E’ proprio di ieri la notizia, diramata con un suo comunicato, della decisione di FCA “di ritirare con effetto immediato la proposta di fusione avanzata a Groupe Renault”. Tale presa d’atto del colosso italoamericano è giunta dopo l’ennesimo rinvio chiesto dal gruppo dirigente della Casa francese, su cui il governo di Parigi ed in particolare il Ministro dell’Economia e della Finanza Bruno Le Maire avevano esercitato continue ed intense pressioni. Dal suo quartier generale di Boulogne-Billancourt, Renault ha commentato la notizia della rinuncia di FCA esprimendo “la sua delusione”.

In ogni caso, non tutto sembrerebbe ancora perduto: le trattative fra i due Gruppi, infatti, “potrebbero riprendere nei prossimi tempi, vedremo. Non bisogna chiudere la porta, bisogna continuare a lavorare”, ha detto il Ministro per i Conti Pubblici Gérald Dermanin, in un’intervista rilasciata a France Info, aggiungendo poi di essere “molto contento che ci sia un’industria un po’ patriottica che faccia attenzione agli interessi francesi”. Proprio in queste parole, sostanzialmente, si leggono le condizioni secondo cui le trattative, per i governanti francesi, potrebbero ripartire: ovvero garantire a Renault il ruolo di partner forte nell’alleanza con FCA, dato che le premesse con cui era stato abbozzato l’accordo sembravano invece portare ad una situazione diametralmente opposta, per quanto coperta dietro la formale e tecnica rassicurazione di una joint-venture paritetica.

Non andrebbe dimenticato, in questo senso, come Renault, che per anni è stata il partner forte e trainante all’interno della sua alleanza con Nissan e Mitsubishi, si trovi invece oggi a recitare il ruolo della Cenerentola. Gli alleati giapponesi si sono rapidamente ripresi dalla crisi industriale di qualche anno fa, ed hanno ottenuto un riequilibrio del potere interno a loro vantaggio e a danno di Renault. L’esempio di questo drastico cambiamento nei rapporti di forza fra Renault e Nissan (e Mitsubishi) s’è avuto proprio pochi mesi fa, col siluramento del super amministratore delegato Carlos Ghosn, cacciato quasi come un piccolo dirigente qualunque. I francesi di Renault, ed ancor più il governo di Parigi, hanno vissuto tutto ciò come un vero e proprio colpo di mano, che ha ridimensionato l’egemonia di Renault sui suoi partner mettendone seriamente in discussione il ruolo di “primus inter pares”. Anche per questo motivo, nessuno a Parigi aveva voglia di subire una nuova alleanza che si sarebbe tradotta in un ulteriore ridimensionamento di Renault.

In una sua lettera ai dipendenti di FCA, John Elkann ha spiegato che “ci vuole coraggio per iniziare un dialogo come abbiamo fatto noi. Quando però diventa chiaro che le conversazioni sono state portate fino al punto oltre il quale diventa irragionevole spingersi, è necessario essere altrettanto coraggiosi per interromperle e ritornare immediatamente all’importante lavoro che abbiamo da fare” e che “La decisone di iniziare queste conversazioni con Groupe Renault è stata corretta, una decisione che abbiamo preso dopo esserci preparati su tutti i fronti. L’ampio consenso che ha ricevuto è stato un chiaro segnale che il nostro tempismo, così come l’equilibrio di ciò che abbiamo proposto, erano corretti. La scelta di interrompere il dialogo non è stata presa con leggerezza ma con un obiettivo in mente: la protezione degli interessi della nostra Società e di coloro che lavorano qui, tenendo chiaramente in considerazione tutti i nostri stakeholder”. Anche da queste parole s’intuisce come, di fronte alla politica francese, ostile ad una fusione vista come un’invasione, FCA abbia preferito gettare la spugna, dal momento che a garanzia le venivano chieste condizioni e “prove d’amore” del tutto gratuite ed ingiustificate, traducibili in veri e propri sacrifici unilaterali a vantaggio di Renault.

In un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il Ministro Bruno Le Maire ha comunque garantito il suo interesse per un accordo fra FCA e Renault (“Vogliamo questa fusione”), ma ha anche aggiunto: “Ci dobbiamo prendere il tempo sufficiente perchè le cose siano fatte nel modo giusto”. Non è casuale il fatto che il Ministro dell’Economia e delle Finanze francesi dica questo rivolgendosi ai lettori tedeschi e quindi alla Germania, principale potenza automobilistica europea fortemente preoccupata dalla nascita di un grande concorrente (FCA e Renault insieme avrebbero infatti creato il terzo Costruttore mondiale per numero di veicoli prodotti, con la facile prospettive di diventare in breve tempo il primo). In questo momento la sinergia fra Francia e Germania in campo automobilistico è molto importante, per il fatto che la francese PSA ha acquisito la tedesca Opel un tempo di proprietà della statunitense General Motors, ma anche perché l’industria automobilistica tedesca ha conquistato negli anni sempre maggiori quote di mercato in Francia a danno delle Case transalpine.

I dazi indetti da Trump contro le automobili di produzione europea colpiscono prevalentemente la Germania, ovvero l’unico paese che ha prodotti automobilistici al momento esportabili in grande quantità nel mercato statunitense. I colossi VAG, Daimler-Benz e BMW, se vorranno continuare a fare affari negli Stati Uniti dovranno spostare sempre di più la loro produzione in quel mercato, chiudendo o quantomeno ridimensionando alcuni dei loro stabilimenti in Germania per aprirne di nuovi negli USA. Ovviamente i grandi fornitori di componentistica tedeschi, come Bosch e Siemens, si vedranno costretti a fare altrettanto, dal momento che dovranno continuare a rifornire quelle Case con cui, peraltro, hanno anche legami azionari e collaborazioni tecnologiche. In prospettiva questo creerà un aumento della disoccupazione ed un calo delle esportazioni in Germania, a favore degli Stati Uniti. Per un’economia fortemente basata sull’export come quella tedesca, si tratta di un grosso campanello d’allarme, rafforzato dal fatto che con la Brexit e quindi con l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea la Germania perderebbe un altro suo importatore netto, o vedrebbe comunque una forte riduzione delle sue esportazioni verso quel mercato. La Francia, che economicamente parlando è sempre più dipendente da Berlino o che comunque nei suoi confronti rappresenta il partner debole, a sua volta non può guardare a questa situazione con maggior tranquillità degli stessi tedeschi.

Del resto, parlando di PSA, ovvero dell’altro grande Gruppo automobilistico francese, andrebbe detto come essa oggi viva e cresca grazie ai capitali, alle tecnologie e alle masse critiche fornite dalla cinese DongFeng, che ne ha acquisito un terzo del pacchetto azionario. Gli altri due terzi, invece, sono nelle mani dello Stato francese e della famiglia Peugeot. A Parigi anche questa novità, verificatasi negli ultimi anni, è stata vissuta come un compromesso al ribasso, indispensabile per salvaguardare l’occupazione e la sopravvivenza dell’importante Gruppo automobilistico nazionale. In generale, come dimostrato anche dalla trattativa fra FCA e Renault (di cui lo Stato francese detiene invece il 15,1% delle azioni), a Parigi si è sempre favorevoli a fusioni o acquisizioni da parte di aziende francesi a danno di aziende straniere, italiane in primis, ma ben raramente se non mai si è favorevoli a situazioni contrarie. Lactalis può comprare Parmalat o il Parmigiano Reggiano, ma Fincantieri non può comprare la francese STX (e pure la Germania e l’Unione Europea sono disposte, a quel punto, a salvaguardare la “nazionalità” delle imprese francesi, senza mai dimostrare invece lo stesso zelo quando si tratta di difendere la “italianità” delle aziende dello Stivale, in quelle tante occasioni in cui vengono assorbite da quelle dei cugini d’Oltralpe).

In questo senso, FCA ha diplomaticamente fatto notare tale problema, spiegando nel suo comunicato che “E’ tuttavia divenuto chiaro che non vi sono attualmente in Francia le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo. FCA esprime la propria sincera gratitudine a Groupe Renault, in particolare al suo presidente, al suo amministratore delegato e agli Alliance Partners, Nissan Motor Company e Mitsubishi Motors Corporation, per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta di FCA. FCA continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente”. Tradotto in parole semplici, suona più o meno così: “Grazie per lo sforzo che ci avete messo [commento anche piuttosto ironico], ma ci rendiamo conto che il problema con voi non è industriale ma politico”. In Francia il sostanziale fallimento della trattiva è stato giustificato anche col rischio che soprattutto i giapponesi di Nissan ma anche di Mitsubishi manifestassero numerose perplessità sulla possibile alleanza con FCA, al punto da ventilare l’ipotesi di rompere quella che da anni hanno in essere con la stessa Renault. Certamente anche in questo vi è del vero, soprattutto se consideriamo che il “regolamento di conti” fra i gruppi dirigenti francese e giapponesi dell’alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi è ancora lontano dal concludersi, dopo aver avuto nella caduta di Carlos Ghosn il suo momento apicale. Ma lo stop alle trattative, di cui FCA ha voluto assumersi la responsabilità, è giunto prima che i giapponesi si decidessero ufficialmente sulla bontà o meno dell’alleanza fra FCA e Renault. Le loro perplessità sono state la giustificazione “diplomatica” con cui mascherare il vero problema: e cioè che i principali bastoni fra le ruote, gira e rigira, sono stati messi proprio dalla politica francese.

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