interessi molto probabilmente aveva messo al di sopra di quelli dello stesso ONU e quindi del diritto internazionale. Proprio per tale ragione, all’ONU si preferì a quel tempo considerare solo le 250 firme di presunti membri e simpatizzanti d’opposizione anziché le 250mila degli eritrei della Diaspora, diffusi in mezzo mondo, che asserivano e testimoniavano cose ben diverse da quelle che la Keetharuth aveva allora a cuore di sentirsi dire, e lo stesso purtroppo vale anche oggi per il suo successore.

Tant’è che questa volta, non sapendo a cosa aggrapparsi, s’è persino cercato di tirar fuori delle presunte discriminazioni e repressioni legate al controllo del contagio da Covid-19, come anche l’articolo di Avvenire ci testimonia: forse, per essere considerata finalmente un paese democratico, l’Eritrea avrebbe dovuto fare magari come il Brasile, negare cioè l’esistenza del virus e rifiutare qualsiasi precauzione (del resto, quante polemiche furono fatte a suo tempo, in Italia, da giornali e sindacati, per gli insegnanti della Scuola di Asmara che erano appena rientrati in Eritrea da Roma e che subito erano stati posti in quarantena!) e lasciarsi così infettare in lungo e in largo come se nulla fosse, possibilmente andando incontro all’autodistruzione per la gioia dei “democratici de noantri”. Ma, in tutta onestà, checché ne pensino certi sedicenti “apologeti dei diritti umani”, non è di sicuro di una gestione alla Bolsonaro che l’Eritrea oggi come oggi avrebbe bisogno, quanto semmai d’essere finalmente lasciata in pace proprio da quelli come loro. Che si prendano, proprio loro, con quei begli stipendi che intascano ogni mese, una signora vacanza che li distacchi un po’ (il più possibile, magari) dall’Eritrea: farà bene a loro, ma farà bene anche e soprattutto agli altri.

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