Alla fine il monarca si è dimesso: Joseph Blatter dall’inizio del 2016 non sarà più il presidente della FIFA, dopo 18 anni (dal 1994). Finisce un’era del calcio mondiale, certamente segnata da incongruenze, giochi di potere e corruzione. Infatti è inutile ribadirlo: Blatter, umanamente, è indifendibile. Attorno a lui ha creato un cordone di sicurezza di imbelli e potentissimi gerarchi, incapaci di creare un’opposizione credibile o quantomeno presentabile, tutti legati a doppio filo al potere economico dello svizzero (basta leggere le indagini di Andrew Jennings, ormai datate una decina d’anni fa, ma finora messe sotto silenzio da tutti). Ma, va aggiunto, anche quando si è presentata l’occasione per un’alternativa questa si è subito rivelata un bluff. Ad esempio è il caso di Mohammad Bin Hamman, ex potentissimo presidente della Federazione Asiatica, qatariota, radiato dall’organismo mondiale per corruzione (“Il giornale britannico The Sunday Times è partito alla riscossa, attaccando la FIFA ed in particolare l’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar, che secondo le prove raccolte sarebbe stata dettata dalle ingenti somme versate da Mohamed Bin Hammam a fini di corruzione. L’ex “grande capo” del calcio qatariota ed asiatico, avrebbe in tutto distribuito “mazzette” per un valore pari a cinque milioni di dollari. Numerosi documenti raccolti dalla testata britannica dimostrerebbero i movimenti di danaro che Bin Hammam avrebbe messo in moto attraverso una rete clandestina per pagare numerose personalità del calcio mondiale”). E già a leggere i nomi dei prossimi possibili sfidanti scende un velo di malinconia: un principotto giordano Ali Bin Al Hussein, Luís Figo, ex grandissimo giocatore ma esponente del “cerchio magico” di un altro satrapo del calcio mondiale (Jorge Mendes), Michele Platini, sulla cui moralità è meglio stendere un velo pietoso…fino al duo anglosassone formato da David Gill, ex Chief executive del Manchester United e vicepresidente della FA inglese, e da Sunil Gulati, presidentissimo della United States Soccer Federation di nascita indiana.

Fatta questa doverosa premessa, risulta quantomeno ingenuo, per non dire stupido, ridurre quest’immenso e forzato cambio epocale come una sorta di disinteressata “Mani Pulite FIFA” firmata FBI. “Sradicheremo la corruzione dal calcio mondiale” ha dichiarato la combattiva ministro della Giustizia statunitense Loretta Lynch… il “destino manifesto” anche in campo pallonaro? O c’è dell’altro? Ma la Lynch non poteva indagare anche sulle poche limpide manovre per assegnare (senza la possibilità che i rivali potessero presentare le candidature) i Mondiali di atletica leggera del 2021 a Eugene, Oregon, insignificante cittadina di 150 mila abitanti e uno stadio da 10 500 posti. Non è che dietro ha spinto forte il cofondatore della Nike, Phil Knight, che proprio a Eugene ha studiato? No, perché mica si crederà che solo i mondiali qatarioti (o russi o sudafricani) sono stati comprati con le tangenti? Mica crederemo che i delegati che devono votare l’assegnazione di grandi eventi giudichino in baso allo stadio più bello, all’aereoporto più confortevole? Ci sono enormi giri di denaro, scambi di favori, sponsor che si promettono a quello o a quell’altro paese, finanziamenti a progetti su cui lucrare. Tangenti esplicite o implicite. Poco cambia. D’altronde pare che la tangente sia un’usanza comune, come confermato dalla confessione del “pirata” Chuck Blazers, ex segretario generale della Confederazione di Calcio in Nord e Centro America e nei Caraibi (CONCACAF): tangenti per Sud Africa 2010, ma anche per Francia 1998, oltre che per numerose edizioni della Gold Cup, la principale competizione della CONCACAF.

Al netto dell’operazione simpatia gestita dalla FBI, alle spalle dell’immensa manovra anti-Blatter si celano invece giochi geopolitici neppure troppo oscuri.

Innanzitutto va spiegato, brevemente, l’interesse americano per il calcio. Perché, è risaputo, da quelle parti il calcio è considerato uno sport minore, dopo il quartetto “football/baseball/basketball/hockey”. Nonostante ciò gli Stati Uniti si sono spesi ai massimi livelli per elevare il livello dello sport, altrimenti, più celebre al mondo. Dopo l’organizzazione del Mondiale del 1994, si erano riproposti per organizzare quello del 2018. A soli 22 anni di differenza…però! Eppure per nazioni calcisticamente più evolute i tempi sono più dilatati: Italia 56 anni (1934-1990), Brasile 64 anni (1950-2014), Francia 60 (1938-1998) Germania 32 (1974-2006, e c’è il fondamentale zampino dell’Adidas, quindi di Blatter). Solo il Messico ha avuto due edizioni ravvicinate, ma dovute a situazioni contingenti particolari: si sono infatti imbarcati nell’organizzazione del Mondiale 1986 (dopo quello del 1970) in seguito ad un grave terremoto che ha colpito la Colombia.

Tutta questa fretta statunitense è legata al pensiero geopolitico di Henri Kissinger, tedesco di nascita, grande appassionato di calcio, come lucidamente definito da John Kleeves: “Henry Kissinger, altro consigliere politico statunitense, che col presidente Ford fu anche Segretario di Stato ( 1973-1977 ), pensava che avrebbe aiutato se statunitensi ed europei avessero avuto almeno un grande sport di massa in comune. Lui pensava al calcio e fu l’alto protettore – se non il promotore -dell’operazione Cosmos, una sconosciuta squadra di calcio di New York che ad un certo momento sembrò voler salire sulla ribalta del calcio internazionale facendo incetta di campioni esteri di grande nome, anche se forse un po’ in declino ( arruolò Pelè e Chinaglia, fra gli altri ). Non funzionò, ma l’idea non morì” (John Kleeves, Sport e politica).

Come detto, gli americani si riproposero già nel 2018, ma si ritirarono concedendo una sorta di gentlemen agreement alla Russia in cambio di una promessa per il 2022.

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