Il Segretario di Stato USA Mike Pompeo.

Non dovrebbe sfuggire all’attenzione degli osservatori più accorti il fatto che lo scorso 13 marzo, ovvero pochi giorni prima che iniziasse il tour europeo del Presidente cinese Xi Jinping in Europa, sia stato emanato il Rapporto Annuale degli Stati Uniti sui Diritti Umani, riferito alla situazione del 2018. In tale rapporto la Cina è risultata come il principale paese violatore dei diritti umani, in particolare verso gli uiguri, il Falun Dafa e la Chiesa di Dio Onnipotente, quest’ultime due sette colpevoli di azioni criminali ed eversive contro l’ordine pubblico e politico cinese.

Mike Pompeo, Segretario di Stato, ha addirittura dichiarato che “la Cina gioca in un campionato a parte, se si parla di diritti umani”, presentandola quindi come un paese persino più liberticida di altri che, guardacaso, hanno tutti in comune la stessa cosa: ovvero, rappresentare un ostacolo all’egemonia o al predominio degli USA in questa o in quella regione del mondo. Nel caso della Cina, però, il rapporto commissionato dagli USA (e si sa che questo rapporto non può che contenere argomenti graditi alla loro amministrazione, ovvero deve avere finalità politiche e fare il gioco dei suoi disegni di superpotenza) è ancora più severo, perché la Cina ormai è la principale economia mondiale, ovvero l’unico paese che seriamente si trova nelle condizioni di scalfire l’egemonia unipolare degli Stati Uniti e, conseguentemente, anche di sostituirli sotto numerosi aspetti. Dunque, la Cina è il nemico numero uno, contro cui tutto fa brodo; e si sa molto bene che, in una simile situazione, “il nemico del mio nemico è mio amico”, ovvero, tutte quelle organizzazioni, nazioni o realtà che con la Cina hanno una rivalità a questo per gli Stati Uniti possono essere dei potenziali alleati, o addirittura degli alleati di fatto.

La Cina non ha perso molto tempo a commentare questo rapporto, limitandosi semplicemente a sottolineare come anche negli Stati Uniti (che non si sa bene a quale diritto si arroghino la titolarità di parlare dei diritti umani nel mondo, cosa che invece dovrebbe essere riservata a realtà sovranazionali riconosciute dal diritto internazionale, ovvero l’ONU, che per l’appunto ha anche delle agenzie deputate proprio a tal compito) le violazioni dei diritti umani non manchino affatto: dal razzismo alle fake news, non senza dimenticare certe limitazioni o storture al mondo giornalistico o ancora alla difficoltà, per non parlare di vera e propria impossibilità, per molti cittadini statunitensi di accedere a servizi che dovrebbero essere garantiti per diritto, come le cure sanitarie, la casa o l’istruzione.

In ogni caso è curioso come il Rapporto sui Diritti Umani emesso dagli USA dedichi molto del suo spazio proprio alla questione della “libertà religiosa”, divenuta un nuovo cavallo di battaglia della sempre più eterogenea élite di potere statunitense nei confronti della crescente potenza cinese. Si parla per esempio di “repressione ufficiale della libertà di parola, religione, movimento, associazione e riunione dei tibetani nella Regione autonoma del Tibet (RAT) e in altre zone del Tibet, così come degli uiguri e di altre minoranze etniche e e religiose nello Xinjiang, [che] ha subito un aggravamento ed è più severa che in altre zone del Paese”. Il riferimento ai tre principali gruppi religiosi che secondo gli Stati Uniti sono repressi in Cina è oltremodo palese: uiguri, Falun Dafa e Chiesa di Dio Onnipotente. Non è mancato, in tale rapporto, nemmeno il vecchio discorso propagadistico del prelievo degli organi dai militanti del Falun Dafa, sebbene esso sia stato ufficialmente ed incontrovertibilmente smentito sin dall’ormai lontano 2015.

Questo atteggiamento dimostra da una parte l’impossibilità di seguire altre vie nella criminalizzazione del sistema cinese e quindi nella sua delegittimazione agli occhi di terzi, nel mondo; dall’altra, un sempre maggior sposalizio delle autorità occidentali con vere e proprie cricche e cosche apertamente terroristiche e delinquenziali, quali le sette Falun Dafa e CDO. In questo senso, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, perché questi paesi (dagli USA alle varie nazioni dell’UE, in particolare Francia, Inghilterra e Germania, ma non solo, senza poi dimenticare altri loro partner come il Canada ed altri) hanno già in precedenza dimostrato il loro tifo assai interessato nei confronti del fondamentalismo e del terrorismo di matrice islamica, fomentati in occasione delle Primavere Arabe dalla Libia alla Siria, tramite al-Qaeda ed ISIS, senza dimenticare le relative propaggini come Boko Haram in Africa Nera o al-Shabaab in Somalia e Kenya. Sono questi i paesi che hanno bombardato la Libia quando i loro amici fondamentalisti stavano per perdere la guerra contro Gheddafi e che erano tentati di fare la stessa cosa anche in Siria (ma non poterono farlo perché c’era di mezzo la Russia, alla quale comunque ugualmente anni prima avevano provato a dar fastidio mandando i jihadisti in Cecenia e nel resto del Caucaso), e che hanno messo sul trono dell’Egitto un presidente dei Fratelli Musulmani, ben presto scalzato dal sopraggiunto al-Sisi. Come si suol dire: chi va con lo zoppo, impara a zoppicare.

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